Renzi, l’America e la (Dago)spia – 131.

che dagospia questa volta ci abbia azzeccato? la ricostruzione di come Renzi sia arrivato all’incarico di governo sulla spinta di “Obama e dei poteri forti” per una volta mi sembra persuasiva e dà finalmente anche una spiegazione dell’improvviso e sputtanante voltafaccia di Renzi, che si è trovato a dovere smentire in pochi istanti tutto quello che aveva detto per mesi a proposito del suo modo di andare al governo e della sua lealtà rispetto a Letta.

un Renzi quaquaraquà manovrato da altri, allora, e non l’uomo forte e spregiudicato che rinverdisce i fasti di Mussolini e Craxi con un machiavellismo duro a morire.

non si tratterebbe quindi semplicemente di incoerenza e mancanza di dignitá personale – che pure ci sono -, ma di spinte alle quali il buon Renzi non è in grado di resistere.

vediamo la ricostruzione di dagospia, che Libero riprende ed amplifica da par suo.

* * *

1. il 21 gennaio l’ambasciatore americano a Roma Phillips annuncia l’arrivo di Obama in visita in Italia il 27 marzo – questa notizia la trovo solo su Libero, ma rinuncio a verificarla perché credo che sia vera e non ci sia motivo di mentire al riguardo.

2. sempre secondo Libero e soltanto lui, Phillips nel dare l’annunciospiegava che, in veste di premier, avrebbe incontrato Renzi, e non Letta”.

really? sarebbe stata una bomba tale che mi sembra strano che non sia finita sui giornali.

infatti la notizia, in questi termini è falsa: il comunicato ufficiale dell’Ambasciata era stato:

“Vedrà il Papa, Letta e Napolitano” (vedi, ad esempio, qui) – in rigoroso ordine di importanza politica, immagino.

il giornalista di Libero è un analfabeta (ma non è una novità): ma anche i cretini e i pazzi a volte ricevono lo strano dono casuale di qualche verità; per questo bisogna ascoltare con attenzione anche loro.

3. però, secondo Dagospia, molto mal riportato da Libero come sempre, “chi frequenta Villa Taverna, residenza romana di questo avvocato esperto in frodi governative che ha lastricato d’oro la campagna elettorale di Obama, racconta che Phillips sapeva già da qualche settimana che i centritavola sarebbero cambiati”.

il modo di dare la notizia è tipico di una informazione senza fonti precise: d’altra parte è abbastanza chiaro che l’ambasciatore americano non ha bisogno di chiedere a nessuno chi sarà a marzo il presidente del consiglio in Italia, dato che è lui a deciderlo.

4. però, secondo Dagospia l’ambasciatore ha anche ottimi rapporti personali con Renzi:

Phillips e Renzie sono in ottimi rapporti, inizialmente grazie a Marco Carrai, imprenditore fedelissimo del sindaco fiorentino e uomo di cerniera con banche e alta finanza.

L’ambasciatore Usa possiede anche un mega-casale alle porte di Siena di nome “Borgo Finocchieto” e spesso si è recato a Firenze per qualche colazione riservata. 

questa contiguità non fa male, tutto contribuisce, ma non è qui la sostanza del problema, come vedremo: questa è una manifestazione delle scelte americane, non certo quello che le determina.

5. “La sua idea (…) era che il governo Alfetta avesse perso qualunque spunto e forza già dalla presentazione della legge di stabilità.

I malumori a stelle strisce su una certa inconcludenza del governo di Mezze Intese erano già arrivate anche a Re Giorgio, il quale non a caso, dopo il discorso di Capodanno, si era chiuso in un silenzio un po’ incupito e aveva totalmente mollato Lettanipote al suo destino”.

dunque, la legge di stabilità italiana non è piaciuta ad Obama: ma non è un problema di “inconcludenza” – questo è stato soltanto il Leitmotiv propagandistico della campagna contro Letta -, ma di qualità di queste scelte: prego, proseguite e alla fine spiegherò meglio che cosa intendo.

6. tutto si consuma lunedì 10 febbraio:

il Corriere della Sera, fino ad allora il giornale più lettiano e quirinalizio d’Italia, spara le anticipazioni del libro di Alan Friedman che parla di un ruolo decisamente molto attivo di Napolitano nella caduta del governo Berlusconi.

Alan Friedman è un giornalista americano; Napolitano non ha fatto nulla che non fosse nei suoi poteri di presidente, ma in Italia ogni boiata propagandistica viene presa per buona dal popolo bue, in particolare di sinistra o grillino; e tuttavia questo è un messaggio trasversale molto chiaro per Napolitano, che gli pre-annuncia una dura campagna di stampa contraria, se non si piega molto rapidamente al diktat.

e Napolitano è quasi novantenne, ma fulmineo.

scrive immediatamente una lettera al Corriere, ma recepisce molto bene il messaggio trasversale: Friedman fonda la sua ricostruzione sulle dichiarazioni di Prodi, Debenedetti e, un po’ defilato, Monti: i tre uomini di diversi poteri forti che in questo momento intendono colpire Napolitano per far cadere Letta.

nel nuovo organigramma Prodi sarà il Presidente della Repubblica e Renzi il capo del governo: i due marciano uniti ultimamente, e Prodi ha diversi sassolini da togliersi dalla scarpa.

la lettera al Corriere di Napolitano:

“Gentile Direttore, posso comprendere che l’idea di “riscrivere”, o di contribuire a riscrivere, “la storia recente del nostro Paese” possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alain Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro – nell’estate 2011 – con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti.

Naturalmente non poteva abbandonarsi ad analoghe confidenze (anche se sollecitate dal signor Friedman), il Presidente della Repubblica, che “deve poter contare sulla riservatezza assoluta” delle sue attività formali ed egualmente di quelle informali, “contatti”, “colloqui con le forze politiche” e “con altri soggetti, esponenti della società civile e delle istituzioni”(vedi la sentenza n. 1 del 2013 della Corte Costituzionale).

quella che ha imposto la distruzione delle intercettazioni telefoniche indirette di Napolitano da parte della Procura di Palermo: che autogoal per Napolitano ricordare questa sentenza.

Nessuna difficoltà, certo, a ricordare di aver ricevuto nel mio studio il professor Monti più volte nel corso del 2011, e non solo in estate: conoscendolo da molti anni (già prima che nell’autunno 1994 egli fosse nominato Commissario europeo su designazione del governo Berlusconi), e apprezzando in particolare il suo impegno europeistico che seguii da vicino quando fui deputato al Parlamento di Strasburgo. Nel corso del così difficile – per l’Italia e per l’Europa – anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. Egli appariva allora – e di certo non solo a me – una risorsa da tener presente e, se necessario, da acquisire al governo del paese.

Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008. Basti ricordare innanzitutto la rottura intervenuta tra il PdL e il suo cofondatore, già leader di Alleanza Nazionale, il successivo distacco dal partito di maggioranza di numerosi parlamentari, il manifestarsi di dissensi e tensioni nel governo (tra il Presidente del Consiglio, il ministro dell’economia ed altri ministri), le dure sollecitazioni critiche delle autorità europee verso il governo Berlusconi che culminarono dell’agosto 2011 nella lettera inviata al governo dal Presidente della Banca Centrale Europea Trichet e dal governatore di Bankitalia Draghi.

L’8 novembre la Camera nella votazione sul rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato registrò il venir meno della maggioranza di governo, e la sera stessa il Presidente del Consiglio da me ricevuto al Quirinale convenne sulla necessità di rassegnare il suo mandato una volta approvata in Parlamento la legge di stabilità. Fu nelle consultazioni successive a quelle dimissioni annunciate che potei riscontrare una larga convergenza sul conferimento a Mario Monti – da me già nominato, senza alcuna obiezione, senatore a vita – dell’incarico di formare il nuovo governo.

Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di “complotto” sono fumo, soltanto fumo.

Con un cordiale saluto”

Roma, 10 febbraio 2014

7. Letta aveva annunciato il giorno prima a Sochi che il lunedì sera sarebbe stato a cena da Napolitano per illustrargli il suo programma di rilancio del governo; ma la cena salta e quella sera Napolitano cena invece con Renzi, pensa te che schiaffo a Letta; a Renzi suggerisce di offrire a Letta un posto di ministro (Esteri? Economia? tanto fa lo stesso) per agevolare le dimissioni – chiaramente chieste dagli americani per i motivi che tra poco vedremo meglio.

Comunicato della Presidenza della Repubblica:

Il Segretario Nazionale del Partito Democratico, Matteo Renzi, è stato questa sera ospite a cena dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo appartamento.  

Roma, 10 febbraio 2014

8. 11 febbraio 2014. Letta riesce a farsi ricevere dal Quirinale il martedì mattina, ma il comunicato della Presidenza della Repubblica è impietoso nel suo linguaggio felpato:

Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avuto oggi al Quirinale un rapido incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per metterlo al corrente di questioni urgenti di governo prima della partenza del Capo dello Stato per Lisbona.

Roma, 11 febbraio 2014

non l’ha chiesto Napolitano l’incontro, ma Letta, e il Presidente della Repubblica non aveva tempo da perdere.

9. il 12 febbraio è la giornata della vana resistenza di Letta al suo destino, oramai segnato, dall’accordo America – Napolitano – Renzi; il 13 febbraio è la giornata della ratifica di questo accordo da parte di una Direzione del Partito Democratico che assomiglia più che altro ad una raccolta di amebe.

10. Renzi-Prodi. Una coppia che nei progetti di Washington dovrebbe dare un minimo di battaglia allo strapotere della Merkel.

con queste parole Dagospia conclude il suo articolo e con questa semplice frase getta nel piatto il tema centrale.

e qui la lascio perdere per proseguire con considerazioni mie.

* * *

il governo Renzi è dunque frutto di una manovra americana per imporre all’Europa, attraverso l’Italia, una linea di politica economica differente e in particolare ulteriori forme di indebitamento con l’abbandono della linea anti-inflazionista europea che è la principale forma di difesa dello stato sociale.

come si vede, la mia analisi è veramente difforme dal coro di rane che cerca di convincerci che ulteriori indebitamenti dell’Europa con la finanza mondiale siano una linea di politica economica democratica.

il fatto che l’Europa si pieghi alla volontà americana e cerchi di rilanciare il famoso sviluppo continuando a stringersi al collo la corda dei debiti che già la strozzano è del resto oggi vitale per gli USA stessi.

* * *

questa politica economica, con la quale Obama ha cercato di contenere i costi della crisi, è infatti arrivata al capolinea negli USA e sta provocando una ondata inflazionistica senza precedenti nei paesi BRICS che l’hanno accompagnata, continuando ad utilizzare il dollaro come valuta di riferimento.

ma l’America è stata costretta ad interrompere la stampa di dollari (da riversare poi prevalentemente fuori dagli USA, scaricando la loro perdita di valore altrove) per il rischio oramai imminente di una super-inflazione.

a questo punto le speranze americane di mantenere viva una domanda mondiale stanno tutte nell’abbandono della politica europea del “rigore” – che non è solo della Merkel, ma delle istituzioni europee nel loro insieme.

l’America ha bisogno come l’aria di una Europa filo-inflazionistica sulla quale scaricare le sue merci, mentre corre la trattativa per la creazione di un mercato unico trans-atlantico, alla quale tuttavia l’Europa sta sollevando grandi difficoltà, dato che si rende conto benissimo che è in atto una guerra sottotraccia tra America ed Europa, rivelata dal mille dettagli che continuamente emergono in varie sedi, dove all’Italia, secondo gli USA, spetta la parte di cavallo di Troia.

* * *

ecco dunque lo scenario internzionale dello scontro: l’Italia è tradizionalmente il migliore alleato americano in Europa e l’anello debole della costruzione europea: Obama e gli USA hanno deciso di fare leva sul nostro paese per provare a far saltare la politica economica europea: se poi riuscissero a far saltare anche l’euro tutto intero, questo sarebbe il loro successo del secolo.

Renzi e Prodi sono oggi gli uomini in Italia della politica americana e il rilancio di una politica economica inflazionistica nel nostro paese il loro obiettivo: riuscire a calare i salari reali mentre nominalmente crescono e la gente non capisce bene che cosa sta succedendo è infatti la migliore delle politiche liberiste.

solo che oggi le politiche liberiste vanno fatte dalla sinistra, possibilmente estrema.

* * *

è evidente che l’alternativa vera è quella che propone Barca, in mancanza di una azione concertata a livello internazionale per la riduzione concertata del debito degli stati: una patrimoniale secca pesantissima che abbatta il muro dei nostri 2.200 miliardi di debito e dei quasi 100 miliardi di interessi l’anno.

ma chi sostiene oggi questa battaglia?

la sinistra è confusa e chiede di indebitarsi sempre di più; intanto di squali degli iper-plutocrati mondiali si arricchiscono indisturbati mese dopo mese, mentre la gente comune è alla disperazione e nei paesi più fragili muore di fame per l’inflazione che sta portando alle stelle i prezzi dei prodotti agricoli.

* * *

tuttavia la battaglia interna pro o contro l’Europa è ben lontana dal chiudersi, e la difficoltà di Renzi di trovare un ministro dell’Economia ne è il segnale: scegliendo il ministro Renzi sceglie da che parte stare: America o Europa (e io dubito che l’Italia possa avere la forza necessaria per contrapporsi all’Europa, a meno di non uscire dall’euro e diventare del tutto una colonia americana).

se questa battaglia per una politica economica inflazionistica di tipo americano, contro l’Europa e contro le residue forze europeiste interne, Renzi dovesse perderla, allora anche le sue prospettive politiche si saranno esaurite ancora prima di nascere.

non tutto è così scontato come sembra, lo scontro è ancora tutto aperto.

(colpisce soltanto, a margine, l’assoluta insignificanza politica oramai di Berlusconi in tutti questi scenari, il cui ruolo sembra ridotto, in men che non si dica, a quello di supporto di Renzi; ma certamente lui sta facendo di tutto per accreditarsi come l’unico davvero in grado di fare una politica radicalmente filo-americana).

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