da Hong Kong a Macau – My roundtheworld n. 22 – 492.

riprendiamo le cronache del mio viaggio intorno dal punto esatto al quale le avevamo lasciate.

quando avevo riferito di uno dei pochi dialoghi che sono riuscito ad imbastire in Cina, ed era quello condotto il 20 luglio (mi sembra) ad Hong Kong sulla situazione ucraina.

Hong Kong è in un regime speciale rispetto al resto della Cina (ha persino una moneta sua) e lì l’accesso a internet era libero; mi viene da sorridere adesso a rileggere quello che avevo preparato, alla luce dei lunghi giorni di silenzio forzato seguito, non solo a livello di blog, ma persino di mail.

* * *

ecco la bellezza di un dialogo condotto parte sul posto e parte trasvolando lo spazio, grazie alla connessione wi.fi dell’alberghetto; ma mi ha messo anche in tensione, perché l’inglese del mio interlocutore era molto più fluente del mio (non che ci voglia molto) e riuscivo a capire solo una parte di quel che diceva, per il resto annuendo in modo sciocco.

ma quando ci siamo lasciati, dopo presa una foto ricordo, mi dedico a fotografare il piccolo giardino di delizie nel quale mi trovo, una vera antologia di motivi decorativi decisamente cinesi.

come spesso capita in Cina, è proprio nelle piccole dimensioni che quest’arte dà il meglio di se stessa: in questo modo infatti gli accostamenti dei motivi risulta più frequente, e anche il gioco fra gli elementi artificiali e quelli naturali, che costituisce una parte così importante di tutta l’arte di ascendenza buddista, riesce a dare risultati particolarmente intensi.

qui sento che sarebbe il caso di buttare giù qualche osservazione densa e pregnante sull’idea di natura in Cina, che mi pare diversa dalla nostra: la natura pare come un prolungamento naturale dell’uomo e non come una realtà originaria che lo precede e quasi vi si contrappone.

senza la comprensione di questo aspetto, che è così lontano dalla nostra mentalità, non riusciamo a capire quelle che a noi appaiono in molti casi pesanti devastazioni del territorio e che percepiamo come una forma di violenza contro il paesaggio, ma ad un cinese appare come la naturale prosecuzione di quell’intervento dell’uomo sulla natura che è per lui la natura stessa.

non esiste in Cina culturalmente natura che non sia umanizzata, la pura natura suscita ripulsa ed orrore.

ecco, ho detto la mia stupidaggine di oggi, e adesso posso uscire dal parco carico di una cosa intelligente che mi pare di avere pensato.

* * *

ma siccome di trovare altri monumenti dove dovrebbero essere non si parla, neppure dopo avere fissato questo punto di riferimento spaziale preciso, punto di incontro teorico fra il reale e quanto rappresentato sulla mappa, a questo punto decido di affidarmi al caso, di seguire una direzione generale, che sarà verso est, e poi cercare piuttosto le suggestioni offerta ora da una emergenza architettonica, ora da una scalinata che sembra promettere qualche scoperta curiosa, ora dall’interesse per me di qualche graffito oppure altri spunti vari da fotografare.

ecco questo piccolo disegno stilizzato, ad esempio, in un passaggio un poco appartato, che proprio non mi sarei aspettato di trovare: due uomini che si baciano appassionatamente e una scritta MON HATE: la mamma non lo può sopportare (?).

non troppo distante è invece un localino dove si fa della bella musica, che mi fermo a riprendere: un piccolo stralcio di una Hong Kong alternativa ed europea, dato che la musica ha un’impronta tipicamente occidentale.

ma tutta la zona sembra pervasa da un allegro e frizzante spirito domenicale e non devo aspettare molto per trovarmi addirittura in una scatenata festa della birra che coinvolge alcune strade.

l’allegria, di alto tasso alcoolico, non si risparmia; la socializzazione viene da sé; vi è in uno spiazzo una specie di teatrino all’aperto, formato da cinque o sei gradoni semicircolari, e vi si esibiscono dei complessi; il primo di notevole livello, con pezzi di uno sperimentalismo molto originale, che ho davvero apprezzato.

* * *

due bambini ballano davanti ai musicisti, ma sono talmente piccoli che i loro movimenti sono rozzi e fanno molta tenerezza.

il più piccolino è il figlio di una coppia mista, lui un quarantenne occidentale, lei una ragazza più giovane, orientale, ma non sembra cinese: col loro consenso sorridente riprendo i due bambini e poi faccio alcune foto proprio al loro, che apprezza la cosa e viene ad esibirsi davanti a me, anche sfidandomi a giocare con un palloncino.

ci dev’essere un significato fortemente simbolico, però, in questa serendipity, se a poco a poco mi prendo conto, col gelo nel cuore, che le dita della sua mano sinistra hanno qualcosa che non va: il pollice è parzialmente mutilato della punta, l’indice e il medio sono troncati all’altezza della seconda falange all’inizio, all’anulare manca la terza: è come se un semicerchio avesse tracciato un confine a quella mano e ne avesse sottratto qualcosa che considerava superfluo, staccandolo come una specie di mezzaluna per tritare cipolle.

il bambino, a guardarlo ora con questo desolante occhio critico, non si rende ancora conto della mutilazione che lo rende diverso, e tuttavia alcuni movimenti gli risultano di impaccio, mente gioca con me col palloncino; questo dolore ancora senza nome per lui se lo porterà con sé per il resto dei suoi giorni; ora ancora non sa.

* * *

il complesso che segue appare grossolano e ripetitivo e forse anche per questo saluto e me ne vado; ho un’ombra nel cuore, che però non cancella lo stupore sempre rinnovato per i grattacieli della zona più bassa e moderna dell’isola dove adesso sono entrato.

sto andando verso i moli dei traghetti, anche per comperare il biglietto per Macau dell’indomani e misurare bene i tempi dello spostamento dall’hotel; per fortuna il traghetto Gold Star, che congiunge con l’altra riva dove sta il mio hotel, è proprio di fianco a circa 300 metri, da quello per Macau: domattina sarà facile, penso, arrivare qui senza fatica; è meglio che prendere il metrò che è più lontano.

e poi sarà piacevole dare l’addio ad HK attraversandola in tutto il suo splendore per l’ultima volta nel braccio di mare che separa le due sue parti principali: isola e penisola.

* * *

ma intanto ecco che nel verde piazzale antistante a uno dei più alti e moderni edifici di HK ai miei occhi si apre uno spettacolo sconcertante di cui tuttora non ho capito la natura

a partire da questo piazzale, ma poi per le strade adiacenti e in ogni piazza, decine centinaia migliaia di donne – solo donne – stanno distese nei prati o nei marciapiedi; non fanno nulla, solo qualcuna sembra che sia lì per vendere qualcosa di molto modesto buttato su giù sui teli sul quale sta seduta, ma la maggior parte non ha nulla da vendere: stano semplicemente assieme a chiacchierare e socializzare; anche l’idea dell’inizio che possa essere una manifestazione cede di fronte alla mancanza di qualunque simbolo che possa dare un senso politico a questa presenza.

che pure assume ai miei occhi l’inquietante valore simbolico di una tranquilla e radicale autonomia femminile rivendicata.

* * *

non rimane che il ritorno a casa, e pagare sin d’ora per poter essere libero domattina di partire senza attese; vorrei buttarmi previdente a dormire, ma l’insonnia mi permetterà di scrivere molto stanotte.

* * *

risveglio mi pare tardivo, rispetto alle 10:15 a cui partirà il traghetto; non ho regolato ancora l’ora del cellulare, quindi aggiungo mentalmente le ore che mancano; ma sarebbero le 9:50.

nessuna corsa mi farebbe arrivare in tempo, e c’è ancora la valigia da chiudere, il ragazzo da salutare , che esprime tutto il suo dispiacere visibile per la mia partenza, come se non glielo avessi già detto ieri sera o come se dovessi per qualche motivo cambiare idea.

ed eccomi trascinare la mia valigia con l’enorme sacca delle pesantissime guide sul groppone: un primo orologio che incontro e che indica da poco passate le 8 mi fa pensare che a HK non si regolano bene le ore negli orologi pubblici con grave pericolo di errore degli abitanti e visitatori, ma la ripetizione dell’ora a un orologio successivo mi induce a un nuovo controllo.

esito del controllo: una conferma del mio autolesionismo: allo scopo di procurarmi una nuova crisi di panico a di indurmi a una frenetica ideazione di alternative, dal momento che penso che arriverò al traghetto in ritardo, il mio cervello ha aggiunto mentalmente 8 ore anziché 6 all’ora locale; quindi in realtà ho più di un’ora e mezza a disposizione per arrivare al traghetto e, considerando con quanta attenzione ho programmato il passaggio, mi resterà più di un’ora di attesa al traghetto…

* * *

penso: ma il diavolo ci mette un piccolo errore, perché allo sbarco dal traghetto mi trovo non già al fianco dei moli per i traghetti esterni, ma ad un molo solitario in un punto indeterminato della costa dell’isola di Hong Kong, e a ben maggiore distanza immaginabile dal traghetto per Macau che se se avessi preso quel maledetto metrò.

non mi rimane che dirigermi verso ovest trascinando il mio carico da gurpa o meglio sherpa himalaiano, con un’ansia che si fa via crescente man mano che i quarti d’ora passano e il molo dei traghetti ancora non si profila all’orizzonte.

aggiungete il carattere solo in apparenza razionale dell’organizzazione del traffico pedonale a HK, che di solito dispone di propri percorsi sopraelevati che non interferiscono col traffico automobilistico, ma costringono a giri tortuosi e a volte all’attraversamento di centri commerciali, che sono diventati parte organica ed essenziale dei percorsi pubblici in barba a tutte le mie fisime anti-consumiste).

lo sforzo fisico è immane, anche perché sarà il caso di dire che il clima di HK in luglio è decisamente caldo ed umido.

comunque arriva finalmente il momento che il molo già noto del traghetto Gold Star si profila, dopo lunghe peripezie fra lavori i corso; e poi lo sforzo finale per il superamento dei sei moli degli altri traghetti, e finalmente ecco il piatto parallelepipedo dei traghetti per Macau, che rappresentano pur sempre un attraversamento di confine.

* * *

Macau, ex colonia portoghesse, gode infatti nella Cina di uno status simile a quello di HK, cioè come la metropoli ha una piena autonomia, un frontiera rigidamente chiusa salvo che in due punti e ha una propria e distinta moneta.

Macau è la capitale cinese del gioco d’azzardo, è la Las Vegas dell’Impero di Mezzo, anzi per dirla tutta ha un giro d’affari superiore a quello di Las Vegas e in una notte ai suoi diversi tavilti da gioco circolano superiori al PIL di una nazione (spero piccola).

ma forse è proprio per il gioco d’azzardo che domina la sua economia che la moneta di Macau si chiama – giuro, non è uno scherzo – pataca!

non vado a Macau per giocare, naturalmente, anche se verso sera, naturalmente, un’occhiata dall’interno al più grande casinò di Macau la darò, e sarà la prima volta in vita mia che metterò piede in una casa da gioco.

sono curioso di conoscerla, in generale, prima di tutto, e poi mi interessa il suo centro storico, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

* * *.

per ora la giornata è grigia e poco attraente; le isole di HK si susseguono al finestrino del traghetto, nel frattempo salpato: riconosco Lantau, e poi la stanchezza e la depressione della partenza sbagliata hanno il sopravvento; il carattere francamente odioso dei miei compagni di viaggio, che hanno tutti l’aria di cinesi arricchiti che vanno a Macau a far bisboccia, non aiuta la voglia di restare svegli a cercare di imbastire una conversazione con qualcuno; così mi appisolo nella sala climatizzata; mi risveglio che siamo già arrivati.

l’immenso piazzale della stazione degli autobus al quale si sfocia immediatamente dal traghetto è dispersivo; forse sono io poco lucido? devo correre qua e là per arrivare a una banca e cambiare in patacas tutto quel che mi è rimasto dei dollari di HK (a sorpresa me ne saltano fuori qualche decina avanzati) e qualche euro: ma non mi basteranno e dovrò cambiarne ancora.

andare verso il centro non è un problema: i casinò, che sono spesso anche grandi alberghi, forniscono un servizio gratuito e ti scaricano direttamente davanti a loro, racconta la Lonely Planet.

faccio un po’ fatica a trovarli, ma poi eccomi su un bus, a cercare invano di ricostruire il percorso che sta facendo, per orientarmi; ma comunque in un quarto d’ora mi scarica davanti al suo mega Casinò…

* * *

si tratta ora semplicemente di trovare la strada verso la Rua de la Felicidade, ci credereste? con questo nome, è un ex quartiere a luci rosse, che adesso è la sede delle pensioncine a basso costo, ed ovviamente (come dovrei ben sapere) si trova di solito nelle zone più pittoresche e impagabili dal mio punto di vista minoritario di viaggiatore zaino in spalla (ma gli altri lo sanno quello che si perdono?).

tuttavia la situazione, che sembrerebbe così facile dato che a Macau tutti parlano esclusivamente cinese, ma i nomi delle strade sono tutti scritti in portoghese, diventa rapidamente disperata: sono effettivamente in questa zona, anche se non so il nome di questa stradina piena di locali caratteristici tra case alquanto degradate in cui trascino le mie condanne di Sisifo, ma di hotel neppure l’ombra.

quanto al degrado non mi pare qualcosa di speciale in Macau, che vedrò squallidamente divisa in due mondi paralleli tenuti ben distinti: quello dei grandi hotel e dei casinò per ultra-ricchi cinesi che escono dal mondo del comunismo nominale per venire quei a togliersi i loro vizi, e quello di una città molto chiusa e provinciale, piuttosto degradata.

* * *

dialogo con gelsobianco:

ma, insomma, la giornata mi sta mettendo a dura prova, e quando finalmente il primo hotel compare, guardo solo al fatto che abbia il wifi in camera, e non sottilizzo sul prezzo: 55 euro e non è un granché, migliore tuttavia di entrambe le sistemazioni di Hong Kong; ho una fretta tremenda di buttarmi a dormire; anche la notte precedente è trascorsa largamente in bianco.

e anche di stendere i fili dei miei dialoghi con figli, amici e lettori del blog: non che mi senta solo, ma insomma, se non avessi qualcuno che mi pensa potrei cominciare a pensare che tutto questo sia solo un sogno, a volte un incubo.

28 risposte a “da Hong Kong a Macau – My roundtheworld n. 22 – 492.

  1. Splendido reportage! Da ri_leggere.
    Gusterò tutto meglio ad un’ora più decente.
    Qui è notte fonda!

    A prestissimo, amico mio!
    Ti abbraccio
    🙂
    gb

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  6. “se non avessi qualcuno che mi pensa potrei cominciare a pensare che tutto questo sia solo un sogno, a volte un incubo.”
    C’era gelsobianco a pensarti! Oh, sì.
    E gb ricordava anche un po’ della sua vita.
    C’è gelsobianco ora a rileggere ogni tua parola con un piacere davvero vivo.
    E gb ricorda ancora quella parte della sua vita,

    Un abbraccio
    🙂
    gb

    • e infatti lo sapevo che mi leggevi, e per questo ti ho citata.

      e` bello quando il sentimento dell’una conferma e rafforza il sentimento dell’altra. 🙂

      • E certo che ti leggevo, Bort.
        E ti pensavo.
        Ho viaggiato con te davvero.
        Mi hai fatto conoscere parti importanti che io non ho potuto cogliere, da viaggiatrice diversa da te.
        E hai allargato così il “mio viaggio”.

        gb

        • piace molto anche a me quando qualcuno ha condiviso, anche in tempi diversi, una tua esperienza e riesce a dartene un punto di osservazione diverso.

          🙂

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