la crisi della lira (turca) e l’arte di sopravvivere alla catastrofe economica mondiale – 61.

dopo l’Argentina, ieri anche la Turchia ha dovuto prendere un drammatico provvedimento di emergenza, anche in questo caso per contrastare il crollo del valore della moneta sovrana locale, la lira turca: i tassi di interesse, già molto alti, secondo i nostri parametri europei attuali, sono stati portati in una sola notte dal 7, 75 al 12%, nel tentativo di frenare l’inflazione galoppante.

anche la Turchia, come l’Argentina, appartiene al numero dei paesi emergenti che hanno fatto registrare negli ultimi anni un tasso di sviluppo molto forte e veniva lodata fino a qualche giorno fa per questo.

non bastasse, lo stesso giorno anche l’India ha dovuto prendere un provvedimento simile.

la Cina, più solida, ed ultima ridotta dei BRICS sinora in impetuoso sviluppo, ma fragilissima proprio per l’eccesso di sviluppo, ha cominciato parallelamente ad allargare il credito, cioè a stampare carta moneta in proprio, ora che gli Stati Uniti devono porre termine alla loro politica espansiva: questo significa che la Cina tenderà a spostare la direzione della propria produzione dal mercato estero al mercato interno: ma producendo inflazione.

nello stesso tempo Obama ha preso una iniziativa dirompente come l’innalzamento del salario minimo dei dipendenti federali ed ha cominciato a parlare di bisogno di una maggiore equità sociale.

ma perfino dal Fondo Monetario si ripetono gli allarmi: la crisi non è finita, occorre intervenire sul debito, si ripete allusivamente.

20 milioni di disoccupati in Europa ed un terzo di giovani disoccupati in Italia non sono tollerabili.

quelli che i politici italiani non vedono e non sentono, e di cui non parlano, salvo Grillo ogni tanto.

* * *

intanto in Italia si diffonde la disperazione sociale: piccole e grandi imprese chiudono, chi non chiude rallenta i pagamenti per sopravvivere; nel caso Elettrolux si propone di tagliare i salari operai del 40% come se questi non fossero già ai limiti di una moderna sopravvivenza con i salari attuali, e i renziani trovano la proposta giusta.

mica giusto tagliare i super-stipendi dei manager e i profitti non reinvestiti dei proprietari!, ma no, tagliamo i salari.

cioè, già che ci siamo: rottamiamo gli operai e gli impiegati!

* * *

la spiegazione di tutti questi fatti concomitanti e del meccanismo che sta dietro l’improvvisa crisi di questi paesi credo che sia quello che spiegavo ieri qui: il palliativo americano di Obama usato dopo il 2008 contro la crisi, cioè  tenere alta la domanda con la stampa di carta moneta (così appoggiato anche da Friedman e dai cosiddetti neo-keynesiani nostrani, che avrebbero voluto che anche l’Europa facesse altrettanto), è giunto al capolinea.

sinora gli USA erano riusciti a scaricare fuori dal loro paese gran parte dell’inflazione legata alla stampa di carta moneta, grazie al ruolo di moneta di riserva internazionale del dollaro, ma ora evidentemente la situazione è giunta al punto di rottura sia fuori dagli USA che al loro interno e l’inflazione sta diventando assolutamente insostenibile.

e si fa presto a dire inflazione insostenibile, perfino, dove si vive con uno o due euro al giorno e l’aumento del prezzo del riso basta a sterminare letteralmente milioni di persone.

e questo conferma la giustezza relativa della politica europea, tanto criticata, di contrastare invece l’inflazione: grazie all’euro i paesi di questa area monetaria hanno problemi economici certamente gravi, ma non hanno l’inflazione; e questo non è poco, a chi sa vedere le cose, fino a che potrà durare.

perché un conto è essere disoccupati con una moneta sostanzialmente stabile, un conto è esserlo con una inflazione galoppante: questa seconda ipotesi porta diritta diritta al collasso sociale.

* * *

la situazione economica si va facendo comunque insostenibile, tanto nei paesi che hanno scelto la via inflattiva, quanto in quelli che hanno preferito realizzare una stabilità della moneta.

altro che la luce di Saccomanni e Letta alla fine del tunnel! la crisi comincia adesso; quel che abbiamo visto e che stiamo vivendo sinora è soltanto un assaggio.

ora, se i paesi emergenti si trovano costretti a realizzare pesanti politiche di deflazione, cioè anche di diminuzione della domanda, questo significa che una tragedia economica senza precedenti incombe: finora infatti siamo sopravvissuti in Europa e anche in Italia grazie alle esportazioni.

ma che cosa succederà davvero se anche questo ossigeno che teneva in vita la parte vitale residua della nostra economia verrà meno?

* * *

è tardi, è tardi, ma l’unica strada – credetemi, anche se lo ripeto inascoltato da un po’ – è il taglio della ricchezza iper-concentrata in mani troppo ristrette.

la crisi è tuttora uno strumento per migliorare i profitti degli iper-plutocrati globalizzati.

la lotta per la salvezza dell’umanità comune sta diventando mortale fra noi e loro.

occorre non solo tagliare di netto la possibilità stessa dei grandi capitali di speculare sulla miseria che producono.

ma è un nuovo modello economico che deve essere costruito, un insieme di pensiero accademico universitario da rinnovare profondamente, una riflessione sul pianeta che esplode e che deve trovare un nuovo equilibrio, che purtroppo non sarà, temo né lo sviluppo contenibile né la decrescita felice, ma soltanto l’arte del sopravvivere decentemente.

* * *

è quel che dice, in questo umanissimo e comprensibilissimo discorso di un anno e mezzo fa alla Conferenza ONU di Rio sullo sviluppo sostenibile, il presidente dell’Uruguay Mujica (e ringrazio afo di avermelo fatto conoscere…).

Il Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica tocca i cuori con la sua semplice, inoppugnabile, coraggiosa verità. E’ l’uomo che governa il mercato o il mercato che governa l’uomo? Un discorso che passerà alla storia.
Pepe Mujica, noto come “il presidente più povero del mondo”, ha attualmente 77 anni, vive nella sua casa modesta, devolve il 90% del suo stipendio in beneficenza. E’ stato in carcere 14 anni come oppositore del regime.

prendetevi dieci minuti di tempo per ascoltarlo:

oppure, se preferite, il testo originale in spagnolo del discorso lo potete trovare cliccando su questo link.

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