“Invertire la rotta”, quella del Manifesto – 696.

il Manifesto pubblica il 21 dicembre un appello, Invertire la rotta, che a me pare un insulto alla sua stessa storia, e ora dico perché.

in verità l’appello è firmato da alcuni nomi di spicco dell’intellettualità italiana, ma nessuno di questi appartiene alla storia del movimento del Manifesto, e questo potrebbe non essere un caso.

la domanda azzeccata di un commentatore rimane senza risposta:

Cari amici (o compagni?): come mai Valentino Parlato non sottoscrive il manifesto? di lui io mi fidavo e mi fido ancora… a me pare che il problema è accennato, non affrontato.

* * *

l’appello infatti ripete i luoghi comuni che ritengo miopi della vulgata economico-sociale degli ultimi anni, che si auto-definisce di sinistra, ma che io definirei piuttosto strutturalmente democristiana.

la premessa è che “la crisi dura ormai da sei anni. Inne­scata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neo­li­be­ri­smo, esa­spera a sua volta povertà e disu­gua­glianza”.

ma in che senso la crisi è “inne­scata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neo­li­be­ri­smo”? bisogna spiegarlo bene, altrimenti la frase suona a vuoto.

il neo-liberismo ha prodotto e sta tuttora producendo una concentrazione di ricchezza mostruosa in una parte sempre più ristretta di popolazione, sottraendo questa ricchezza ai consumi di massa, ed impoverendo il resto della popolazione, con distruzione della classe media.

una parte sempre crescente della ricchezza prodotta viene in questo modo sottratta ai consumi e destinata alla speculazione finanziaria, arricchendo una élite sempre più chiusa e socialmente irresponsabile.

questa, almeno, è la mia analisi, ma quella accennata nell’appello è un’altra: l’accento non viene messo sulla situazione sociale, ma sulle politiche economiche: le cause della crisi non sarebbero strutturali, per dirla un po’ marxianamente, ma semplicemente politiche.

“sono le poli­ti­che di bilan­cio che, su indi­ca­zione delle isti­tu­zioni euro­pee, i paesi dell’eurozona appli­cano per affron­tarla, in osser­vanza ai prin­cipi neoliberisti” le cause della crisi, secondo questi volonterosi quanto forse poco consapevoli difensori dello statu quo sociale.

basterebbe cambiare le politiche di bilancio per risolvere la crisi…

ricominciare ad indebitarsi per sostenere i consumi di massa, SENZA TOCCARE i privilegi dell’élite.

* * *

difficile pensare che una simile proposta politica possa essere definita di sinistra: è infatti non lo è, è interclassista, una volta l’avremmo definita semplicemente democristiana…

naturalmente potrebbe sorgere una domanda facile facile, a sentire riproporre per l’ennesima volta l’uovo di Colombo da firme tanto autorevoli e altolocate: ma se è così semplice uscire dalla crisi, come mai la vostra ricetta, più miracolosa del protocollo segreto Stamina, non viene adottata immediatamente?

in questo caso la risposta punta il dito contro l’egoismo o la cecità della Germania, dove – anche dopo che le ultime elezioni hanno riportato al potere, almeno in parte la sinistra della SPD – la musica non cambia e si continua a rifiutare di continuare la politica dell’indebitamento progressivo, a cui l’inizio della crisi nel 2008 ha del resto fatto mordere la polvere, spedendo diversi stati sulöl’orlo e anche oltre l’orlo del fallimento.

secondo gli ostinati negatori della realtà che riempiono i media italiani, assordando l’opinione pubblica, la Germania e la Merkel sarebbero perfino autolesionisti, perché è chiaro a tutti che avrebbero tutto da guadagnare anche loro, come maggior paese esportatore europeo, da un’Europa spendacciona, anziché da una Europa in austerity.

* * *

ma la parola austerity ad un uomo della mia generazione fa naturalmente venire in mente la parola austerità, che caratterizzava la linea politica del Partito Comunista di Berlinguer negli anni Settanta.

il primo drammatico preannuncio di difficoltà del modello di sviluppo capitalistico con la crisi petrolifera del 1973, spingeva una sinistra che era ancora tale a interrogarsi in quegli anni su un possibile “nuovo modello di sviluppo”.

l’idea, un po’ fumosa, era quella di una organizzazione sociale diversa sia dal capitalismo che dal socialismo burocratico: l’intuizione, confusa, era che non si potesse lasciare al libero scatenamento dello spirito d’avventura e di rapina del capitalismo il destino di questa fragile umanità.

i limiti delle risorse del pianeta rendevano questa scelta folle ed auto-distruttiva, secondo quella opinione alla quale io mi sento ancora fedele, semplicemente perché la ritengo giusta. 

e il teorizzatore più avanzata della necessità di un ripensamento generale della struttura economica e sociale era in quegli anni Lucio Magri, il leader del Manifesto, appunto, che da poco ci ha lasciato con la sua dignitosa scelta del suicidio assistito, che purtroppo è anche terribilmente simbolica del fallimento di una generazione, che oggi definirei la mia, nonostante i quasi vent’anni di meno.

* * *

è più che probabile, anzi è certo ed evidente, che questa intuizione dei Limiti dello sviluppo, che richiedevano un abbandono del capitalismo, fu rifiutata da chi stava al comando, che scelse in quegli stessi anni, nell’Italia e nel mondo, la strada esattamente opposta, la strada auto-distruttiva del capitalismo selvaggio.

ma il problema, a parere mio, sta esattamente ancora negli stessi termini: quanto si può resistere alla crisi se non si è in grado di mettere razionalmente sotto controllo lo sviluppo demografico, la diffusione del consumismo, un modello sociale di aggressione della natura e dei suoi limiti, che rischia di portarci al suicidio come specie?

* * *

per evitare che il mio appaia, come a volta rischia, un semplice discorso moralistico, cito questo punto della interessante analisi dal blog Triskel182, che riassume il nuovo rapporto di un gruppo di ricercatori internazionali presentato su Trends in Ecology & Evolution  “A horizon scan of global conservation issues for 2014″:

La più grossa preoccupazione è quella incestuosa tra inquinamento e l’attuale sviluppo economico: le attuali valutazioni del mercato azionario dell’industria dei combustibili fossili sono incompatibili con gli impegni dei governi di  impedire che la temperatura media globale salga più di  2 gradi centigradi.

Le stime suggeriscono che a livello mondiale ci siano ancora riserve di carbone, petrolio e gas imprigionate nel sottosuolo, per un valore per circa 4 trilioni di dollari. Le compagnie petrolifere investono circa 650 milioni dollari all’anno per esplorare queste riserve. Ma il loro valore potrebbe scendere drasticamente se non verranno bruciate per via delle normative sulle emissioni che entrano in vigore, il che potrebbe potenzialmente condurre a una crisi finanziaria.

I governi possono essere costretti a scegliere tra il prevenire ulteriori cambiamenti climatici, con il rischio di una crisi finanziaria, o il prevenire una crisi finanziaria, ma rischiando ulteriori cambiamenti climatici.

Il nostro sistema finanziario, incluse le pensioni ed il risparmio,  è fortemente dipendente dall’industria dei combustibili fossili e sarebbero colpiti tutti.

* * *

un suicidio umano, dunque, che sembra programmato nei nostri stessi cromosomi, o che forse – per parlare in modo un poco più leopardiano – appartiene potenzialmente ad ogni essere e specie vivente, perché in se stessa “la vita è male”?

se è così, se è vero che la natura e il pianeta hanno dei limiti, ma che la specie non sente di averne, se il modello dello sviluppo infinito è incompatibile con la vita della specie umana in un pianeta limitato e già portato ai limiti oppure oltre i limiti stessi del collasso, allora la proposta politica che viene formulata nell’appello, di seguito, e che la cosiddetta sinistra in Italia ripete come un mantra, è sbagliata.

* * *

ma ci sono errori di ragionamento e di impostazione politica anche più circoscritti:

I Trat­tati euro­pei pre­scri­vono un rigore finan­zia­rio incom­pa­ti­bile con lo svi­luppo eco­no­mico, oltre che con qual­siasi poli­tica redi­stri­bu­tiva, di equità e di pro­gresso civile.

ma il rigore finanziario non è affatto incompatibile con la politica re-distributiva:: anzi una severa e radicale re-distribuzione delle risorse è l’unica strada per uscire dalla crisi!

bisogna tagliare alla radice i redditi dell’élite per redistribuire la ricchezza sociale: in un sistema nel quale un Marchionne guadagna come 3.000 operai della FIAT, occorre colpire con tassazioni adeguate i redditi di Marchionne, per dirla con un esempio.

e questo non ha nulla a che fare, in tutta evidenza, con il rigore finanziario dello stato: se occorre introdurre in Italia forme di reddito minimo garantito, questo va realizzato non allentando i vincoli di bilancio dello stato, ma tassando le rendite finanziarie e gli alti redditi.

* * *

È urgente un’inversione di ten­denza, che affidi alle isti­tu­zioni poli­ti­che, nazio­nali e comu­ni­ta­rie il com­pito di rea­liz­zare poli­ti­che espan­sive e alla Banca cen­trale euro­pea una fun­zione prio­ri­ta­ria di sti­molo alla crescita.

Ammesso che con­si­de­rare il pareg­gio di bilan­cio un vin­colo indi­scu­ti­bile sia potuto appa­rire sin qui una scelta obbli­gata, man­te­nere tale atteg­gia­mento costi­tui­rebbe d’ora in avanti un errore imper­do­na­bile e la respon­sa­bi­lità più grave che una classe diri­gente possa assu­mersi al cospetto della società che ha il dovere di tutelare.

queste sono autentiche sciocchezze, sono un delitto verso le generazioni del futuro che si troveranno caricate dei debiti che noi stiamo facendo oggi; peggio del peggio: sono la ricetta della catastrofe planetaria, accelerando l’esaurimento delle risorse del pianeta verso l’imminente colla sso finale di cui questa crisi rappresenta soltanto un pre-annuncio storico.

del resto, per capire quanto sia sciocco questo mantra basterebbe chiedersi come mai alcuni paesi, dalla struttura sociale e civile nonché etica più solida del nostro, come gli USA o la Germania, stiano uscendo indenni da questa fase della crisi, mentre noi dobbiamo invocare un cambiamento di rotta dell’Europa, per trovare qualche alibi alla nostra incapacità di soluzione.

manca però in questo momento in Italia e nel mondo una convincente risposta di sinistra alla crisi in corso: manca una sinistra capace anche soltanto di immaginare, ma soprattutto di proporre e battersi per un modello di vita sociale meno dispersiva, consumistica, devastante; manca un Manifesto del nuovo millennio, direi,c on buona pace dei volonterosi continuatori di quella esperienza che io considerato oramai già chiusa dal 1976.

* * *

in questo contesto in cui le masse più povere della popolazione sanno soltanto invocare più consumi, più Facebook, più I-phone, occorre dirsi una verità brutale, per chiudere la partita dei falsi discorsi.

c’è più verità storica nella destra europea di Merkel o di Monti, che comunque impone almeno il pareggio di bilancio e delle limitazioni all’indebitamento, che nella sgarruppata pseudo-sinistra che invoca la ripresa dei consumi.

è per questo semplice motivo che la destra rigorista sta vincendo a livello europeo: perché ha più verità e più storia dalla sua parte.

e una sinistra, che chiede di invertire la rotta, perché in realtà l’ha invertita lei rispetto alla sua storia ed ha rinunciato al suo passato, è priva di una proposta attendibile e va lasciata affondare nella sua totale inutilità politica attuale.

* * *

probabilmente game is over da un pezzo (dal 1976? quando appunto io abbandonai quel gruppo).

i punti decisivi della vittoria del capitale e della sconfitta della specie umana vinta da se stessa sono stati segnati negli anni Settanta.

non rimane, lo dico con estrema tristezza, che attendere il peggio, attrezzandosi qua e là, a livello almeno individuale e di piccolo gruppo, per provare a prolungare le possibilità di sopravvivenza delle persone che amiamo, facendo delle scelte profetiche che garantiscano loro un futuro di auto-sufficienza alimentare ed energetica fino a che si potrà.

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