l’elefante sacro del tempio Sri Meenakshi a Madurai, Tamil Nadu, India – video indiano 6, 26 – 1.

parlerò soltanto dell’elefante del tempio di Madurai, che sta nel cuore del tempio, benevolo e benedicente: raccoglie con la proboscide la piccola offerta del fedele, la ingoia, e in cambio gli restituisce un buffetto sulla testa come segno propiziatore: sacerdote perfetto, ben addestrato al fatto che le benedizioni non si danno gratis, e a mio parere ben piú sacrale e autorevole di un vescovo o di un cardinale qualunque, nella sua dimensione extraumana cosi imponente che ne certifica sensibilmente la divinità.

ecco, mentre scrivo mi viene in mente che il principio del sacro elefante di Madurai, è lo stesso che governa la costruzione di templi sterminati come questi: rendere indiscutibile il carattere divino del tempio per la sua stessa mostruosità sovrumana, che si trasferisce a tutto cio che esso contiene.

381. XI, 9. the semisweet flavour of Madurai.

anche nel videoclip, dunque, l’elefante sta, massiccio e solenne, con qualche tintinnante catena addosso e la grande testa colorata da segni magici bianchi, in una nicchia del tempio sontuoso, al centro della zona dedicata al culto.

grasso e pacioso come un monsignore, ha la funzione di impartire una benedizione filantropica con la proboscide a chiunque gli si avvicini a testa china, meglio se con una qualche offerta di noccioline nascosta in una mano, che lui scoverà subito grazie al fiuto e incamererà, simoniaco senza colpa, come una ricompensa dovuta al buffetto beneaugurale che dà subito dopo al fedele raccolto in preghiera.

è come un vescovo che dia affettuosi scappellotti alla cresima, l’elefante, ma il fatto che la benedizione venga da un animale, sia pure così solenne da essere quasi elevato al di sopra della sua natura, è già la traduzione simbolica in rito della fede nella re-incarnazione e della conseguente fraternità universale dei viventi, che è il centro stesso dell’induismo.

* * *

là dove noi occidentali vediamo una bestia, sia pure bardata in maniera sacrale, l’indiano induista vede un’essenza, un’anima pellegrina, che in quel momento ha assunto quella forma, ma che potrebbe trasmigrare altrove.

è abbastanza evidente come nell’induismo la realtà occidentale, consistente e numerabile, è soltanto un velo di Maya abbastanza trasparente e che l’indiano ha a che fare non con i corpi, transeunti e fugaci, ma con quel che di eterno i corpi nascondono momentaneamente.

mi si dirà che anche il cristiano ha la fede nell’anima, ma io – senza rispondere che oramai in Occidente chi non crede all’anima sono i più – replicherò invece che le nostre anime sono destinate a svelarsi come tali solo nel paradiso immaginario del post-mortem, mentre in India le anime circolano tra noi in vita, dentro quelli che noi consideriamo corpi e gli indù, invece, soltanto rivestimenti provvisori di un ciclo, che ha come obiettivo finale la completa liberazione da ogni forma di vita.

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dev’essere per questo che l’elefante sacro diffonde nel santuario un senso di fraternità universale, anche soltanto grazie al suo quieto dondolio e ai suoi gesti perfettamente ritualizzati.

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per chi si fosse perso a suo tempo il pluricitato post, scritto durante il viaggio quella sera stessa e ricordato all’inizio, riporto un secondo pezzo, di bravura (?), che descrive un ulteriore momento della vita del tempio e relativa funzione del pachiderma, che vengono documentati nel videoclip.

quando la montagna di carne vivente elefantina diventa il teatro di una prova di coraggio per i bambini, che noi potremo trovare piuttosto crudele sia rispetto ai bambini, sia perfino all’elefante, ma che è tipicamente indiana a sua volta…

ma vi è un secondo aspetto del rito che è ancora più curioso: ogni tanto un genitore, dopo che l’elefante ha benedetto una bambina, gliela affida: la bambina viene rapidamente sollevata nelle braccia del conducente del bestione (aveva un nome nei romanzi di Salgari ma ora non lo ricordo più) e, mentre questo la tiene stretta a sè, l’elefante accenna, con un passo quasi giocoso che da solo dovrebbe evidenziare lo scherzo, a volersene andare da lì e a portarla nei regni favolosi degli elefanti giganti, lontana dal suo grigio mondo consueto.

all’elefante ridono gli occhi piccolissimi sepolti nel faccione immenso, e la bambina dovrebbe pur sapere che il muso della bestia è pur sempre lo stesso di Ganesh, il dio della buona fortuna e della felicità, anche se conquistata a prezzo di una terribile prova, che ho già descritto altra volta e che quindi ora non ripeterò, e quel movimento dondolante della testa immensa non è minaccioso, come appare visto da lassù, ma semplicemente divertito.

sì, l’elefante si diverte moltissimo a questo gioco, ma le bambine molto di meno: eccole che urlano disperatamente, tendendo le mani verso i genitori che trovano molto commovente questo loro attaccamento, ma si limitano a sorridere come il pachiderma, fino a raccoglierle solo alla fine, stremate tremanti incedule che tutto sia stato solo un sogno pauroso, che sia concesso il ritorno a casa.

stranamente ho visto questo rito solo in apparenza crudele applicato solo alle bambine, e penso che possa essere per loro una specie di preparazione simbolica al matrimonio.

una sola bambina non trema: sottile, rigida, impavida, con le sue piccole gambe allacciate attorno alle orecchie del mostro, guarda avanti verso la meta di questa avventura, lanciandogli un segnale battendo sulla fronte: vai, non fermarti, portami via con te.

quella bambina non si sposerà mai: non dimentico la sottile inquietudine, l’angoscia non detta nello sguardo di questi genitori che hanno messo al mondo una bambina che non piange.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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