contro l’idea di colpa – 46.

Si ripete lo scenario, e io so già perché.

Se hai avuto una madre depressa la cercherai per sempre altrove, e non farai fatica a trovare la sostituta.

Ma non è questo che ora mi importa, anzi già questo pensiero mi allontana dalla meta.

Il mio problema è come interpreto quello che succede, cioè come reagisco.

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Ho a disposizione un’interpretazione tradizionale, che per comodità definirò cristiana: è l’immagine della persona umana basata sull’idea di responsabilità.

Tu, in questa interpretazione, sei responsabile di quello che fai.

Se tu ti comporti da persona stronza, allora significa che hai voluto esserlo.

Resta soltanto da capire se la tua malignità è momentanea o generale.

Ma se tu sei responsabile tanto di una cattiva azione occasionale, quanto di un generale modo scorretto di comportarti, io sono carico quindi di rancore nei tuoi riguardi.

Se mi ha fatto del male, consapevole di quello che facevi, il mio impulso naturale è di vendicarmi.

Il cristianesimo ci aggiunge però che devo perdonarti.

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Che cosa significa perdono?

Che devo dimenticare quello che mi hai fatto?

Cioè che devo permetterti di comportanti di nuovo da persona stronza con me, senza prendere nessuna precauzione?

Significa che io devo essere l’imbecille che si lascia continuamente maltrattare?

Impossibile che il perdono possa significare una cosa così aberrante.

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Probabilmente vuol dire soltanto che devo distaccarmi da te e dimenticare il mio rancore.

Questa scelta funziona se il legame è occasionale e se sono convinto che le tue azioni sono frutto di un insieme coerente di scelte che sarà sempre negativo: chiamiamolo carattere, questa costante nei comportamenti.

Dirò quindi che sei una persona dal cattivo carattere e che agisci facendo del male, forse soltanto a me, forse addirittura a tutti o a quasi tutti, e cercherò di non avere rapporti con te.

(È quello che del resto molti fanno con me: anche io sono una persona dal cattivo carattere, anche se non ho proprio mai, direi, l’intenzione di fare del male agli altri; semmai questo male mi appare solo necessario e inevitabile).

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Ma non funziona sempre, non può essere così semplice.

Ci sono legami basati su connessioni di tipo biologico che non possono essere cancellati: se tu sei un genitore, un figlio oppure l’essere umano con cui hai fatto dei figli, questo legame resterà per sempre, perfino se tu abbandoni il genitore, il coniuge, i figli.

Non avere più rapporti non può significare non essere comunque figlio, genitore o co-genitore.

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In altri casi, non puoi comunque liberarti del rapporto, perché non sei comunque libero di farlo: basta un rapporto di lavoro da cui non puoi allontanarti, far parte della stessa società commerciale, vivere nella stessa casa o nello stesso quartiere.

Anzi, anzi: la maggior parte dei rapporti sono così: la legge del perdono come distacco ed oblio non funziona quasi mai.

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Aggiungi che anche dove in astratto potrebbe, perché il rapporto è assolutamente libero e incondizionato, del tutto volontario e dunque interrompibile per scelta e atto di volontà, le cose non funzionano in un modo così facile.

In generale i rapporti psicologici non dipendono da noi: non basta la volontà a guidare i sentimenti, e anche se posso decidere razionalmente di non volere avere più rapporti con una persona, questo non significa che possa davvero distaccarmi emotivamente da lei.

Occorre rompere davvero la comunicazione diretta, ma poi bisogna aspettare che sia il tempo a produrre i suoi effetti: vi è una elaborazione del lutto la cui durata dipende da quanto era profondo emotivamente quel legame.

Insomma il perdono appiccicato all’idea di responsabilità funziona poco e non si riesce ad applicarlo quasi mai oppure mai del tutto.

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Non solo, ma l’idea stessa di responsabilità appare sbagliata.

Se ho appena detto che neppure io posso decidere di perdonare uno sgarbo subito, perché la mia vita emotiva non dipende del tutto da me e io sono espresso dalle mie emozioni ben più di quanto io possa controllare loro, non sarà giusto applicare questa consapevolezza anche ai comportamenti altrui?

Noi stessi e gli altri, allora, non siamo responsabili di quel che facciamo, questa idea è soltanto un artificio: ha una funzione sociale se deve essere applicata alla punizione di determinati comportamenti, ma è soltanto una convenzione, non ha niente a che fare con la vita psicologica reale di una persona.

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Vi è un modo molto più semplice, lineare e meno costoso psicologicamente di considerare le cose: prendere atto che gli altri non sono né liberi né responsabili nei loro comportamenti, che questa idea della nostra libertà che percepiamo soggettivamente – e neppure sempre, a volte abbiamo come un barlume di presa di coscienza della nostra realtà – è semplicemente falsa.

Come noi, anche gli altri saranno stati soggettivamente convinti di scegliere in piena autonomia ed auto-determinazione, ma non è vero: noi che li osserviamo da fuori lo sappiamo: del resto molto spesso i loro comportamenti sono perfettamente prevedibili, e dove non lo sono del tutto, è abbastanza chiaro che questo dipende dai limiti interpretativi dell’osservatore, non da una diversa natura delle cose.

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Una volta che si sia consapevoli di questo, ci apparirà anche un corollario nascosto: che nella determinazione dei comportamenti il fattore economico in senso lato ha una funzione determinante anche dove rimane oscuro al soggetto.

Intendo dire che ci sono, sì, persone che consapevolmente agiscono in base ad una valutazione cosciente del vantaggio economico; ma questa motivazione del proprio agire produce i suoi effetti anche quando il soggetto non compie calcoli consapevoli.

Ad esempio, un soggetto che si trova in una situazione di bisogno agisce con determinate modalità rispetto a chi può aiutarlo; non ha nessun calcolo consapevole in testa, il suo comportamento è assolutamente disinteressato; tuttavia, se la situazione di bisogno viene meno, il soggetto, senza esserne consapevole, modifica di colpo le proprie regole di comportamento e, ad esempio, interrompe una relazione che improvvisamente gli è divenuta odiosa, e che prima trovava invece così interessante – fino a che una parte inconsapevole di lui pensava che in caso di bisogno gli sarebbe stata estremamente utile.

Chi usa il criterio della responsabilità come chiave di interpretazione del comportamento altrui troverà in questo improvviso cambiamento il segno evidente della malignità e della cattiva fede dell’altro, ma commette un errore.

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In poche parole credere al principio di responsabilità significa negare l’evidenza dei comportamenti umani e ritenere l’essere umano razionale nelle motivazioni del suo agire e consapevole di tutto quel che fa.

È semplicemente falso: siamo esseri determinati.

Subire uno sgarbo grave da chi non ti aspettavi può semplicemente essere interpretato molto meglio ammettendo che ci sono stati dei cambiamenti oggettivi o soggettivi della situazione che hanno spinto il soggetto che adesso ti ferisce ad agire nel modo in cui è stato spinto ad agire.

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Certo, ma noi ci saremmo aspettati che in lui agisse un principio razionale: che, per esempio si dicesse: dopo il tanto aiuto ricevuto, dopo le tante esperienze positive condivise, considerando le belle prospettive di una relazione benefica che continua, mi oppongo a questo impulso facendo appello alla mia ragione.

No, la vita umana non funziona così.

E poi il soggettivo si mescola irresistibilmente all’oggettivo: la positività delle esperienze può essere solo apparente o comunque avere avuto valore molto diverso per chi le condivideva.

E in ogni caso agisce il principio dell’oblio, la forza cancellatrice della vita vissuta quando la vita è ancora in atto; non è necessario che arrivi la morte, la grande riconosciuta cancellatrice del vissuto: la vita stessa in questo non è diversa dalla morte e, per consentirsi di svolgersi nel tempo secondo le esigenze nuove dei tempi nuovi, deve continuamente cancellare quasi completamente il passato.

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L’etica precedente al cristianesimo, quando la visione del mondo e dell’uomo era politeistica, era molto più vicina alla realtà polimorfa della vita umana e delle sue motivazioni: l’uomo era in gran parte agito dagli dei, contraddittorii fra loro; ciascun impulso era una diversa divinità, e l’io appariva realisticamente molto più frammentato ed etero-dipendente, cioè condizionato da impulsi diversi.

Il principio dell’identità individuale, l’anima, era un concetto piuttosto vago, che corrispondeva ad un semplice principio vitale; l’anima non scompariva del tutto con la morte, ma non era propriamente immortale; era come un’ombra che sbiadiva in un incerto aldilà, come l’eco della vita vissuta che rimane in qualche modo ancora in vita dopo la nostra fine mortale e lentamente sbiadisce anche nel mondo di qua.

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Come mai questo mondo polivalente di divinità che ci suggerivano i diversi comportamenti e in qualche modo tutti li giustificavano abbia ceduto il posto ad un mondo di anime immortali responsabili individualmente del bene e del male, questo è l’interrogativo che riguarda una grande trasformazione storica che ancora ci attraversa; quali esigenze la abbiano determinata è difficile a trovarsi.

A me pare che la principale sia stata una esigenza di controllo: il bisogno di avere dei sudditi attivamente impegnati a controllarsi e ad auto-imporsi un’etica dei comportamenti e persino dei pensieri: il bisogno del potere centralizzato di un immenso impero di avere dei sudditi poliziotti di se stessi.

Se il nuovo mondo diventava, come dice Foucault ma prima di quanto pensi Foucault, quello del sorvegliare e punire, allora occorreva una anima solida e responsabile posta nel cuore stesso del soggetto, figlia di un principio divino monocratico, di un Dio unico, che sorvegliasse e punisse se stessa per prima, come longa manus del potere assoluto, universale, catholikòs, cioè onni-pervasivo.

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Gli dei che rendevano l’uomo più libero, perché meno responsabile di se stesso, non possono tornare, ma il Dio unico è morto a sua volta.

Di fronte al problema dell’interpretazione della nostra vita e della comprensione del male che ci viene fatto, di fronte al problema della sofferenza inflitta da altri esseri umani, anche da coloro che ci erano, o addirittura ci sono, più cari, il concetto di responsabilità e di colpa, inestricabilmente connesso al libero arbitrio, ci condanna ad un risentimento che poi ci impone di cancellare col perdono e dunque ci fa soffrire due volte, la prima come vittima dolorante, e la seconda come cor-responsabili della nostra sofferenza, che assume la forma del desiderio di vendetta, perché non sappiamo liberarcene.

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Questa interpretazione della realtà che ci condanna ad una vendetta che ci viene contemporaneamente negata è così assurda, dolorosa ed insensata, che deve però avere qualche contro-partita che la giustifichi, anche dal punto di vista del soggetto.

Ci è stato abbastanza facile capire l’esigenza sociale complessiva della diffusione di una forma di auto-controllo esercitato dai membri di una comunità su stessi, nel momento in cui quella comunità è diventata numerosa e ha superato la soglia critica dell’auto-aggressività collegata alla densità della popolazione in un luogo; ma deve esserci anche un vantaggio secondario soggettivo, che giustifichi l’adesione del soggetto a questa interpretazione delle cose, che – come abbiamo visto – gli rende la vita oggettivamente più difficile da sopportare.

Nello stesso tempo la forma particolare assunta nel pensiero cristiano per la realizzazione della esigenza dell’autocontrollo sociale non è affatto l’unica possibile: altre culture, attraverso altre forme di pensiero religioso, hanno raggiunto lo stesso risultato in forme più rispettose della realtà.

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Infatti convincere una massa incolta di avere un’anima immortale, destinata in un futuro non troppo lontano a ricongiungersi col proprio corpo, per poter fruire di una eterna felicità nel caso questo auto-controllo sia stato realizzato, oppure subire i tormenti di una dannazione eterna nel caso esso sia stato rifiutato o comunque non si sia verificato, in virtù del rispetto del comando del perdono ordinato da un condannato a morte ammazzato, che in realtà era Dio, è un’operazione che ha del miracoloso.

Non era più semplice chiedere di realizzare una vita ordinata attraverso il controllo delle emozioni per raggiungere una condizione di perfetta indifferenza alla vita, che è la felicità assoluta, come fa il buddismo?

Oppure raccontare, lasciando perdere la teoria del perdono, che semplicemente l’uomo ha un’anima immortale che sarà premiata o punita dopo la morte a seconda del comportamento tenuto durante la vita? come fa l’islam…

A me pare di sì.

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E allora dove si nasconde il segreto di questa formula, che induce in occidente ad aderire volentieri alla visione della vita sottostante?

Io riesco a trovarne una soltanto: e consiste nella particolare sottolineatura  nella realtà della libertà umana, che deriva ovviamente dal peso rilevante dato al libero arbitrio.

Questo dato è in realtà comune a tutte le religioni mono-teistiche, e perfino a quelle che non hanno un vero e proprio dio personale come le religioni orientali: se il comportamento personale è libero, se dipende tutto dalle libere scelte individuali, allora la realtà sociale dipende dalla volontà umana, ed agendo sulla volontà altrui diventa possibile, almeno in linea teorica, realizzare i propri scopi sociali.

Se i comportamenti umani sono determinati da forze extra-umane, come gli dei nel poli-teismo, allora quel che succede è determinato in ultima istanza da loro e non dagli uomini; ma se le azioni umane dipendono dalle nostre libere e consapevoli scelte, allora il problema di controllare e dirigere queste scelte si fa centrale.

In ultima analisi, la teoria della libera auto-determinazione incrementa di molto l’aggressività; dicendolo in altri termini, essa è un forte antidoto al fatalismo orientale.

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L’Oriente infatti condivide l’esigenza dell’auto-controllo e dunque una qualche forma di auto-determinazione del soggetto, ma nella misura in cui non prevede quasi mai una vera e propria sopravvivenza dopo la morte, non ne fa discendere una esasperata valorizzazione dell’Io.

E anche nelle forme di buddismo popolare, che invece prevedono sistemi di punizione post mortem che assomigliano a quelli cristiani, tuttavia l’eccessiva aggressività che ne potrebbe derivare è pur sempre temperata dal fatto che il fine morale proposto è quello della negazione dell’Io.

Solo nell’Occidente cristiano la religione che si fonda teoricamente sulla filantropia universale esasperata è in realtà collegata alla assoluta centralità dell’Io che lotta per la salvezza strettamente individuale della propria anima; e dunque l’Io, trasformato esso stesso in divinità immortale, in quanto anima espressa dalla stessa sostanza di Dio, campeggia come fine assoluto della storia.

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È un io tirannico, in realtà schiavo di se stesso: vive infatti in un mondo dove dipende solamente dagli altri, che sono liberi nelle loro scelte, assecondare i suoi desideri.

Il suo mondo non ha altri vincoli che la volontà umana, “la fede smuove le montagne”: la forza delle sue convinzioni può trasformare la realtà, a volte persino direttamente.

La concentrazione nella preghiera a Dio, cioè, per dire meglio, sulla volontà del proprio Io, ha la capacità in se stessa di cambiare le cose, se sufficientemente potente.

L’io cristiano è dunque un tiranno, che si crede il signore del mondo e il padrone della propria volontà, ma in questa sua convinzione che lo rende più aggressivo degli esseri umani che vivono in culture e forme religione che insegnano ben altro senso della misura, esso è più schiavo di altri dei propri desideri e delle proprie passioni, di cui non riconosce la natura esterna alla coscienza.

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Il cristianesimo in realtà finisce con Freud e con gli studi del Novecento sul cervello umano.

Credere alla libera auto-determinazione delle scelte non è più possibile: oggi il posto delle divinità antiche è preso dagli impulsi inconsci che ci determinano nelle nostre azioni e che noi razionalizziamo soltanto a posteriori con l’attività della coscienza preposta al mondo della memorizzazione e non a quello delle decisione.

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Ma il nuovo modello di uomo che nasce dalla rivoluzione scientifica non può più considerare colpevole chi agisce in modo da ferirlo; può soltanto rivolgersi alla legge nel caso queste aggressioni rientrino nei casi previsti dai codici, ma per il resto adirarsi per le scelte altrui non ha alcun significato, dato che non può servire a modificarle.

Esse vano solamente accettate, anche quando fanno male e tanto più perché ci risultano incomprensibili dal nostro punto di vista.

Indubbiamente questa è una specie di ritorno, in altre forme, al fatalismo orientale oppure pagano, ma non può che aiutarci a vivere meglio e in modo meno aggressivo, attutendo la sofferenza e non mettendo in discussione gli equilibri sociali.

50 risposte a “contro l’idea di colpa – 46.

  1. Urca!
    Bortocal…hai scritto un trattato… mi sono arresa a metà…
    a quest’ora non ce la posso fare… 😦

    Insomma in breve: sei per il perdono, per l’allontanamento, la vendetta…o sei indifferente?

    • cara marta,

      ho una connessione incredibilmente lenta, che assomiglia molto alla tortura di Sisiifo.

      mi accorgo che la mia risposta di ieri è finita fuori posto e forse non ti verrà segnalata.

      in ogni caso volevo aggiungere una riga finale, ma ieri sera non ho potuto: forse la risposta che ho proposto a me stesso è l’estraniazione consapevole, che credo possa essere considerata una via di mezzo fra il perdono cristiano e l’indifferenza buddista 🙂

  2. dev’essere l’aria tedesca, sai… 🙂

    sei stata bravissima ad arrivare a metà (ma siamo sicuri che tu abbia resistito tanto?) 😉

    l’idea di metterci un sunto all’inizio era venuta anche a me, ma poi… perché trattenere sulla soglia chi si sarebbe forse avventurato?

    comunque il sunto lo hai suggerito tu, e quindi, eccolo:

    allora, per la vendetta no di sicuro: non siamo responsabili di quel che facciamo, che senso ha punire chi è a sua volta determinato? per provare empatia bisogna stare bene; se uno non la prova è il primo segno che sta male…

    per il perdono no, perché non che cosa voglia dire:
    no se perdono significa smemoratezza
    no se significa forzare se stesso i propri impulsi emotivi

    per l’allontanamento quando si può, ma si può raramente

    l’indifferenza potrebbe essere la risposta giusta, ma solo se fondata su una autentica comprensione..

    e con questa ultima risposta la nebbia deve essere diventata ancora più fitta… 😉

  3. Ho letto tutto troppo velocemente.
    Questo è un trattato a più direzioni.
    Mi verrebbe voglia di tirare fuori “l’empatia”.
    Ora è troppo tardi.
    A presto!
    Un sorriso, Bort
    gb

    • cara gelso,

      anche tu hai usato la parola trattato, come marta: … speriamo che sia un trattato di pace, almeno interiore.

      in effetti è riuscito, per la sua parte, a rimettermi in pace con me stesso (assieme ad un incredibile sogno- romanzo-film a colori, riparatore).

      sei sottile a cogliere l’incertezza della sua direzione: in effetti quando ho cominciato a scriverlo mi pareva molto chiara e pensavo ad una riflessione molto più breve; ma poi, trattando l’argomento, esso mi è apparso sempre più complicato, e la mia semplice soluzione si è dissolta.

      rimane però l’idea chiave che, se non consideriamo gli altri responsabili per atto di volontà di quello che fanno, questo diminuisce il nostro dolore se qualche loro atto ci ferisce.

      certo, questo uccide anche l’amore romanticamente inteso…

      oh, ecco: per quanto lunga fosse la trattazione occorrerebbe una integrazione molto importante sul rapporto fra il concetto occidentale di responsabilità e l’innamoramento come incontro di due personalità.

      se rinunci all’idea della mente responsabile non puoi neppure innamorarti di qualcuna di loro!

      • ora ti dico solo che concordo pienamente con tutto quello che ti porta a scrivere:
        “Esse vano solamente accettate, anche quando fanno male e tanto più perché ci risultano incomprensibili dal nostro punto di vista.”

        per commentarti “bene”, proverò a prendere punto per punto.
        c’è il filo che lega tuti i punti che va analizzato anche. 😉

        un sorriso, Bort
        gb

        • ciao gelso, era un po’ che mancavi.

          penso che possa essere utile una risposta ancora più analitica solo se senti che esaminare questi problemi ti fa bene…

        • ed è quel filo su cui voglio soffermarmi quando sarà chiaro in me.
          buon sabato, Bort
          ti sorrido
          gb
          purtroppo in discussioni molto lunghe si rischia di perdere di vista ciò che conta di più di uno scritto già così complesso.

  4. da rileggere, dato che ci si addentra in un livello di analisi molto approfondito per il quale ti faccio i complimenti. un’aggiunta alla teoria degli incentivi economici: a volte questi funzionano in maniera opposta, ad esempio quando per la cosiddetta teoria della sostituzione, una motivazione estrinseca sostituisce una motivazione intrinseca (cfr. famoso esperimento in una scuola dove i genitori, piuttosto che essere incoraggiati, tramite la previsione di una multa, a ridurre il numero di ritardi nell’andare a prendere i figli a scuola, erano stati da quella stessa multa per così dire esautorati, dato che essa dava loro l’opportunità di “comprare” un comportamento negligente. un saluto 🙂

    • mi fa piacere che hai apprezzato, anche se poi non so davvero quanto sia approfondito il livello di analisi: ho solo provato a sintetizzare quello che ho pensato sul tema, mentre elaboravo un piccolo lutto.

      penso che nelle motivazioni inconsce del nostro agire, e quindi anche di quello degli altri, spesso ci stia il bisogno economico, manifestazione astratta e simbolica del bisogno in senso stretto, e questo è naturale.

      tu aggiungi un caso al quale non avevo pensato e cioè rimandi alle situazioni nelle quali il condizionamento economico, sempre inconscio, agisce a rovescio: cioè si accetta anche un piccolo danno economico per sfuggire ad un fastidio più grande, ad esempio ad una responsabilità.

      ben pensato: osservazione interessante, che è un arricchimento, grazie.

  5. mi sono sempre chiesto cosa e’ peccato…:

    una religione antropocentrica come quella cattolica indica senza dubbio che il peggior peccato e’ uccidere un altro uomo……..ma….con le debite eccezioni:
    se si e’ in guerra piu’ ne sgozzi,sventri o mutili ti dichiarano un un eroe..perche’ e’ un nemico della patria.

    mi sarebbe piaciuto sentire cosa raccontavano quei squallidi figuri di “cappellani militari” ,durante il primo conflitto mondiale,ai soldati che ammazzavano soldati che credevano nello stesso dio.

    IL SESSO…..un concentrato di peccato per tutte le chiese,anche quelle politiche..!!

    la chiesa cattolica ci ha inculcato che praticamente tutto e’ peccato…….ed hanno ragione perche’,dato che si propongono come lavanderia (a gettoni naturalmente) devono suggestionare la plebe di essere sporca altrimenti non c’e’ lucro.

    • la battuta finale è geniale e rende benissimo l’idea.

      l’idea di peccato rimanda all’idea di Dio, del resto; e siccome Dio non è una realtà oggettiva, ma soltanto soggettiva, anche il peccato esiste soltanto per chi ci crede.

      per gli altri ci sono solo i comportamenti socialmente giusti o sbagliati.

      ma restano sempre i clienti delle lavanderie a gettone… 🙂

      • Le lavanderie a gettoni vengono usate per pulire i panni sporchi e puzzolenti, pensa che c’è chi crede di non averne mai bisogno e va in giro convinto di essere profumato come una rosa fresca di rugiada….

        • forse è meglio lavarsi i panni in casa da soli, invece.

          le lavanderie a gettone lasciano sempre un cattivo odorino nascosto, come di sagrestia, addosso agli indumenti per chi ha l’olfatto fine.

          • Non fare il finto tonto, sappiamo bene che i panni lavati in casa nascondono le macchie, i detersivi sono pieni di magie ottiche, sono tutte lì nascoste dallo sbiancante. E’ pura illusione…..

  6. Non so quanto possa essere di aiuto ma condividere le esperienze, dolorose o gioiose, penso sia un modo di mettersi a disposizione degli altri.

    Ho sempre avuto grossi problemi con mia madre, sono stata la figlia che, dal suo punto di vista, non ha fatto la sua volontà, non le ha dato le soddisfazioni che si aspettava .
    In più ho scelto un uomo che non riteneva alla mia altezza. Non ha mai sopportato di vederci felici e innamorati. Una volta venendo a trovarci per qualche settimana salutando mio padre gli ha detto: vuoi vedere che vado e li faccio separare? Grazie ad una telefonata provvidenziale di mio padre abbiamo saputo tenere i nervi saldi e non sto a raccontare quel che ha detto e combinato. Ma il fatto che i miei figli hanno avuto paura di lei per molti anni dovrebbe aiutare ad immaginare.
    In ospedale con mio padre morente per un cancro, non ha chiamato i suoi fratelli per salutarlo un’ultima volta, perché a lei non piacevano e non aveva voglia di averli intorno.
    Non so se ti stupisce ma non l’ho mai odiata, conoscendo il suo vissuto sono arrivata a capirne il comportamento. Si è fatta prendere dal rancore e dall’odio per la vita che ha ritenuto ingiusta.
    Io non la giudico, non la odio, lei si è sempre fatta del male da sola e vivendo nel rancore ha cercato di far vivere male anche chi le stava intorno. Con me non ci è riuscita. Ognuno sceglie di vivere come meglio crede e mi sono rifiutata di farle guerra, di odiarla o di cercare ragioni , ci ho messo un po di tempo, ma mi sono accorta che non capisce.
    Si è chiusa in quella gabbia fatta di rancori e purtroppo moltissimi fanno come lei. E’ una non vita. Assurdamente nemmeno vogliono essere aiutati, sono talmente orgogliosi da supporre di sapere tutto e nessuno ha da insegnargli alcunchè. Mai felici, mai soddisfatti di nulla, mai contenti cercano il pelo nell’uovo per poter criticare ogni cosa perché è il solo modo di sopportare sé stessi.
    Io credo nell’amore, non dico sia sempre facile, ma sapere che dietro ogni comportamento rancoroso ci sono dei fatti precisi è di aiuto per non fare gli stessi errori.
    Capito questo si ha pietà di chi fa, e si fa, il male perché in fin dei conti non odia te ma sé stesso.
    Questo succedeva già quando credevo nell’esistenza di Dio ma non avevo fede in Lui.
    Ora so con certezza che esiste ed è ancora più semplice .
    Gesù guariva dalle sofferenze umane ma ha avuto parole dure di condanna verso chi opprimeva il popolo.
    Dio ci ha creato liberi e non perdona chi opprime i suoi figli e ci sprona ad osservarci, ad essere benevoli , ad amare il prossimo come noi stessi mettendo attenzione a ciò che facciamo e diciamo.
    Se infatti non c’è amore e accettazione di noi stessi come possiamo accettare gli altri, nonostante le sofferenze che ci capitano nella vita, per non essere preda di un male che attanaglia, avvolge e uccide la vita che Ci ha donato?
    Gli altri sono esseri preziosi quanto noi, ognuno ha il carico di responsabilità che può reggere, per questo non vorrei trovarmi al posto di chi si sente in grado o vuole a tutti i costi governarci perché crede di sapere cosa è giusto e vista la situazione… mi sa che ha preso un’enorme cantonata.

    • certo che condividere le esperienze. soprattutto quelle negative, è importante.

      la tua testimonianza è preziosa e spiega anche i fondamenti della tua fede.

      non mi stupisce affatto che, avendo avuto una madre così, tu non l’abbia mai odiata; io che ne ho avuto una diversamente, ma analogamente problematica, neppure l’ho mai odiata per moltissimo tempo.

      anzi, purtroppo per me, sono cresciuto, bambino, abituandomi ad amare una madre così, e il processo di distacco, di presa di coscienza, di oggettivizzazione è stato tardivo, lungo e molto doloroso.

      non si è tradotto in odio, mai, ma inizialmente in risentimento, sì; e ci sono voluto ancora anni per riconoscere nella tormentatrice la vittima.

      a differenza di te però non sono ricorso alla fede per farmi una ragione di quello che mi era capitato e che aveva condizionato così profondamente la mia vita, e non certo in modo positivo.

      oggi riesco a capire che tutte le vite, o poco o molto, in un modo o nell’altro, subiscono delle limitazioni e che essere vivi significa appunto vivere queste parzialità, ma anche non arrendersi e non farsene schiacciare.

      questo credo che sia il risultato da perseguire: il modo in cui raggiungerlo varia da persona a persona, e non è neppure così importante.

      tutti ci dobbiamo del rispetto, semplicemente, nei nostri personali percorsi di riconoscimento e di accettazione della parte dolorosa della nostra vita.

      • Credo di non aver spiegato in maniera chiara, la fede in Dio e in Gesù come realtà tangibile la vivo pienamente solo da un anno circa, Gennaio 2013
        In precedenza la consideravo come distante da me, roba da persone “ubriache di sogni” che vedevano cose e raccontavano fatti inesistenti. Un po’ come la vivi tu ora.
        Dio esisteva ma era una realtà lontana; Poi succede che si vivono fatti che risulta difficile spiegare anche a sé stessi e chi li vive sa che sono reali anche se non dimostrabili.
        Ed è come se alcune tessere, del puzzle della nostra vita, che non trovavano giusta collocazione andassero a posto da sé, tutto prende una luce di meraviglia e gioia e amore incontenibile. Hai la certezza che Dio è tutto, tranne che frutto dell’immaginazione umana.
        Sono stata a Medjugorje a Settembre 2013, per ringraziare di ciò che mi era stato donato, non cercavo segni né conferme. Ma la conferma è venuta da sé, mio marito scettico assoluto che mi ha accompagnato solo per farmi contenta, ha vissuto cose che lui ha percepito come reali e che gli hanno dato una pace interiore che l’hanno portato a dire che lì qualcosa, che tocca l’anima nel profondo, c’è.
        Lo so che per te nulla di ciò che ti racconto è reale e fossi in te sarei curioso di sperimentare se ciò che molti raccontano, me compresa è la verità, vai e vedi, non è necessario credere.

        • su Medjugorje ho sentito pochi mesi fa cose esattamente uguali a quelle che mi stai dicendo tu qui; quindi perché metterle in discussione?

          né tu né l’altra persona che me le ha raccontate siete certamente delle persone bugiarde: è la vostra esperienza, per come siete fatte.

          io il sovrannaturale l’ho già incontrato varie volte nella mia vita, l’ultima tra i santoni di una montagna sacra dell’India tre anni fa…: esperienze concrete, fatti sconcertanti (almeno soggettivamente vissuti), mica racconti per sentito dire.

          però resta lì, questo sovrannaturale, per come sono fatto io: per me rimane circoscritto, è una esperienza, niente di più, uno dei tanti aspetti della vita e non assume per me nessun valore risolutivo: è un punto di domanda che rimane aperto; non mi precipito a chiudere l’incomprensibile dentro qualche dottrina.

          non credo che possiamo nè dobbiamo vivere tutti le stesse esperienze allo stesso modo.

          • Su questo niente da dire, ognuno è libero, ma da qui a dire che Dio è solo frutto di un nostro pensiero ma che in qualche modo è in grado di manifestarsi concretamente non fa il paio con ciò che sostieni razionalmente.

            sono andata a cercare il significato di dottrina:
            1 non com. Insegnamento o apprendimento di cose che concernono il sapere: senza avere alcuna d. di medicina avuta già mai Boccaccio
            2 Complesso organico di nozioni apprese con lo studio: uomo di grande d.; la sua d. è varia e profonda
            ‖ SIN. cultura, sapienza
            3 Insieme dei princìpi fondamentali coerentemente organizzati di una scienza, di un’arte ecc.: dottrine teologiche; dottrine economiche e sociali; la d. aristotelica; diffondere, sostenere una d.
            ‖ Complesso di princìpi su cui si fonda la politica di uno statista, la filosofia di un pensatore e simili: la d. di Monroe
            4 DIR Opera teorica sistematica degli studiosi di diritto
            ‖ L’insieme di tali autori
            5 RELIG Complesso dei princìpi fondamentali e dei dogmi della fede cristiana
            ‖ Libretto in cui tali princìpi sono esposti, spec. in forma di domande e risposte
            ‖ fam. Andare a dottrina, frequentare le lezioni di catechismo

            Partendo dal fatto che Dio esiste come realtà in grado di manifestarsi all’uomo in maniera concreta, significa che c’è una realtà che va oltre a ciò che possiamo vedere o toccare
            che esisteva e continuerà ad esistere anche dopo di noi.
            E se si manifesta vuole dirci qualcosa? A quanto pare a te non interessa saperlo, ti basta la realtà che vedi ora.
            Il nostro approccio alla cosa è decisamente diverso, perché se come ho potuto constatare molte persone scelgono di vivere nell’oblio dell’odio e del rancore che possiamo tranquillamente chiamare male, che è manifestatamente reale nonostante il pensiero umano che il male incarnato non esista vuol dire che davvero ciò che chiamiamo satana fa di tutto per farci credere che non esiste ma è reale esattamente quanto te e me.
            Il fatto che Dio si manifesti concretamente è un segnale forte per me, perché significa che la posta in gioco è davvero alta e non intendo ignorarlo.
            Davvero molte le manifestazioni Mariane in tutto il mondo, che continuano a richiamare ad un ritorno a Suo Figlio, per poterle ignorare. Chi poterebbe dire …non sapevo?
            Tu lo chiami dottrina? E sia. Mi faccio volentieri istruire dal “cielo”. Perché da sola sinceramente non riuscirei ad avere, verso tutti coloro che mi circondano, la stessa forza e capacità di comprensione che ho avuto verso mia madre per non farmi avvelenare la vita, per poi evitare a mia volta di avvelenare quella di altri.

            • vedi, a mio modo di vedere, i miracoli sono la più grande prova contro l’esistenza di Dio, perchè sono una prova della Sua presunta incoerenza se esistesse nel modo in cui la gente comune pensa e avesse creato il mondo.

              “Dio” non potrebbe avere creato un mondo coerente e razionale, che segue deeterminate regole, per poi divertirsi a violarle, lanciando all’essere umano un messaggio etico contraddittorio: di essere razionale nei suoi comportamenti e allo stesso tempo credere all’irrazionale.

              ma – senza pretendere che tu accetti questo punto di vista alquanto originale, lo ammetto – mi accontento di dire che riscontrare che nella nostra vita c’è una dimensione inspiegabile e ricondurre questo inspiegabile a Dio è un salto logico non motivato.

              niente dimostra che se io ho una precisa pre-cognizione di ciò che sta per accadere oppure se riesco a comunicare con una persona defunta che mi descrive la sua morte violenta in modi che la giustizia accerta vent’anni dopo – fatti che mi sono accaduti -, dietro questi fenomeni ci sia “Dio”.

              questa interpretazione è culturale e soltanto nostra; funzionerebbe altrettanto bene, e perfino meglio, se dicessimo che dietro di loro ci sta il Diavolo.

              non sono interpretabili, ecco tutto: neppure si capisce perché l’oroscopo individualizzato funziona, però: o forse vorrai dirmi che anche dietro questo fenomeno c’è “Dio”?

              dopo di che, se a te va di pensarla a questo modo, non ho nulla in contrario, sia chiaro.

              • ***“Dio” non potrebbe avere creato un mondo coerente e razionale, che segue determinate regole, per poi divertirsi a violarle, lanciando all’essere umano un messaggio etico contraddittorio: di essere razionale nei suoi comportamenti e allo stesso tempo credere all’irrazionale.***

                Dio ci ha chiesto di essere razionali? Oppure l’uomo ha bisogno di razionalità da utilizzare come metro di giudizio? Abbiamo un bisogno estremo di capire come funzionano le cose, per poterle maneggiare.
                Ci vuole razionalità per non rimanerne confusi.
                Basandomi sulla spiegazione data nella Bibbia l’uomo ha voluto ciò che è chiamato libero arbitrio, come catapultati in una dimensione sconosciuta abbiamo dovuto saper prendere le misure per poterci muovere. Non volevamo stare alle Sue regole, e si è ritirato in buona pace, si rende manifesto per i suoi figli che sanno che c’è e lo cercano. Gesù stesso in una preghiera ha detto che non pregava per tutti ma per i figli di Dio.

                Certo che ammettere l’esistenza del diavolo non è da tutti, persino alcuni vescovi la negano.Non per nulla nel commento precedente l’ho citato, no?
                O Dio è e di fidi di ciò che dice e il diavolo esiste; o ti fai un Dio su misura , per cui prendi solo ciò che ti piace di più, ma non è più Dio ma è Io.
                E capisco che una società con la bomba atomica non può che negarne l’esistenza.
                La scienza purtroppo sa pochissimo, davanti ai miracoli si arrende, si piega su sé stessa. Studia le estasi di veggenti e rimane basita, dei miracoli Eucaristici nemmeno accenna.
                Per questo a chi chiedeva segni per credere Gesù li negava.

                Riguardo gli oroscopi non me ne sono mai interessata e non credo ci sia dietro Dio.

                A volte mi vien da pensare che l’uomo abbia paura di Dio perché proietta il proprio modo di ragionare su di Lui, siamo restii al perdono e siamo convinti guardando ciò che siamo, che nemmeno Lui possa perdonare.
                Certo è difficile ammettere di aver preso cantonate pazzesche rifiutando la sua guida, è doloroso, ma per guarire il dolore spesso è indispensabile.

                • il Dio cristiano si auto-definisce Lògos, ragione, oltre che Parola, Verbo: in greco antico lògos ha questo doppio significato; e anche se esso è il frutto di una cattiva interpretazione, è questa interpretazione sbagliata che si è affermata nella storia del cristianesimo.

                  sul libero arbitrio non vorrei ri-aprire la discussione: c’è un post intero qui sopra per spiegare perché non ci credo, e basta e avanza; per chi volesse saperne di più consiglio di informarsi sugli esperimenti di Libet e Kornhuber, magari attraverso questo stesso blog.

                  non sono del resto affatto sicuro che il mito del peccato originale, in origine, contenesse in sé il concetto del libero arbitrio: esso contiene piuttosto l’idea della naturale insopprimibile malvagità della femmina, per sua propria natura.

                  l’obiezione mia sugli oroscopi non l’hai proprio capita, e direi che il tuo commento non è una risposta alle mie argomentazioni, ma un monologo nel quadro di una cultura, cioè di un modo di affrontare i problemi, che non condivido e che non posso accettare, sorry.

                  buona giornata.

                  • Continua pure a credere che ci siano solo realtà che puoi toccare e vedere, io dico solo che, spesso il bue dice cornuto all’asino, poi casualmente si vede in uno specchio e scopre l’inaspettato.
                    Tu credi nella razionalità, una cosa in fila dietro ad un’altra, cerchi di mettere ordine nei cassetti del mondo e non è tutto come lo vedevi…

                    Probabilmente siamo più vicini di quanto immagini, io lo intravedo tu ancora no 😉

                    Buona giornata anche a te

                    • irritato dalla tua incapacità di capire quello che dico, ripeto che io non nego affatto “che ci siano realtà che non posso toccare e vedere”, anzi dico proprio questo, al contrario: che l’incomprensibile esiste, anche lui.

                      sei tu che pretendi di conoscere l’incomprensibile, di dargli un senso e di piegarlo a tua immagine e somiglianza.

                      è una pretesa assurda ed arrogante: l’incomprensibile è incomprensibile, non ci si può permettere di chiamarlo Dio per umanizzarlo.

                    • Dipende sempre dai punti di vista…dire che esistono realtà diverse e poi non prenderle in considerazione è come se per noi non ci fossero.
                      Dire che si hanno sintomi ma non prenderli in considerazione, non andare a capire da dove arrivano e che conseguenze hanno , significa non volersi curare, o sbaglio anche qui?

                      Arrogante io? Mi ricordi un detto orientale: quando punti l’indice contro un altro, fai attenzione, le altre dita puntano verso di te.

  7. @ lucia

    ahh ahha

    facciamo una scommessa?

    tu sei favorevole anche al metodo Stamina, suppongo.

    teologicamente siamo sullo stesso piano, infatti.

    chi dice di conoscere le cause dei sintomi, quando non si sanno, non è un fedele, è uno stregone ignorante che presume di se stesso, e per questo è anche arrogante.

    pareri soggettivi, naturalmente, che applico solo a me stesso, o che riferisco ai testimoni di Geova quando si fanno troppo insistenti.

    arriviamo allo stesso punto morto nelle nostre discussioni: tu hai la spavalderia di chi non conosce i propri limiti e vorrebbe imporre il suo atteggiamento anche a chi invece li conosce bene come me.

    possiamo, ancora una volta, chiudere qui? grazie.

    • Il metodo stamina mi dilania molto, a sentire le famiglie funziona. Secondo i medici è un imbroglio.
      Per ora la considero “cura” compassionevole.
      Perché mi metto nei panni di quei genitori che hanno come sola opzione quel metodo.

      Poi le domande sono molte e tornano spesso alla mente.
      Non sono medico o scienziato e mi auguro l’onestà assoluta di medici e scienziati su tali temi.

      La moglie di Pavarotti, e con lei molti altri, lotta da anni per il metodo Zamboni a cui tutti dovrebbero poter accedere,mentre per la medicina “ufficiale ” no, poi mi vengono in mente Di Bella, Simoncini, o molti medici americani che con cure alternative miglioravano se non addirittura guarivano i malati che si rivolgevano a loro.
      Io mi auguro di non dover sperimentare sulla mia pelle , o peggio dei miei cari, se tali cure funzionano e mi guardo bene dal riderne.
      E non voglio pensare che per il caso Zamboni le acque si siano smosse solo perché Nicoletta Mantovani è un personaggio molto noto ed è guarita .
      Se non ricordo male gli scandali con i medici che si son venduti alle case farmaceutiche o a produttori di protesi in cambio di denaro non sono stati pochi.
      Il caso San Raffaele poi definirlo cloaca è una gentilezza.
      E non ho ancora dimenticato il caso Poggiolini.

      http://it.wikipedia.org/wiki/Duilio_Poggiolini

      Da un’intervista a Zamboni:
      «Mi colpì il fatto che tutti, pur non conoscendo le cause della sclerosi multipla, la studiassero su un modello animale basato sull’ipotesi arbitraria che fosse di origine autoimmune (l’encefalopatia autoimmune sperimentale, ndr): non mi pareva un buon metodo per comprendere davvero la malattia.

      http://notiziein.it/2012/11/11/nicoletta-mantovani-guarita-dalla-sclerosi-multipla-su-gente-lesperienza/

      http://www.corriere.it/salute/speciali/2013/sclerosi-multipla/notizie/zamboni-intervista_1dc4ae58-6c7b-11e2-9729-7dce41528d1f.shtml

      • Dimmi se sbaglio, ma la diatriba sul metodo stamina ,su cui verte il contendere del circo mediatico, non sia tanto sul fatto che la cura funzioni o meno ma che il medico si sia fatto pagare da alcuni pazienti che non sono guariti.
        Poi penso a tutti i malati di cancro che non guariscono e muoiono e mi chiedo…ma di che cavolo discutono?

        • il metodo stamina, a volerlo chiamare così, scientifcamente non esiste, perché il suo ideatore si è sempre rifiutato di renderlo noto.

          cosa che dovrebbe bastare a definirlo un ciarlatano.

          lo scandalo consiste nel fatto che solo in Italia è possibile che un laureato in lettere si improvvisi dottore e somministri in un ospedale pubblico, che è quello della mia città, fra l’altro, sostanze socnosciute a dei pazienti, giurando che fanno bene (anche se poi molti muoiono lo stesso).

          il tutto a spese nostre, naturalmente.

      • Mi stupisce sapere da te che non conosco i miei limiti, perché io li conosco bene.
        Tu invece hai già stabilito che il metodo stamina è sbagliato. Non sapevo fossi anche medico o scienziato ed avessi studiato il caso approfonditamente…. scusami.

          • Giusto, siamo in un paese in cui le istituzioni sono degne di ogni credibilità in tutti i suoi livelli, perché dovrei dubitare di ciò che sostengono?
            Siamo in Italia ! Il migliore dei paesi possibile, lo dici sempre pure tu, tanto che non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello di andartene no?
            Quindi se dal cancro si guarisce con la chemioterapia e i medici vengono pagati per usarla, ma molti pazienti muoiono che facciamo?

            • è fastidioso rispondere a chi parla a vanvera…

              ma lo sai, almeno, che io risiedo in Germania?

              ne ho parlato in decine di post, per dio!

              scrivo quasi giorno sì giorno no, per invitare i giovani a lasciare questo paese senza speranza, anche perché pieno di gente sciocca e arrogante come…

              – e, secondo te, scusa, esiste una cura dalla morte?

              lo scopo della medicina sarebbe quello di evitarci la morte, o quello di prolungarci la vita in buone condizioni?

              non mi meraviglia che, come credi a Medjugorje e nel tuo Dio superstizioso, così credi anche a quelli che ti promettono, non si sa come, la guarigione da mali al momento non curabili.

              è perché l’Italia è così che è un paese senza speranza da abbandonare come una nave Concordia che affonda con qualche Schettino a far da capitano.

              • Già risposto sotto l’altro post, pensare che sarei io a non cogliere la “sottile” ironia, è divertente, molto divertente!
                Anzi visto che ci siamo ti faccio due regali di addio. Il primo è questo:

                Chi credeva in questa gente e ha avuto il coraggio di fare il tifo perché vincesse le elezioni in Italia, faccia i conti con ciò che crede vero in questo paese delle illusioni ottiche.
                Consiglio ai suddetti di valutare molto, molto bene per chi faranno il tifo prossimamente.
                Perché in Italia non ha mai scelto la cittadinanza quando cambiare l’aria politica ma gli scandali…

                Secondo regalo:
                ti accontento e tolgo il disturbo, il motivo per cui lo faccio inventatelo tu, non mi interessa dirtelo.

                • non occorre che tu me lodica: lo so già.

                  sei troppo orgogliosa per ammettere di continuare a fare figure di merda col tuo modo sbagliato di discutere e preferisci non cercare neppure di imparare a discutere in un modo più corretto.

                  non lasci molti rimpianti, sappilo.

              • In Germania si parla molto meno, si sta in silenzio per più tempo, si esprime molto di più avendo prove a sostegno del proprio pensiero.
                Soprattutto si conclude tutto in modo adeguato.

                Buona domenica, Bort!
                Ah, il silenzio… che meraviglia!
                Ricordi, Bort, quella bellissima poesia di Edgard Lee Masters “Il silenzio”?
                E l’altro “El silencio” di Garcia Lorca?

                Un sorriso speciale
                gb
                si sorride in silenzio 😉

  8. @ gelsobianco

    non ricordavo né l’una né l’altra poesia, nonostate siano di due autori che amo; ecco una bella occasione di rileggersele (la fonte delle citazioni sono dei blog, quindi l’attendibilità dei testi è scarsa, però):

    Il silenzio – Edgar Lee Masters

    Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare
    e il silenzio della città quando si placa
    e il silenzio di un uomo e di una vergine
    e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio.
    Il silenzio dei boschi
    prima che sorga il vento di primavera
    e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza,
    e chiedo per le cose profonde a che serve il linguaggio.
    Un animale nei campi geme una o due volte
    quando la morte coglie i suoi piccoli;
    noi siamo senza voce di fronte alla realtà.
    Noi non sappiamo parlare.

    Un ragazzo curioso domanda a un vecchio soldato
    seduto davanti la drogheria
    Come hai perduto la gamba?
    e il vecchio soldato è colpito di silenzio e poi gli dice
    Me l’ha mangiata un orso.
    E il ragazzo stupisce,
    mentre il vecchio soldato, muto,
    rivive come in sogno
    le vampe dei fucili
    il tuono del cannone
    le grida dei colpiti a morte
    e sè stesso disteso al suolo
    i chirurghi dell’ospedale
    i ferri
    i lunghi giorni di letto.
    Ma se sapesse descrivere ogni cosa sarebbe un artista,
    ma se fosse un artista
    vi sarebbero ferite più profonde
    che non saprebbe descrivere.

    C’è il silenzio di un grande odio
    e il silenzio di un grande amore
    e il silenzio di una profonda pace dell’anima
    e il silenzio di un’amicizia avvelenata.
    C’è il silenzio di una crisi spirituale
    attraverso la quale l’anima, sottilmente tormentata,
    giunge con visioni inesprimibili
    in un regno di vita più alta,
    e il silenzio degli dèi che si capiscono senza parlare.
    C’è il silenzio della sconfitta
    c’è il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
    e il silenzio del morente, la cui mano stringe subitamente la vostra.
    C’è il silenzio tra padre e figlio,
    quando il padre non sa spiegare la sua vita, sebbene in tal modo
    non trovi giustizia.
    C’è il silenzio che interviene fra il marito e la moglie
    c’è il silenzio dei falliti
    e il vasto silenzio che copre le nazioni disfatte e i condottieri vinti.
    C’è il silenzio di Lincoln, che pensa alla povertà della sua giovinezza
    e il silenzio di Napoleone dopo Waterloo
    e il silenzio di Giovanna d’Arco
    che dice tra le fiamme
    Gesù benedetto
    rivelando in due parole ogni dolore, ogni speranza.
    C’è il silenzio dei vecchi,
    troppo carichi di saggezza
    perché la lingua possa esprimerla
    in parole intelligibili
    a coloro che non hanno vissuto la grande parabola della vita.

    E c’è il silenzio dei morti.
    Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze,
    perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte?
    Quando li avremo raggiunti
    il loro silenzio avrà spiegazione.

    .

    di Lorca trovo due testi diversi, sempre da blog. il più attendibile mi sembra questo:

    Elegia del silenzio

    Silenzio, dove porti
    il tuo vetro appannato
    di sorrisi, di parole
    e di pianti dell’albero?
    Come pulisci, silenzio,
    la rugiada del canto
    e le macchie sonore
    che i mari lontani
    lasciano sul bianco
    sereno del tuo velo?
    Chi chiude le tue ferite
    quando sopra i campi
    qualche vecchia noria
    pianta il suo lento dardo
    sul tuo vetro immenso?
    Dove vai se al tramonto
    ti feriscono le campane
    e spezzano il tuo riposo
    gli sciami delle strofe
    e il gran rumore dorato
    che cade sopra i monti
    azzurri singhiozzando?
    L’aria dell’inverno
    spezza il tuo azzurro
    e taglia le tue foreste
    il lamento muto
    di qualche fonte fredda.
    Dove posi le mani,
    la spina del riso
    o il bruciante fendente
    della passione trovi.
    Se vai agli astri
    il solenne concerto
    degli uccelli azzurri
    rompe il grande equilibrio
    del tuo segreto pensiero.
    Fuggendo il suono
    sei anche tu suono,
    spettro d’armonia,
    fumo di grido e di canto.
    Vieni a dirci
    la parola infinita
    nelle notti oscure
    senza alito, senza labbra.
    Trafitto da stelle
    e maturo di musica,
    dove porti, silenzio,
    il tuo dolore extraumano,
    dolore di esser prigioniero
    nella ragnatela melodica,
    cieco per sempre
    il tuo sacro fonte?
    Oggi le tue onde trascinano
    con torbidi pensieri
    la cenere sonora
    e il dolore del passato.
    Gli echi dei gridi
    che svanirono per sempre.
    Il tuono remoto
    del mare, mummificato.
    Se Geova dorme
    sali al trono splendente,
    spezzagli in fronte
    una stella spenta
    e lascia davvero
    la musica eterna,
    l’armonia sonora
    di luce, e intanto
    torna alla tua fonte,
    dove nella notte eterna,
    prima di Dio e del tempo
    sgorgavi in pace.

    (Luglio 1920)

    .

    ma poi c’è anche Il silenzio di Neruda:

    Silenzio

    Ora conteremo fino a dodici
    e rimaniamo tutti quieti.

    Per una volta sulla terra
    non parliamo in nessuna lingua,
    per un secondo fermiamoci,
    non muoviamo tanto le braccia.

    Sarebbe un minuto fragrante,
    senza fretta, né locomotive,
    saremmo tutti uniti
    in un’inquietudine istantanea.

    I pescatori del freddo mare
    non farebbero male alle balene
    e il lavoratore del sale
    guarderebbe le sue mani rotte.

    Quelli che preparan guerre verdi,
    guerre di gas, guerre di fuoco,
    vittorie senza superstiti,
    si metterebbero un vestito puro
    camminerebbero coi loro fratelli
    nell’ombra, senza far nulla.

    Non si confonda ciò che voglio
    con l’inazione definitiva:
    la vita è solo ciò che si fa,
    non voglio saperne della morte.

    Se non potemmo essere unanimi
    muovendo tanto le nostre vite,
    forse non far nulla una volta,
    forse un gran silenzio
    potrà interrompere questa tristezza,
    questo non intenderci mai,
    e minacciarci con la morte,

    forse la terra c’insegnerà
    quando tutto sembra morto
    e poi tutto era vivo.

    Ora conterò fino a dodici,
    tu tacerai e io me ne andrò.

    anche quello di Ada Merini:

    Ho bisogno di silenzio

    Ho bisogno di silenzio
    come te che leggi col pensiero
    non ad alta voce
    il suono della mia stessa voce
    adesso sarebbe rumore
    non parole ma solo rumore fastidioso
    che mi distrae dal pensare.

    Ho bisogno di silenzio
    esco e per strada le solite persone
    che conoscono la mia parlantina

    disorientate dal mio rapido buongiorno
    chissà, forse pensano che ho fretta.

    Invece ho solo bisogno di silenzio
    tanto ho parlato, troppo
    è arrivato il tempo di tacere
    di raccogliere i pensieri
    allegri, tristi, dolci, amari,
    ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.

    Gli amici veri, pochi, uno ?
    sanno ascoltare anche il silenzio,
    sanno aspettare, capire.

    Chi di parole da me ne ha avute tante
    e non ne vuole più,
    ha bisogno, come me, di silenzio.

    • Io parlavo di questa di Garcia Lorca
      Il silenzio
      Ascolta, figlio, il silenzio.
      È un silenzio ondulato,
      un silenzio,
      dove scivolano valli ed echi
      e che piega le fronti
      al suolo.
      Nella versione originale spagnola ha una musicalità incredibile
      EL SILENCIO
      Oye, hijo mío, el silencio.
      Es un silencio ondulado,
      un silencio,
      donde resbalan valles y ecos
      y que inclina las frentes
      hacia el suelo.

      Amo Lorca!
      🙂
      gb
      Grazie, Bort!

      • avevo visto anche questo, ma mi convinceva meno.

        ora che hai messo il testo in spagnolo non ho più dubbi…

        anche io adoro Lorca: quando andai in Germania portai con me solo due libri: Tutte le opere di Leopardi e Tutte le poesie di Lorca.

        se ti va e se riesci a superare il fastidio per la devastazione grafica avvenuta a un certo punto su quella piattaforma blog, vorrei chiederti da dare un’occhiata a questo psot: http://bertolauro.blogs.it/2006/03/06/98_le_mie_traduzioni_da_lorca~618453/

        • Darò un’occhiata con piacere appena possibile.
          Poi ti dirò.
          Lorca, il grande Lorca, va letto in spagnolo.
          “Es un silencio ondulado,”
          In pochissime parole il poeta dà l’idea di un tipo di silenzio importante.

          Sai, mi stressano le troppe parole che, alla fine, si richiudono su se stesse.

          Sorriso
          gb

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