cinque anni fa: memorial Byron Bay, Australia – 9.

riordinando i materiali del mio archivio virtuale ho ritrovato foto e riprese del viaggio in Australia del dicembre 2008.

eccoli in un nuovo videoclip fuori serie montato ieri e già pubblicato, dedicato alla spettacolare Byron Bay, tra Brisbane e Sidney: una boccata di luce e di sole in queste giornate grigie.

e non la faccio troppo lunga con rievocazioni memoriali; se a qualcuno interessa può leggere la cronaca della giornata a Byron Bay (e altro) qui: però solo la seconda parte!

anzi, facciamola meno complicata ancora: ve lo ricopio dopo il videoclip e potrebbe quasi servirvi da commento.

* * *

il primo tratto di viaggio è di tre ore lungo una costa balneare densa di grattacieli e centri residenziali, durata che sull’orologio diventa di 4 addirittura.

fortunosamente me me accorgo all’ultimo momento con una sagace osservazione che mi salva dal perdere il pullman successivo la sera.

dato che nell’abbandonare il Queensland rurale di Brisbane e nell’entrare nel Nuovo Galles del Sud di Sidney, si passa anche dall’ora solare a quella legale, con l’aggiunta di un’ora in più.

e mi viene da ridere ricordando come Marta mi ha spiegato questo ostinato rifiuto dei cow-boys del Queensland per l’ora legale: “farebbe male alle mucche”!

come se le mucche avessero orologi o senso del tempo, e il problema non fosse tutto degli umani, o meglio dei vaccari, che si devono alzare alla stessa ora di prima, ma avendo addosso un orologio che la segna un’ora dopo!

ma tant’è, siamo nello stato del Far East che definisce se stesso “smart”, cioè furbo!

– qui ci vorrebbero i fanosi tre asterischi di separazione, ma se ce li metto, salta tutto il post, e quindi metteteceli voi con l’immaginazione). –

avendo spezzato il viaggio in due, mi restano circa dieci ore fino alla notte che ai tropici scende sempre comunque improvvisa anche d’estate, per esplorare Byron Bay, localitá famosa, che mi aspetto quindi devastata da un tursimo di massa confuso e fastidioso.

e invece eccola, in una delle sue spiaggette più appartate dove si respira qualcosa che sembra mare, ma è oceano, e che oceano, il ventre stesso liquido della madre terra, il Pacifico.

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(non riesco assolutamente ad immaginare come mai il brano scritto fra le due fotografie risulti azzuzzo, ma sono felice così)

* * *

la giornata trascorre camminando, a oltranza (quasi suicida, direi): ho con me del cibo e non devo neppure interrompermi per andare a mangiare.

prima raggiungo delle spettacolari calette rocciose.

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poi mi riposo in un anfratto all’ombra fra gli scogli.

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salgo al faro.

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lungo il percorso ho anche il tempo di immergermi nella boscaglia e di incontrare quelle specie di lucertoloni preistorici lungo meozzo metro che sono piuttosto comuni in Australia.

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nel pomeriggio ritorno alla spiaggia che traverso tutta risalendo verso una zona quasi del tutto abbandonata, verso nord, fino alla foce di un fiume.

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sono ore solitarie, trascorse con i gabbiani; e anche quando incrocio un paio di turisti italiani non mi faccio riconoscere, taccio.

mi riempie l’azzurro, mi basta il respiro delle onde: questo è un posto dove anche solo essere vivo è un atto di bontà.

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a che penso tutto questo tempo?

non lo so, devo avere disattivato il pensiero verbale: penso per profumi, penso per lo sciabordare delle onde, penso e sono risacca, mare, sono il cielo, sono il no-where, come direbbe adriana, sono il senza dove.

non essere più nessuno, non avere altro dovere che quello di essere alle 21 alla stazione del bus, ricordando che sarebbero le 20 di Brisbane, essere solo ricordi dei propri cari, e per il resto essere gambe che scivolano sul punto in cui arrivano le onde sulla sabbia.

fermarsi stupito a guardare le rocce.

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le alghe.

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* * *

ma dopo tante ore di estasi mistica, ho la sensazione che qualcuno mi segua, anzi, sbirciando con la cosa dell’occhio mi accorgo che è veramente così.

la figura ha un passo più svelto del mio, cosa poco difficile perché la delizia dello spirito non ha impedito che in così lungo girovagare i miei piedi abbiano cominciato a soffrire.

e infine eccolo che mi saluta e che mi si fa avanti: ha un grosso insetto morto fra le mani, voglio vederlo?

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è un ragazzo con un turbante in testa quello che mi parla, dice di essere francese.

francese? ma di fronte al mio francese, peraltro incerto ed approssimativo, il suo appare quasi meno fluido del mio e preferisce tornare all’inglese.

strano perché dice di essere in Australia solo da due mesi.

e che cosa ci fa qui? lavora?

no, niente lavoro, ma è qui per degli studi di design.

“lo sai che in Italia a Milano c’è una scuola di design molto famosa in Europa?”

ma Charles mi guarda un poco controluce sotto il turbante con aria perplessa.

per design mica intende quello che intendo io.

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* * *

siamo arrivati al fiume intanto, una donna solitaria sull’altra sponda.

ma le acque di questa corrente sono veramente inquietanti: di un colore rosso ruggine molto vivo.

“che facciamo?”

“qui c’è tutta la merda della città”, mi dice lui.

“ma no, non c’è nessuna città, io passo”.

“io faccio quello che fai tu: se tu passi, passo anch’io”.

(bella questa battuta, e mica stavamo giocando a poker, almeno credo.

perché Charles me lo dice con un’onbra di abbandono nella voce, come se si trattasse non di un guado occasionale e non particolarmente difficile, ma del passaggio ad un’altra vita).

io mi arrotolo i calzoni e passo ovviamente, sicuro che non mi prenderò alcuna infezione, e faccio bene: a casa la guida mi informerà che si tratta semplicemente di alghe, alghe rosse.

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* * *

dall’altra parte del fiume ci stendiamo quasi subito sulla sabbia, Charles ed io, dove lui ha urgenza di spiegarmi il suo concetto di design.

che è poi una progettazione ambientale, in realtà.

io intanto considero che Charles è certamente un bugiardo, Charles è arabo e che diamine, mica francese!

che fastidio mi dà la tipica abitudine araba alla menzogna, l’infantile gioco con cui nascondono i loro complessi verso gli occidentali!

ma il presunto Charles non ha molto tempo di accorgersi della mia sospettosità nei suoi riguardi: con le dita sta tracciando il progetto di una fattoria ecologicamente sostenibile anche in un ambiente povero di piogge.

ecco che disegna sulla sabbia lievemente obliqua una collina in pendio nella realtà, con la sua recinzione e dei cannali che la traverseranno orizzontalmente per impedire all’acqua di disperdersi via, e per raccoglierla e convogliarla ad un piccolo bacino di raccolta.

e sotto uguale, e sotto uguale ancora: lo schema si ripete, fino a rendere fertile tutta la pendice di quella collina immaginaria.

freneticamente Charles disegna.

“il mio insegnante, mi dice, nel mar Morto è riuscito a far crescere le ciliegie, com questo metodo, e pensa che lì forse piove una volta all’anno”.

(strano, penso io, non ho proprio visto piantagioni di ciliegie in Giordania a marzo, e poi che ci fa un insegnante francese a prgettare fattorie in Giordania?

Charles, o comunque tu ti chiami, Abdul o Mohammed, tu sei siriano, e il tuo traballante francese è un’ultimo scampolo di eredità coloniale, che ti consente di spacciarti come europeo con me, ma a che pro?).

“effettivamente anche qui in Australia c’è il problema dell’acqua”, assento.

“vedi? vedi che tu mi hai capito?”

l’esposizione di Charles è finita: e adesso che farà? mi domando inquieto, non c’è molta gente qui attorno, e mi sembra un ragazzo ormai sbandato, allo stremo, forse alla ricerca di un padre provvisorio, di un’ancora di salvezza.

non certo io, vero Charles?, che stanotte parto, come ti ho detto, per Sidney.

Charles ha illustrato il suo progetto con l’entusiasmo della disperazione:

“io cerco qualcuno che mi aiuti a realizzarlo”, dice, “io lo troverò”.

e di colpo si alza, raccoglie il suo scarafaggio morto e se ne va.

se ne va sulla sabbia verso un luogo che sono sicuro che è solo sabbia e alberi, perché io lo so che Charles non ha casa, non ha soldi, non ha nessuno.

ha solo questo sogno assurdo, disperato, che lo farà morire lì in Australia, dove dio solo sa come ha fattom ad arrivare: come turista, credo, ed ora è clandestino.

eccolo Charles che risale la spiaggia in pendenza come le sue fattorie immaginarie, ed ecco che io riprendo la strada del ritorno, sconcertato da questo suo improvviso addio da un padre mancato e mentre il sole oramai precipita verso la notte.

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* * *

cercando una strada alternativa mi disperdo in un piccolo sobborgo australiano sulle rive di un laghetto, fra cicliste col caschetto e surfer che rientrano a casa dal mare.

P1010144ma poi sono costretto a tornare di nuovo per la via della spiaggia.

dopo un paio di chilometri, un enorme disegno ad arabeschi occupa la sabbia semibagnata: sembra tracciato dalla mano di Charles; anzi, è sicuro: ecco infatti lo scarafaggio morto al centro, abbandonato lì – impossibile che ce ne sia un altro uguale nella spiaggia.

ed è strano, perché Charles se ne era andato dalla parte opposta, verso la boscaglia.

in fondo, superata una piccola cresta di scogli, ecco una ragazza mulatta che balla con i suoi amici nella sera al ritmo di alcuni tamburi esotici.

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* * *

non mi rimane che partire da Byron Bay.

nella notte una mezzaluna quasi orizzontale e due pianeti ai bordi dei suoi due corni disegnano nel cielo di perla nera una specie di sorriso beffardo.

tento invano di fotografarlo: la camera mi restituisce solo ghirigori assurdi come la mia giornata, nei quali riconosco come il disegno della mente di Charles, dei suoi progetti.

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ma l’autista ha una meta precisa, prima di portarci a Sidney: l’Osteria cinese del Gambero Rosso.

gambero che brilla, gigantesco, assurdo, cafone, nella notte che si è come raggelata.

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8 risposte a “cinque anni fa: memorial Byron Bay, Australia – 9.

    • ahha ahha, afo.

      di’ piuttosto come fanno loro a trovare me… 🙂

      mi sono accorto molto presto di avere una specie di forza di attrazione magnetica per questi casi.

      qualcuno ricorderebbe il proverbio italiano: Dio li fa e poi li accompagna – nel senso di “li fa incontrare”, ma anche “li mette assieme”, ma qui, per fortuna, no.

      io penso che possa essere quell’aspetto particolare della curiosità che è la disponibilità ad ascoltare senza giudizi preventivi.

      quanti altri si sarebbero fermati a parlare, in questo caso?

      • direi che pochi si sarebbero fermati… ma eri lì in vacanza, quindi per te turista curioso era una scelta più facile.

        comunque mi chiedo se qualche volta, tornato a casa, ti capita di chiederti che fine avranno fatto tutte le persone diversamente normali che incontri in giro per il mondo 🙂

        • eppure c’erano migliaia di turisti su quella spiaggia meravigliosa, però lui è venuto soltanto da me, che io sappia…

          non riesco a ricordare tutti gli incontri che ho fatto girando il mondo, naturalmente, ma di molti, che si sono stampati nella mente, ebbene sì, me lo chiedo, e a volte con nostalgia intensa.

          di alcuni, per fortuna so anche la risposta: Santosh, il nepalese, conosciuto nel 2007, è venuto in Europa e fa il mandriano in Norvegia per sei mesi l’anno, poi deve tornare lì; ho cercato di aiutarlo a impiantare un commercio di Kashemire nepalese con l’Italia, ma la cosa non ha avuto successo; un altro ragazzo del Nepal, ma di famiglia molto ricca, vive ora in California; un altro Santosh, indiano, conosciuto nel 2006 e visitato nel 2009, è diventato ingegnere informatico, finalmente; Amrit, conosciuto nel 2009, un immigrato interno dall’Assam nel Kerala, che viveva una emarginazione legata a questa sua condizione, mi aspetta il mese prossimo, e allora ti saprò dire meglio che cosa è successo di lui quattro anni dopo; Mike, il texano che viaggiava l’India sacco in spalla in India nel 2010 e lavorava negli Emirati, è rientrato in Texas e fa il consulente finanziario: ho ancora da restituirgli la sua stuoia da preghiera che aveva dimenticato in hotel.

          ovviamente il blog è uno strumento eccezionale di potenziamento della memoria e sono i social network che permettono di restare in contatto dove in passato sarebbe stato impossibile.

          altri personaggi li ho conosciuti in altri contesti; aggiungerei alla lista una docente che insegnava all’Asmara e ora vive in Argentina, oppure il ragazzo bresciano che lavorava in Myanmar per il Tribunale Internazionale ed è rientrato in Italia.

          niente so della ragazza tunisina che si erano messi in mente di farmi sposare nel 2003, invece! e io sono anche tornato a trovarla, perché non avevo capito niente… 😦

          ovviamente è internet, sono i social network lo strumento principale di altri di cui niente altro si sarebbe riusciti a sapere in altri tempi….

          • magari eri quello che più degli altri sembrava francese. Ti avrà scelto per quello. Oppure ti avrà visto da solo e pensato che saresti stato il meglio disposto a fargli compagnia per un po’.

            ah, quindi durante i viaggi hai rischiato anche di sposarti?
            quando l’avrai scoperto sarai scapato a gambe levate… 😀

            è interessante come è piccolo il mondo. Eppure la probabilità che due persone, soprattutto così lontane, si possano incontrare è molto bassa. E’ poi molto bello che anche dopo anni ricordi ancora qualcosa di loro.

            • non ho mai pensato di poter avere un’aria francese… 🙂

              però certamente non avevo un’aria australiana, sarà andato per esclusione. 😉

              sullo sposalizio mancato mamma mia…, che lacrime l’addio, e io che mi sentivo un criminale perché mi avevano tenuto a dormire in casa della ragazza e pensavo di averla sputtanata…

              per il resto, cliccare continuamente e riprendere aiuta a ricordare, certamente… 🙂

  1. commento via mail:

    ….”ma è oceano, e che oceano, il ventre stesso liquido della madre terra, il Pacifico.”

    Mi stupisco nel constatare una dimenticanza imperdonabile.
    E’ la prima volta in vita mia che a capodanno non vado a bagnarmi nel mare.
    Ma come è potuto accadere?
    Si, è vero, perché durante tutta la vita era un’abitudine anche dei genitori portarci al mare il primo dell’anno.
    In qualsiasi parte del mondo ho potuto sempre raggiungere il mare.
    Anche quest’anno il mare era raggiungibile facilmente.
    Ma cosa è cambiato nella mia vita?
    Essere coinvolti e girare in questa trottola che è diventata la mia esistenza e le giornate che si rincorrono come in una corsa ad ostacoli.
    Tutto questo per ringraziarti e avermi portato il mare a casa con le tue descrizioni intervallate da foto, mi è sembrato di toccarlo .
    Nuovissimo e piacevolissimo seguire questo modo di raccontare intervallato da immagini, non so se lo hai fatto altre volte ma mi pare di vederlo per la prima volta nel tuo blog.
    Che piacevole ed emozionante percorso.

    Il Faro : bello quel faro anche se troppo chic.
    Amo il faro e la sua immagine mi dà serenità.
    Mi piacerebbe vedere sempre un faro che mi dia sicurezza con la sua luce, e mi indichi la strada da intraprendere.

    Ciao, alla prossima.

    • bellissimo commento, questo.

      tempo di inizio d’anno, tempo di bilanci, di auto-analisi, di interrogativi sulle prospettive: tempo anche un poco doloroso, forse, se ci costringe a fare i conti con noi stessi.

      donarsi agli altri è bello e riempie la vita, ma allo stesso tempo la svuota.

      assomiglia a una piccola innocua dolce droga: ci rende felici subito, ci lascia insoddisfatti in qualcosa quando riusciamo a distaccarci un momento da quel bisogno che presto ci riprenderà.

      – questo modo di raccontare i miei viaggi precede quello che li accompagna attualmente ai videoclip, quindi non è affatto nuovo, e certamente è anche più vivo alla lettura.

      ho dovuto abbandonarlo (a parte i problemi di tempo, perché caricare le foto è piuttosto lento) per problemi di spazio.

      in questo blog ho oramai occupato quasi il 92% dello spazio disponibile e tra un po’ dovrò chiuderlo per mancanza di spazio, oppure tornare indietro a cancellare le fotografie; e ben 40 MB sui disponibili sono stati occupati dalle fotografie nel 2013, anno nel quale ne ho usato pochissime e quelle poche quasi sempre leggerissime.

      basta guardare al blog bortografia, fatto solo di fotografi, che con un centinaio di fotografie in formato normale (ogni foto è di 4-5 MB) ha già occupato circa un quarto dello spazio disponibile.

      stranamente, invece, ricopiando le foto da un altro blog, come in questo caso, lo spazio occupato è pochissimo: forse le foto sono già state ridotte in un altro formato leggero.

      occorrerebbe poi parlare del Faro: forse non si deve trovare un faro, ma diventare noi Faro a noi stessi.

      capisco però che ci sono molte situazioni nelle quali questo non appare realizzabile.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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