Macau e dintorni – My roundtheworld n. 24 – 495.

come avrà già visto chi avesse letto il post precedente, ho deciso di portarmi  in pari con le mie cronache di viaggio, dato che il blog riveste anche un’utilità pratica per parenti e amici che vogliono seguirmi nel percorso e sapere quel che mi succede, e continuare in ordine strettamente cronologico dandogli le notizie di 10 giorni fa con i post rimasti bloccati dalla censura cinese mi pareva un controsenso.

nei prossimi giorni quindi si alterneranno, fino a che possibile, un post di giornata con uno d’archivio: il tutto finirà col creare una specie di contrappunto di due mondi affiancati, ma tali da parere l’uno la negazione dell’altro: la Cina e il Laos.

ecco quindi ora il post scritto il 24 luglio su Macau e la sua visita il 21 e 22 luglio.

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Mi risveglio che è sera, e quasi troppo tardi per visitare Macau, ma mi aiuta il fatto che l’alberghetto è proprio nel centro storico, come ben sapete: Rua de la Felicitade, è proprio in quella!

e vi sembra un caso che le peregrinazioni della giornata mi portino a scoprire anche, lì vicino, una Rua de la Vertude, e – a fare collegamento fra le due, forse ironicamente forse no – una Rua della Dissimulacao?

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l’idea di centro storico potrebbe può risultare fuorviante: nel mondo cinese centro storico semplicemente è l’area antica nella quale è nata un città, e dunque dove si trovano alcuni antichi monumenti; la conservazione dei suoi tratti caratteristici urbanistici come insieme non è prevista; l’urbanistica cinese moderna è simile in questo a quella fascista italiana degli anni Trenta; se qualcosa si è salvato è stato per incuria, anche se adesso a Macau – probabilmente a seguito della decisione UNESCO di considerare questo centro patrimonio dell’umanità – è tutto restaurato con molta cura, pur se in un insieme generalmente caotico e sconnesso.

È così che arrivo alla Piazza del Senato, trionfo del barocco portoghese che caratterizza questi resti, con ampia diffusione anche di tutte le manifestazioni più tipiche del devozionalismo cattolico.

Un piccolo prezioso museo ricavato in un convento, mi pare gesuita,  dà una rassegna del misticismo seicentesco, molto caricata emotivamente e resa a tratti quasi espressionistica: il gesuitismo anche in Cina fu l’espressione massima della presenza cattolica e troverei questo misticismo anche molto poco gesuita, se fosse il caso di abbandonarsi a queste sottigliezze; ma nel gesuitismo c’è stata una visione della religione di carattere razionale più che emozionale, ma meglio si dovrebbe dire una religione che sapeva fare un uso molto razionale del devozionale.

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dalla Piazza del Senato un percorso molto breve separa dalla vera meraviglia antica di Macau, che è il grande sagrato in cima al quale sorge la facciata spettralmente vuota, cioè visibilmente priva di un edificio circostante, della chiesa di san Paolo.

un incendio nell’Ottocento distrusse la più grande cattedrale cattolica d’Asia, che non fu più ricostruita; ma si salvò la spettacolare facciata, integra nella sua magnificenza e nella decorazione, che fonde motivi artistici europei e cinesi.

Il suo impatto visivo ed emotivo non è inferiore a quello della scalinata di Trinità dei Monti n Piazza di Spagna a Roma, per fare un esempio: perdipiù, l’effetto è inatteso.

Me ne ascolto l’emozione che si moltiplica quando, per contrasto, a fianco dei resti al momento inaccessibili delle navate scopro un piccolo e colorato tempietto buddista tipicamente cinese, costruito, come simbolo della tradizione locale che si riprende i suoi spazi, dopo la fine della cattedrale come luogo di culto ufficiale solenne della potenza coloniale conquistatrice.

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Lì di fianco si sale al castello; il museo di Macau, adiacente, è chiuso per l’ora tarda, e saliti sulla spianata non resta che guardare con tristezza dall’alto da un lato le effervescenti ed esagerate convulsioni architettoniche del mondo dei casinò che consumano i loro eccessi ideativi e coloristi, dall’altro la comune degradata mistura di grattacieli ad uso abitativo, che qui sono sono la versione povera di quelli di HK, già piuttosto fatiscenti.

Mi soffermo tra varie foto che sto scattando, alcune che mi paiono bellissime, altre insignificanti, ma con un fine documentario: le mie fotografie non cercano sempre la sintesi lirica del bello, ma spesso, se non quasi sempre, si collocano nel mondo della prosa di una narrazione come quella che sto facendo, della quale sono l’accompagno.

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Un localino in un vicolo secondario, che già è invaso dal precoce buio della sera tropicale mi offre a poco prezzo una straordinaria minestra di polipo, e poi esco che è già notte; e a questo punto i giochi puttaneschi delle luci della parte moderna e ludopatica della città mi attraggono per un safari fotografico.

In una galleria nel pomeriggio avevo fotografato un moderno autore di calligrafici paesaggi in bianco e nero, allusivi a primigenie genesi, che potevano apparire anche incubi di diluvi autodistruttivi: un autore originale e interessante,.

Ma ora nella hall del Gran Casinò si espone arte di natura e prospettive ben diverse: è il trionfo del kitsch calligrafico e convenzionale dell’arte cinese, qui ricondotto a dimensioni e virtuosismi che lasciano comunque meravigliati.

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Se il kitsch possa essere una forma d’arte capace di produrre risultati apprezzabili è una questione alla quale l’arte cinese ha già risposto da tempo; vorrei dire, se non sembrasse espressione di sofisticato elitismo culturale o peggio di razzismo, che tutta l’arte cinese convenzionale appartiene in realtà al filone del kitsch, almeno ai nostri occhi occidentali: infatti si basa sulla ripetizione di motivi tipici, attraverso i quali l’espressione individuale dell’artista arriva ad esprimersi solo raramente e quasi soltanto per accenni, almeno fino ai tempi più recenti.

E qualcosa di simile, sia pure in modo più limitato, può essere detto, ai nostri occhi italiani almeno, anche dell’arte tedesca; insomma sembra che possa esservi una correlazione piuttosto stretta fa la diffusione del kitsch, cioè di espressione artistica fondata sulla ripetizione convenzionale di motivi stereotipi nei quali si perde ogni originalità di artista e l’alto livello di coesione e disciplina sociale; insomma alla fine l’arte più kitsch di tutte risulta l’are islamica.

Tuttavia il kitsch cinese è molto più ricco, in quanto ammette la riproduzione della figura umana e della natura, per quanto non stilizzata.

Però queste rappresentazione sono sempre convenzionali, prive di problematicità e di pathos; noi le vediamo come puramente decorative, anche se probabilmente rappresentano una visione della vita acquietata e rassicurante.

Ed effettivamente la pesante riduzione del ruolo dell’individuo rende l’esistenza stessa molto meno problematica; l’individualismo porta con sé l’ansia che nasce dal rischio di fallire; sentirsi parte di un gruppo toglie quest’ansia, perché il gruppo, almeno all’osservazione immediata, non può fallire.

Sarò per questo che i cinesi mi sembrano un poco un popolo bambino? Così semplici, così immediati nei loro bisogni, così facilmente determinati da fuori.

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Be’, considerazioni un pochino assurde, lo ammetto, se fatte a Macau, nella hall di un casinò, nel quale poi salgo a guardare centinaia di persone chine alla ricerca di una vincita, o forse soltanto dell’emozione di sognarla possibile.

Occorre poi dire che necessariamente l’arte che viene esposta nella hall di un casinò è kitsch: la sua funzione infatti è quella di dire al visitatore: vedi come amo il bello? Una persona come me me amante delle cose belle e disposta a spendere per procurarle in fondo anche a te non può essere una malintenzionato pericoloso che vuole rubarti i tuoi soldi approfittando di una tua debolezza.

In questo il culto del bello si conferma una caratteristica specifica dei mascalzoni e degli imbroglioni; e basta guardare l’Italia per rendersene conto.

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Con buona pace della tradizione post-platonica che ha identificato il bello col buono e col vero, il bello va piuttosto identificato col falso e col male (come del resto aveva insegnato il maestro stesso, in questo successivamente rinnegato dai suoi discepoli).

Non c’è armonia nel mondo, i valori non convergono, sono piuttosto dissonanti; e a ben guardare anche il buono non coincide col vero o col giusto, altrimenti non ci sarebbe eppure bisogno di distinguere i due concetti.

E quanto all’arte, aveva ragione Oscar Wilde, il primo che ha consapevolmente provato a rovesciare la tradizione occidentale: l’arte è menzogna.

* * *

Ma se l’esposizione di opere rassicuranti ha la funzione di indurre ad entrare il visitatore ingenuo, lo spettacolino allestito nella sala da gioco con tra ragazze succintamente vestite o meglio svestite, che funzione ha?

Quella piuttosto di far saltare i freni inibitori, come mostrano i visi desideranti degli omini qui attorno, e di ricordare che al fondo di ogni gioco d’azzardo sta sempre il desiderio non sempre esplicito di fare colpo su una donna.

* * *

Ma è ora di tornare: oramai mi oriento bene a Macau e l’hotel non è troppo lontano.

La mattina mi vede sveglio alle 8 e pronto ad uscire; penso di tornare per le 12, ora alla quale è fissato il check out e dedicare le ore intermedie all’esplorazione non solo di una nuova parte del centro, ma anche ad un paio di monumenti notevoli: la Casa del mandarino, la chiesa di Sant’Agostino e quella di San Domenico, e poi una straordinaria biblioteca (fra le molte della città).

Tutte realtà meritevoli della visita, come meglio dirà il successivo reportage fotografico.

* * *

Ma è nella Casa del Mandarino che si verifica il tributo necessario in ogni viaggio al cambiamento di clima, che sempre si ripete per quante precauzioni di prendano; e qui è inutile incolpare le bibite con i pezzettini di ghiaccio succhiati avidamente (da rifuggire come la peste, dato che è come bere acqua non sigillata): non darò il nome che merita all’improvviso maldipancia che mi attacca una prima volta, gestito con eleganza grazie al pronto rifugio offerto da un provvidenziale mercato del pesce con i suoi servizi, ma la seconda volta rischia di sopraffarmi, non lasciandomi un’autonomia di movimento superiore ai tre minuti.

Cavoli: e adesso che fare? Giù solo avviarsi all’hotel è un rischio in queste condizioni, e il pensiero torna alle giornate trascorse in camera tra la febbre il vomito e il resto in quel di Varanasi e/o Kathmandù.

Non resta che rischiare di mettersi sulla strada del ritorno: e nulla succede più nella mezzora successiva, tanto che mi decido a sfidare la sorte e a partire egualmente.

* * *

Le 12 e un minuto e io parto; passo alla banca a cambiare in moneta cinese quel che mi è avanzato anche da Hong Kong: ancora oggi ho trovato un biglietto di 10 dollari di HK, un euro (!), nel portafoglio.

Poi c’è il problema dell’autobus: la moneta che ho in tasca non serve a pagare completamente il prezzo del biglietto, ma l’autista fa finta di nulla.

Il percorso del bus si fa lungo: per sapere se sono sulla strada giusta e dove devo scendere esattamente mi rivolgo a un ragazzo di 17-18 anni, che penso possa sapere l’inglese meglio di altri, qui dove pochissimi lo parlano.

L’inglese del ragazzo è pessimo, ma la sua disponibilità esagerata, e mai scelta fu più azzeccata: mi prende letteralmente in carico, mi porta a fare il biglietto per Guangzhou (Canton); poi al posto di frontiera, dove mi aspetta per quasi un’ora di coda, mentre compilo moduli e faccio esaminare passaporto e visto per la Cina, e infine mi infila sull’autobus giusto, prima di andarsene.

Thank You very much; tu dove abiti e dove vai?

Qui, sono arrivato a casa…

17 risposte a “Macau e dintorni – My roundtheworld n. 24 – 495.

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  13. risposta al pingback di L’emporio circolare:

    bortocal in 14 agosto 2015 alle 14:45 ha detto:
    Il tuo commento deve ancora venire moderato.
    🙂 – grazie per la citazione positiva (forse troppo) del mio post su Macau, ma proprio il tuo mi ha fatto capire la differenza fra l’osservazione da un punto di vista turistico limitato a 24 ore, come accaduto a me, e lo sguardo e la comprensione molto piu` in porofondita` di una normale vita lavorativa in loco di una decina di giorni, che risulta dal tuo.

    io ad esempio mai mi sono lamentato del clima, ma forse perche` venivo da Hong Kong, dove era molto peggio!!!

    inoltre tu sei stato in parti della citta` che io non ho neppure visto.

    ti ho letto dunque con interesse e devo dire che la mia conoscenza di Macau e` migliorata dopo la lettura!!!

    se hai tempo e voglia mi piacerebbe che dessi un’occhiata a qualcuno dei miei videoclip sulla citta`, che trovi dal n. 71 al n. 84 sul mio canale You Tube:
    https://www.youtube.com/results?search_query=bortocal+macau

    ciao

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