in bus da Probolinggo a Cemoro Lawang nel parco nazionale di Bromo – videoclip indonesiano n. 100 – 594.

lo sbarco alla piccola stazione di Probolinggo, una città di quasi 200.000 abitanti che è uno dei punti di accesso al Parco Nazionale di Bromo, mi vede già sul piede di guerra e in pieno assetto da combattimento.

la Lonely Planet, perfetta questa volta, mette infatti in guardia il viaggiatore dalla particolare cultura del luogo: diciamo pure, per spiegarci, meglio che a Probolinggo si è sviluppata una specie di mafia locale dedita al taglieggiamento in tutti i modi possibili del turista, che lì non si ferma di certo (a fare che? a visitare le sue celebri piantagioni di mango? i migliori dell’Indonesia, si dice), e comunque di lì deve passare, e dunque va spennato a dovere per il poco tempo che ci passerà.

“poco” si fa per dire, perché l’atteggiamento locale sopra descritto comporta anche lo sforzo di tenercelo, volente o nolente, il maggior tempo possibile; così districarmi dagli intrighi nei quali vengo subito avvolto mi fa perdere un bel po’ di tempo e perdere il vantaggio accumulato dal viaggio in treno rispetto al bus.

ma questo tema merita una piccola divagazione.

* * *

il viaggio in bus da Surabaya a Probolinggo, più economico e potenzialmente persino più veloce, considerata la lentezza del treno e il fatto che Surabaya è la prima città indonesiana che ho trovato non funestata dalle code di auto e camion, è assolutamente sconsigliato ai giorni nostri dal fatto che lungo la strada, arrivati alla città di Porong, da alcuni anni una enorme colata di fango ha occupato la strada.

questa storia è talmente simbolica della situazione indonesiana, ma forse anche mondiale, che merita di essere raccontata: nel 2006 una società che si occupa di prospezioni di gas eseguì delle perforazioni in un vulcano di fango della zona: ne seguì una colata mostruosa che, oltre a lasciare senza casa 25.000 persone, ne uccise 14: da allora si rimuovono 100.000 metri cubi di fango al giorno, cioè un ettaro di fango per l’altezza di 10 metri, ma il problema non è stato ancora risolto, e potrebbe ripresentarsi.

la società però sostiene che la colpa fu del terremoto di Yogyakarta, avvenuto due giorni dopo lo scavo; qualcuno potrebbe sostenere viceversa che il terremoto di Yogyakarta fu il risultato della loro prospezione.

in ogni caso, il risultato di questa avventata esplorazione guidata dal profitto, è questo: evitate di andare in bus o in macchina da Surabaya a Probolinggo, se potete… ;).

* * *

i guai di Probolinggo sono invece prettamente umani, anche se legati alla stessa avidità di guadagno.

per salire dalla città, che è vicina alla costa, al borgo di alta montagna nel cuore del parco, devo in teoria soltanto spostarmi dalla stazione ferroviaria a quella dei bus, che è a 6 km di distanza, e lì imbarcarmi: la guida preannuncia un bus ogni mezzora.

ci pensa un taxista, esoso, che comunque insiste parecchio – e quasi passa alle vie di fatto – con l’idea folle di portarmi lui direttamente a Cemoro Lawang, senza specificare la cifra che mi verrebbe a costare.

alla fermata dei bus dovrebbe esserci un bus, no?

sì, ma il tassista – come da manuale – non mi porta alla stazione dei bus, ma davanti a un’agenzia di viaggi, nella cronaca un sordido ufficietto maltenuto, con un vecchio bancone, e mi lascia nelle grinfie di un personaggio laido, che ha un viso straordinariamente cinematografico e che sarebbe l’attore perfetto per impersonare il losco figuro di qualunque film.

non bastasse l’aria torva e viscida assieme, ha uno strabismo così accentuato che a me è rimasto in mente come se avesse avuto un occhio fuori dall’orbita con una specie di osceno filamento di carne pendula.

* * *

se i miei non fossero semplici videoclip, ma frammenti di un discorso cinematografico (ma aspettiamo che arrivino i google glas che ci permetteranno di filmare la nostra vita mentre la viviamo), il dialogo col truffatore sarebbe stata una scena davvero divertente.

secondo lui i bus sono già finiti, ha qualche modica offerta personalizzata dai 20 euro in su, che comincia a squadernarmi a voce; non ci credo e cerco di raggiungere la stazione che si intravvede in fondo a un viale ad un km circa di distanza; il guidatore di riksciò, vedendo un vecchio signore che trascina un trolley, si sente in dovere di chiede uno sproposito, 5 euro, per portarmici; lo mando a quel paese e ci vado a piedi; ma i bus per Cemoro Lawang non partono da lì.

e da dove? proprio davanti all’agenzia da cui vengo: dev’essere una congiura.

* * *

ritorno, e, se voglio, per soli 6 euro, il tipo che mi aspetta sardonico come se avessi recitato una sceneggiatura tutta già scritta da lui, mi mette a disposizione una jeep che mi porterà direttamente alla meta; bisogna però aspettare che si riempia di almeno altre 7 persone; va be’, non mi pare il caso di sottilizzare, dopotutto si tratta di cifre davvero modeste.

ma il tempo passa e dopo un’ora abbondante si è accodata solamente una famigliola di 4 persone, che va a farsi un paio di giorni di vacanza coi bimbi; dopo quasi un’ora il padre famiglia si fa coraggio; ha contrattato una riduzione del costo a 30 euro: sono d’accordo a farmi carico della metà?

non sarebbe giusto, in linea teorica, ma partiamo dal presupposto che lui paga la stessa cifra che a bus pieno e io sono un turista e probabilmente accetto; e infatti: ma proprio in quel momento una persona passa gridando: Cemoro Lawang, Cemoro Lawang!: il bus è arrivato 50 metri più avanti, ci salgo di corsa, aiutato da qualcuno estraneo alla mafia delle agenzie a caricare il trolley: pago il mio biglietto di due euro e finalmente si parte.

* * *

tutta questa è una premessa che non lascia traccia nel video, che vi immette direttamente sul bus, come se, già immemori di tutti questi fastidi e semplicemente beati dal pesaggio, foste affacciati al finestrino a guardare, sui tornanti di una strada di montagna di strepitosa bellezza, dal carattere molto più selvaggio della analoga su cui sono salito pochi giorni fa a Dieng Plateau sempre fino a oltre i 2.000 metri: rare le coltivazioni, fitte invece le foreste, rari anche i paesini, due, regolarmente imbandierati di rosso e giallo per qualche sconosciuta festa locale.

e soprattutto il cielo, prima che l’altitudine porti alle nuvole inevitabili: e poi picchi, torrenti, un autobus con i viaggiatori giovani arrampicati sul tetto (come in Nepal) e appesi fuori, burroni su cui stridono le ruote che arrancano salendo.

poi una frenata, ed eccomi scendere sull’ultimo tratto malamente asfaltato di un borgo di forse trenta case, la metà alberghetti o pensioncine a gestione familiare, fortemente dissonanti e costruiti a casaccio.

* * *

il più bello ha perfino una specie di monumento equestre all’ingresso e dalle camere migliori ci si affaccia direttamente sulla meraviglia locale, il cratere, dicono alla reception…

ma queste camere sono finite e per le altre il costo è comunque di 40 euro; mi accontento di una stanzetta in un alberghetto più in basso, che però si è alzato di tre piani, tanto che dall’ultimo, scoprirò, andando in giro curioso come sempre, c’è una specie di scorcio del vulcano, anche da qui e praticamente gratis

ma di tutto ciò al prossimo videoclip…

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