traffico indiano visto da un risciò a pedali a Madurai, Tamil Nadu, India – video indiano 6, 27 – 4.

l’indomani scelgo di visitare quel che resta dell’antico palazzo reale. (…) è uscito il sole.

383. XI, 10. come la bambina perse i suoi capelli a Tirunparankundram.

nuova giornata, 8 novembre 2010, nuova Guest House: a inizio mattina mi trasferisco in un’altra, non cosgliata dalla Lonely Planet, ma individuata con una visita personale diretta, che dà direttamente sull’area dell’enorme tempio di Madurai: dalla finestra della camera vedo ora il suo angolo sud-orientale.

e, dpo alcune commissioni, già abbastanza tardi, prendo un ‘rikscha’, cioè un grosso triciclo a pedali per raggiungere la mia meta.

* * *

questa scelta mi dà sempre un poco di imbarazzo, ha in se stessa qualcosa di coloniale, dal mio punto di vista; ma la realtà in cui sto vivendo prevede questa situazione, e io non viaggio per cambiare il mondo; in fondo lo squilibrio di potere economico tra me e molti degli indiani tra cui mi aggiro in questo viaggio non è rimediabile da me; sarebbe peggio – mi dico – se usassi un taxi.

anche un mezzo pubblico – ammesso che ce ne siano e che alla fine non risulti addirittura più lento arrivare alla meta usandoli – non mi dà la stessa emozione: sarebbe una scelta puramente funzionale.

e io sono in India, diavolo!

mi dico che in fondo do da mangiare per un giorno all’uomo asciugato dalla parsimoniosa povertà che si mette a pedalare davanti a me: insomma sto facendo una specie di “diversamente elemosina”.

brutta cosa anche l’elemosina, ma questa è meglio, perchè quell’uomo sta “lavorando” per me, e dunque conserva la sua piena dignità, non viene umiliato da una moneta che non è regalo, ma ricompensa per il lavoro dei suoi muscoli.

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io mica lo sapevo, prima di scrivere questo post, che il risciò è stato inventato soltanto verso il 1875 in Giappone, dove si chiamava jin riki sha, 人力車, cioè 人 jin persone, 力 riki  potenza, 車 sha mezzo a trazione (il traduttore automatico dà “auto”, ma ovviamente nel 1875 il significato non poteva essere questo).

il risciò – rikshaw in inglese – fu inventato da un prete inglese missionario; sostituì le portantine: un uomo al posto di due; ed ebbe un successo straordinario in tutta l’Asia; sarebbe forse il caso di riscoprirlo anche qui, tanto è ecologico.

ma in Europa il risciò non ha avuto vita, fino ad oggi: mancavano (ancora?) le condizioni sociali della sua diffusione.

* * *

è il 12 gennaio e aggiungo una nota estemporanea.

riguardando le foto del 2011 ho ritrovato quella di un cartellone della Casa delle culture di Stuttgart, da una mostra dedicata all’India e parla appunto dei risciò.

A Delhi ci sono 600.000 risciò a pedali (avete letto bene: stiamo parlando soltanto della città di Delhi). Guidare un risciò è una forma di lavoro facilmenter accessibile. Molti guidatori di risciò sono immigrati stagionali dal resto dell’India. Quattro milioni di persone dipendono dal reddito del giro d’affari dei risciò. Un guidatore di risciò guadagna 2-3 euro al giorno. Da questo bisogna detrarre un quarto per l’affitto del veicolo. I possessori delle flotte di risciò, che possono comprendere fino a 500 veicoli, sono per la maggior parte ex-guidatori o meccanici. Gli amministratori comunali e la polizia ricavano mensilmente fino a 1.500.000 euro per atti di corruzione da parte dei guidatori e dei possessori di risciò. Con i risciò si percorrono a Delhi ogni giorno fino a 15 milioni di km. Per farli le auto consumerebbero 500.000 litri di benzina. In vista dei Giochi del Commonwealth 2010, per  i quali Delhi si presenta come “World class city”, l’amministrazione cerca di bandire tutti i risciò dal panorama cittadino. Condizioni complicate per ottenere le licenze rendono praticamente impossibile fino al 2010 guidare legalmente un risciò. Ma un giudizio rivoluzionario della Corte Costituzionale ha dichiarato nulle queste condizioni.

bortocal ha letto queste cose solo un anno dopo (e si era anche dimenticato di averle lette): quindi lasciategli prendere il suo normale e quotidiano risciò a Madurai, senza innaginare nulla dell’intero mondo che ribolle dietro queste semplici tre ruote e le loro latte colorate.

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il filmato è molto breve e cerca di cogliere le impressioni che fa muoversi nel traffico urbano di Madurai per il breve tragitto fra il tempio della dea Sri Menakshi e i resti dell’antico palazzo reale, che si trovano in realtà a soli 20 minuti a piedi, ancora nell’area storica della città e proprio a sud est del tempio; ho l’impressione che il mio risciò-driver abbia fatto un lungo giro per strade semi-peririferiche per giustificare un prezzo per lui importante e per me comunque sempre irrisorio.

già ho dedicato un vecchio filmato su un mio viaggio in India precedente all’Indian trafic, uno dei fenomeni che rendono questo paese speciale (almeno fino a che non si prova a circolare nel mezzogiorno d’Italia o in Egitto).

qui il modo in cui il mio risciò affronta l’attraversamento di una rotonda è da manuale.

* * *

per il resto ecco una antologia di immagini della polverosa e piuttosto squallida India moderna, con la sua alternanza di cellulari e vacche sacre, di motorini e di carri, in un generale cattivo gusto che però misteriosamente conserva un suo fondo autentico.

credo di avere trovato la chiave di volta per l’interpretazione di queste povere scene nel sottofondo musicale che ho trovato per il videoclip: che è quello di un film di Bollywood.

ecco, io credo che gli indiani si muovano nelle loro città caotiche con la musica di Bollywood nel cuore, e questo spiega forse perché alla fine anche queste periferie da via Gluck conservano per il viaggiatore qualche motivo di interesse.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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