l’odio, l’invidia e il fascino (di classe) – 52.

lo sfigato costretto dal fondo della scala sociale a sollevare lo sguardo in alto, dove stanno i fortunati che comandano appollaiati come personaggi disneyani su mucchi almeno virtuali di ricchezze migliaia o milioni di volte più grandi di quel che possiede o meglio non possiede lui, ha diverse reazioni psicologiche a disposizione.

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la prima è di fregarsene completamente e di ritornare subito ad occuparsi della lotta quotidiana per la sopravvivenza.

è la reazione tipica delle condizioni di povertà avvero estrema: vagabondi, barboni, forse anche zingari, nel nostro mondo, o l’infinito mondo dei poveri di quello che a volte è rimasto come terzo mondo.

qui i disperati economicamente non si lasciano toccare dalla ricchezza, emotivamente: sanno benissimo che non fa parte del loro mondo, non li riguarda e non li riguarderà mai.

per questo restano puri e sereni, assolutamente felici, nella miseria che non garantisce ogni giorno di arrivare con certezza a sera avendo mangiato.

incantevoli nella loro povertà senza macchia, come già avevano scoperto Jeshu, Francesco e Pasolini.

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un poco diversa, forse staccata solamente di un soffio, è la pozione di chi si fa affascinare, invece, dalla ricchezza altrui.

anche costui e più spesso costei appartengono ad un mondo che sanno di non potere raggiungere mai, ma qui la povertà è un poco meno estrema, e consente l’accesso almeno all’apparato propagandistico di massa che celebra i fasti dei potenti.

in realtà, occorrerebbe precisare, nel mondo moderno i potenti celebrati sui media non sono i potenti veri, ma dei loro sostituti: divi del cinema, cantanti, calciatori e altri sportivi celebri, a volte anche politici, o qualche commistione di questi generi.

è come se i potenti veri sapessero di essere ributtanti e dunque usassero delle contro-figure più attraenti, per far passare il messaggio della irraggiungibile grazia della ricchezza.

solo a volte, qualche giovane marpione diventato pluri-miliardario ancora giovane entra marginalmente nel mondo dorato dell’apparenza mediatica come protagonista mediatico diretto  (Gates , Zuckenberg, Lapo Agnelli, Marchionne), ma per la maggior parte i vecchi che guidano le sorti dell’umanità preferiscono restare dietro le quinte, a meno che non siano morbosamente narcisisti e non “scendano in politica” per esibirsi (Berlusconi).

guardando a loro, un popolo di esclusi si consola della vita grama vivendo, con la sua fantasia limitata ed etero-diretta, gli splendori altrui: amori, fasti, intrighi, bellezza, successo.

tutto quello che manca e mancherà sempre, a portata di mano, a portata di schermo.

se occorre, si aggiunga a questo quadro anche la pornografia, che rende perfino il sesso immaginario e virtuale.

è il mondo di un delirio di massa di seduzione condivisa, dal quale la vita si allontana silenziosamente e dolorosamente.

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poi ci sta l’invidia: sentimento più che legittimo in chi si sente non troppo diversamente dotato delle persone di successo e condannato ad una vita mediocre e piena di preoccupazioni, se non proprio di stenti.

qui il soggetto avverte l’ingiustizia di una condizione umana inspiegabile: il caso che ha trasformato piccole differenze di capacità personali in abissi veri e propri di condizione sociale ed economica non si lascia comprendere razionalmente e rimane soggettivamente ingiusto.

l’invidia, che si limita ad un senso di insoddisfazione e riguarda i singoli, è tuttavia tipica degli animi in qualche modo ancora deboli e rassegnati.

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dove la rassegnazione manca, subentra il vero e proprio odio di classe.

il soggetto si sente espropriato di propri precisi diritti ed individua in chi ha questo esagerato successo sociale la causa diretta delle espropriazioni che subisce e del suo ruolo subalterno nel mondo; e non è affatto detto che abbia torto.

qui l’invidia si congiunge a discrete capacità di generalizzazione, diventando odio “di classe”, cioè una vera e propria categoria mentale.

se l’invidia riguarda i singoli, l’odio riguarda una classe tutta intera, che viene mentalmente esclusa dallo stesso consorzio umano: sono i nemici del popolo, coloro che, in quanto tali, creano le diseguaglianze.

non è sbagliata l’analisi; è sbagliato l’odio che l’accompagna

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la diseguaglianza è un meccanismo del mondo naturale e si identifica con la vita stessa: è l’anima della selezione della specie, della lotta per la riproduzione, in ultima analisi della stessa vita sessuale ed emotiva degli esseri umani come specie animale; non può essere cancellata dalla realtà.

ma è anche vero che il progresso tecnico ha trasformato questa naturale ineguaglianza nella proiezione di differenziazioni mostruose.

l’enorme accumulo di ricchezze assolutamente spropositate nelle mani di una élite numericamente infima, rende le moderne ineguaglianze socialmente inaccettabili.

si aggiunga che queste ricchezze non vengono oggi destinate se non marginalmente ad opere che abbellivano l’ambiente e il contesto collettivo, come attraverso l’arte nei secoli passati, ma sono principalmente destinate dai loro possessori all’obiettivo paranoico di una crescita illimitata del loro potere.

insomma, ce ne sono di motivi per comprendere lo sviluppo dell’odio di classe nelle menti più vivaci ed aperte, capaci di analizzare il presente della vita sociale.

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eppure ci sono molti motivi per rifiutare l’odio di classe.

che è pur sempre odio, cioè una reazione emotiva capace di peggiorare la vita sociale.

fatemi citare Brecht quando dice che anche l’odio per giuste ragioni, l’odio contro l’ingiustizia, stravolge il viso.

quindi ci sono molti motivi per rifiutare l’odio di classe e per provare a passare ad un livello di astrazione più avanzato: quando dal sentimento dell’invidia, passando attraverso ed oltre l’accecamento emotivo dell’odio di classe, si arriva all’idea della giustizia sociale e ad una dedizione disinteressata alla causa del miglioramento delle condizioni umane presenti.

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eppure il principale movimento rivoluzionario degli ultimi quasi due secoli, il marxismo, non si è voluto fondare direttamente sul senso della giustizia sociale (anche se cercava di realizzarla), anzi l’ha irrisa come qualcosa di non scientifico, e ha invece assunto come propria base il vero e proprio odio di classe.

come è possibile che si sia pensato di potere realizzare qualcosa di buono, una società più giusta ed egualitaria, a partire da una passione cieca come tutte le passioni e in se stessa abbastanza disgustosa?

Marx non sarebbe stato possibile senza i guasti provocati da Hegel, e ancora una volta occorre vedere in Hegel e nella sua estraneità ai valori della democrazia l’anima nera che ha stravolto il marxismo.

nella dialettica degli opposti di Hegel l’elemento negativo, in questo caso l’odio di classe, si trasforma attraverso la dinamica della sintesi dialettica, in elemento positivo: la società comunista nasce come espressione del negativo dell’odio di una classe contro un’altra.

ma non chiedete come sia davvero possibile che il bene nasca attraverso il male (anche se già Goethe col suo Mefistofele, aveva detto qualcosa di simile…).

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l’operaio era chiamato ad odiare il suo padrone, oggettivamente benestante e sfruttatore, ma allo stesso tempo anche creatore dell’impresa che dava lavoro all’operaio: da questo odio sarebbe nata una società migliore.

se l’obiettivo era addirittura trasformare il mondo, non era sorprendente e perfino provvidenziale che questo potesse essere realizzato attraverso la diffusione di un sentimento elementare e perfino vile come l’odio dell’operaio per il padrone della fabbrica i cui lavorava e per tutti i padroni?

un odio che si faceva categoria mentale, cioè ideologia emotivamente vissuta, e si estendeva al singolo, come membro del gruppo, indipendentemente dalle sue caratteristiche individuali. 

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ahimè, ecco poste le premesse dei fanatismi e degli orrori del Novecento.

eppure, il marxista ortodosso non dubitava che da quell’odio sarebbe nato un mondo migliore.

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continua? non so se sia necessario…

7 risposte a “l’odio, l’invidia e il fascino (di classe) – 52.

  1. Io sono convinta che l’ODIO nasce dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Se si potessero far sparire con un colpo di bacchetta magica le ingiustizie e le sofferenze umane dalla faccia della Terra scomparirebbe l’ODIO.
    Si, voglio dirlo, a rischio di apparire retorica e demagogica: io sono convinta che I MOSTRI vengono generati da altri MOSTRI.
    E per la precisione IL MOSTRO CHE ODIA E UCCIDE è generato dal MOSTRO CHE INFLIGGE SOFFERENZE, UMILIAZIONI E INGIUSTIZIE.

    • se l’odio viene generato dalla sofferenza, chi sono i mostri? coloro che hanno subito odio e sofferenze a loro volta?

      se l’odio viene generato dalla sofferenza, e la sofferenza è un dato di natura, non completamente eliminabile, allora anche l’odio è un dato di natura contro il quale possiamo fare poco?

      ma allora è giusto definire mostri coloro che trasmettono l’odio e la sofferenza, come in una staffetta, semplicemente perché li hanno subiti?

      varie volte ho osservato che in una famiglia basta una tragedia casuale, come la morte della madre in giovane età, peggio se improvvisa o violenta, per generare personalità disturbate che diffonderanno a loro volta la loro sofferenza per generazioni (senza che i membri della famiglia neppure lo sappiano, cioè se ne rendano consapevoli)…

  2. Sì, a volte basta un vissuto tormentato per generare personalità disturbate, senza neanche arrivare al grave lutto familiare…è sufficiente che una madre ami un figlio più dell’altro…ad esempio… Io credo che esistano due modi di reagire alla sofferenza: 1)Ci sono persone che, dopo essere passate attraverso grandi tribolazioni, acquistano una sensibilità estrema al punto da spendere la vita per evitare sofferenze agli altri 2) E ci sono persone che, dopo aver sofferto, sono guidate da un’unica ossessiva preoccupazione: far patire gli altri come hanno patito loro (questi sono i MOSTRI potenzialmente capaci di generare altri MOSTRI) In realtà le uniche sofferenze dell’umana specie dovrebbero essere quelle che vengono dal cielo, trovo inaccettabile che gli uomini si facciano del male gli uni con gli altri, specie quando hanno lo stesso sangue..madre e figlio, fratello e fratello ecc

    • ma, ripeto la mia domanda: essere mostri è una scelta?

      e in questo caso perché qualcuno lo sceglierebbe liberamente, potendo scegliere il contrario?

  3. No Bortocal, no…essere mostri non è mai una scelta…Siamo quello che siamo…a prescindere dai motivi genetici o secondari ai nostri vissuti…Non possiamo farci nulla… A parte la revisione critica di se stessi. Ma è un processo difficilissimo che spesso neppure si innesca e quando pure si innesca a volte dura talmente tanto che una vita intera non basta…

    • anche io la penso esattamente come te.

      e soprattutto mi piace quel che dici della revisione critica: ecco, questa è, semmai, l’unica vaga possibilità: riuscire a cambiarsi almeno in parte.

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