Lantau e il Budda probabile – My roundtheworld n. 20 – 490.

sto combinando dei bei casini; mi accorgo di avere saltato ben due post su Hong Kong.

li pubblico per completezza, pur disperando della loro leggibilità.

questi due post precedono quello già pubblicato, che descrive l’addio (faticato) ad Hong Kong e il passaggio a Macau.

(la numerazione dei post viene quindi corretta per riportarli alla successione giusta almeno nei numeri).

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Ciò che è infinito non può essere reale; infinita è soltanto la possibilità.

Qualcuno pensa, giustamente, che l’universo potrebbe essere infinito, il che significa anche che possono esistere infiniti universi infiniti.

Questo significa soltanto che ogni universo non è reale, ma soltanto possibile.

Che cosa rende reale dunque l’universo, in se stesso soltanto possibile?

La comunicazione: è in essa (se volete, nel Lògos) l’unico principio della realtà; senza comunicazione niente è reale, perché reale è solamente quello che viene comunicato.

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Che ve ne pare, pazienti e sparuti lettori, come inizio del resoconto della giornata successiva ad Hong Kong del 19 luglio? Non è tale da far perdere del tutto la pazienza e indurre alla fuga anche i più ben disposti?

Eppure è necessaria questa premessa, perché è soltanto nel racconto che se fa che il viaggio acquista uno spessore di realtà maggiore almeno potenzialmente della dimensione dell’effimero che corrode ogni umana cosa.

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E allora ha anche senso dire che la giornata del 18, vissuta nell’esplorazione della città solamente nel pomeriggio, era sembrata fatta apposta per far emergere anche gli aspetti più opachi e male odorosi di questa realtà di Hong Kong, accanto all’inesausto entusiasmo per la bellezza dei luoghi e all’ammirazione indiscussa per la potenza inarrivabile con la quale erano stati stravolti tutti gli elementi naturali.

Intanto il primo è che tutta questa bellezza è rigorosamente al servizio del commercio e della seduzione a vendere: sto pensando con un senso quasi di vergogna a quel che ho scritto pochi giorni fa a proposito della commercializzazione italiana di stazioni e aeroporti: che riflessione ottusamente provinciale!!

Qui noi risultiamo dei faticosi apprendisti della modernità, che esprimono tentativi senza neppure grande convinzione, per dichiarare la loro appartenenza al grande mercato universale.

Ma che dire di quel che viene fatto, al confronto, in un universo intero come quello cinese?

Come non accorgersi, dico a me stesso, che non si può scrivere nulla di sensato rimanendo ancorati a un piccolo paese in declino?

Non è da qui che potrò davvero capire il mondo.

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E questo è davvero il mio viaggio attorno al mondo: dove per la prima volta nella mia vita non vado alla ricerca delle seduzioni pasoliniane del passato terzomondista destinato ad essere cancellato, nello Yemen o in Siria a Maalula, oppure in qualche frammento di mondo pre-industrializzato, ma mi confronto davvero col mondo vero, ed esco da me stesso e dalle mie povere certezze identitarie di protestatario sconfitto.

* * *

Eppure un secondo sguardo dice qualcosa di più: non rilancia una opposizione e una critica smentite dai fatti, ma illumina aspetti sconcertanti che gettano comunque ombre di incertezza.

E lasciano aperta la strada ad un atteggiamento che, rinunciando ad essere di protesta contro l’impossibile, non rinuncia a riflettere e cerca di porre le basi di una comprensione del futuro possibile.

Gli inarrivabili grattacieli luccicanti di cristallo e capaci di farsi percorrere da brividi luminosi al neon emergevano a tratti da un sozzo accumulo deforme di loro meno recenti consimili già in degrado; dove non vi erano ragioni di rappresentanza e di potere a mantenerli nel loro originario fulgore, essi già davano i segni di una decadenza irrimediabile che faceva pensare ad imminenti demolizioni o crolli.

In quelle scale smisurate di finestre in ascesa sul mondo vivevano masse difficilmente definibili da altro che non fossero le centinaia di ventilatori aggrappati alle finestre.

* * *

Già, perché nulla ho ancora detto del clima salmastro e caldo, che opprime dappertutto, salvo che in ogni edificio dove il condizionamento lavora a mille, costringendo il percorritore a bruschi passaggi e sbalzi quasi letali, se non per un lungo allenamento.

Non si potrebbe vivere ad Hong Kong se la città intera quasi non fosse condizionata, e la sola immaginazione di quanta energia sia necessaria per raffreddare luoghi pubblici e privati fino a far sentire il bisogno di riscaldarli sembra superiore alle possibilità umane concrete e ridurre tutto ad una dimensione quasi mitologica.

E’ una artificialità intera che diventa oscuro delirio, come tocco con mano mentre cerco, passando a tratti per una specie di sentieri fiancheggiati da una vegetazione da giungla, la fermata di partenza della ferrovia che trascina i suoi ottocenteschi vagoni in cima alla montagna da cui ci si stordisce con i panorami a picco, di fianco ad una bella attrice che sta girando una scena da film.

Ed ecco una delle tante sorprese di Hong Kong: imprevedibile e geniale; arrivo ad una cattedrale protestante e nell’entrare mi si offre un coro di musica barocca occidentale guidata con energico entusiasmo da un giovanissimo direttore locale.

* * *

Ecco i motivi per cui ho deciso di destinare la giornata di sabato 19 ad un panorama di esperienze completamente diverse: scelgo di visitare un’isola, Lantau, che promette di farmi conoscere altri lati nascosti di HK.

L’isola è in realtà collegata alla linea del metrò, perché è proprio sulla sua punta nord-occidentale che è stata costruita la grande spianata artificiale dell’aeroporto, e all’uscita dalla stazione lo spettacolo dei grattacieli modernissimi è di nuovo superbo e superiore all’immaginazione semplicemente comune: quanta arroganza hanno dovuto coltivare gli architetti nei lor studi per arrivare a gesti di progettazione così estrema.

* * *

Ma poi basta fare un economico ticket giornaliero locale, per girare l’isola in bus e partire per strade che si adeguano necessariamente alla natura montuosa e rapidamente anche selvaggia del territorio; solo in un punto una baia meravigliosa è deturpata da un massiccio e grigio edificio; ma scopro con una specie di sgomento che si tratta di un carcere: inventato certamente da un sadico, che voleva che i detenuti avessero ben chiaro – vedendo quel cielo azzurro e quel mare dalle loro celle – che cosa vuol dire davvero privazione della libertà.

L’autista corre con tutta la velocità di chi fa quel percorso varie volte al giorno, ma a me francamente sembra eccessiva e sono ben lieto quando, dopo un’ora circa, ci lascia nel piazzale antistante alla prima meta del viaggio, il villaggio di pescatori di Tai O.

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Certo, dopo avere visto i villaggi galleggianti del grande lago Tonle Sap in Cambogia o le palafitte del lago Inle in Myamar, qui siamo di fronte a qualcosa di più rozzo e manipolato dalla modernità: e tuttavia ecco un sapore di vita di povera gente ai margini della metropoli, che mi si concretizza nel piccolo lusso che mi concedo di due ostriche cucinate nel formaggio fuso.

Poi non mi resta che andarmene per i fatti miei salendo dai vicoli colorati per un sentiero panoramico sul bordo alto del mare, dove incontro solo un giovane bianco solitario come me, o forse affascinato dalle strane tombe semicircolari che ci affiancano nella salita sparse lungo il pendio.

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Il panorama si spinge molto al largo, il clima ha voluto premiare la scelta con un cielo quasi sempre sgombro di nubi, in questa prima parte della giornata, e così si vedono le flotte dei pescherecci sotto costa, trasvolate dai grandi jet che a ritmo incessante calano sull’aeroporto o ne decollano.

Dalla punta sarebbe bello scendere sull’altro lato del promontorio, ma nel dubbio (poi rivelatosi sbagliato) che proprio lì sotto si celi una cesura e che quella punta che si vede sia quella di un isolotto non congiunto al resto dell’isola, scelgo di tornare per la stessa strada.

Premiato tuttavia dall’arrivo in contemporanea con me sulla punta più estrema, dove adesso ho piegato, di un battello che a poco prezzo mi riporta velocemente alla base degli autobus, da dove si riparte subito verso il grande Buddha seduto che sormonta un’altra cima più interna.

* * *

In qualcosa mi pare di essere, più in piccolo, ritornato al motivo circolare dell’ascesa buddista dell’idonesiana Borobudur o dei templi di Bagan in Birmania.

È solo nazionalismo religioso, credo, che impedisce a questo monumento alto decine di metri e collocato in alto sul mare di godere della stessa fama del Cristo in piedi di Copacabana.

Aggiungiamo che attorno all’alta piattaforma circolare che lo sostiene, in basso, ci stanno statue che offrono una nuova dimostrazione dell’arte buddista delle variazioni e propongono decine di fotografie che mi risultano spettacolari.

* * *

Sì, mi riconosco del tutto homo phograhicus, l’esemplare della specie che si ritiene in qualche modo un privilegiato per il fatto di potere riprodurre le cose grandi che qualcuno ha creato al suo posto.

E la passione del clic che ritaglia la realtà – e comunicandola ad altri, la rende reale – non cessa neppure di fronte al successivo villaggetto del tutto turistico che conduce attraverso un percorso obbligato di inviti agli acquisti alla stazione a monte della funivia, che mi riporterà a casa con un percorso di una decina di km, fino al metrò.

* * *

Ma prima perché non fermarsi ad applaudire un spettacolo di danza moderna imbastito da un gruppetto di giovani?

Non mi stancherei mai né di girare né di fotografare: e anche quando ritorno a valle tra i grattacieli che sembrano quasi nascondere un ventre da centro commerciale, è bello fermarsi a fotografare i bambini che giocano completamente inzuppati dagli spruzzi che nella piazza innalzano accessibilissime fontane.

immaginarie, potenziali, solamente probabili, ma così piacevoli da crederle vere.

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16 risposte a “Lantau e il Budda probabile – My roundtheworld n. 20 – 490.

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