Nong Khiaw, Muang Ngoi, Luang Prabang: Laos – My roundtheworld n. 26 – 497.

1 agosto, Nong Khiaw; 2 agosto, Muang Noi; 3 agosto, Luang Prabang; Laos

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dopo l’entusiasmante passeggiata mattutina dell’1 agosto a Nong Khiaw e una volta rientrato alla Guest House verso le 9 e mezza e una abbondante colazione a buffet, allora, per dirla tutta non è che mi sia ammazzato di attività: ho dedicato qualche tempo al blog e alle mail, grazie ad una connessione internet in camera, anche se poco affidabile e ballerina, e tra una cosa e l’altra, compreso qualche pisolino (a volere essere buoni e non chiamarlo dormita vera e propria), quando mi sono messo in movimento di nuovo erano oramai le quattro e mezzo del pomeriggio.

ho provato a farmi venire dei sensi di colpa per il modo in cui stavo sprecando il mio tempo, anziché utilizzarlo al massimo, ma mi è passato subito, perché c’era il sole e il caldo era ancora tremendo.

meta della passeggiata erano comunque delle grotte nei dintorni del paese, dove si rifugiava la popolazione durate i bombardamenti americani di quasi cinquant’anni fa. 

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si va per un affascinante paesaggio di montagne selvagge e di picchi quasi verticali: una freccia poi indica una deviazione sulla destra e ci si avvicina alla montagna spettacolare.

per la verità il sentiero termina sprofondando in un corso d’acqua largo una decina di metri, ma il contadino a cui si chiede dicendo il nome del luogo fa cenno di proseguire senza scomporsi e nel fiume sono già immersi una coppia e la loro figlia adolescente: coppia mista, lui di colore, con un cappello di paglia dal sapore cubano, lei bianca, e la ragazza una bellissima mulatta, dalle lunghe gambe slanciate.

l’esempio incoraggia anche me, tolgo le scarpe e rincalzo i pantaloni, immergendomi prudente nel corso d’acqua: i sassi sul fondo sono abbastanza stabili, e la corrente, anche se sostenuta, non supera mai il ginocchio, per cui, eccomi dall’altra parte.

ma qui acquitrino e fanghiglia dappertutto, e la prudenza sconsiglia di procedere a piedi nudi: peggio per le scarpe, che non sono le più adatte, e lo stesso dicasi dei pantaloni; alla fine, attraverso peripezie varie, eccomi ai piedi di una scala di cemento che, pagato un modestissimo biglietto a due guide improvvisate del posto, fa salire ad una grotta spettacolare per i giochi di luce.

e la grotta successiva era quella dove era stata nascosta la banca del paese.

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erano i tempi della seconda guerra d’Indocina: questo è almeno il nome che si dà ufficialmente alla fase indocinese della terza guerra mondiale condotta fra USA e URSS a partire dal 1963 in poi, prima ancora che la guerra del Vietnam assumesse l’aspetto di uno scontro frontale di larga portata, dopo l’incidente del Golfo del Tonchino di 50 anni fa esatti: un attacco totalmente inventato dal governo americano, della flotta nord-vietnamita contro una porta-aerei americana; guerra conclusa nel 1989 col crollo dell’Unione Sovietica: la cosiddetta guerra fredda, che tuttavia in Laos è stata tutt’altro che tale.

ben pochi sanno oggi che in quella guerra indocinese fu impiegato il quadruplo degli esplosivi utilizzati in tutta la seconda guerra mondiale in tutti i teatri militari del mondo e che più della metà di questi ordigni è finito qui nel Laos; un investimento pazzesco nella industria militare americana, che non impedì agli USA di uscire sconfitti nel 1975 da questa prima fase della guerra.

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ma la generazione del Sessantotto, che concentrava le sue proteste contro la guerra americana nel Vietnam, ignorò quasi questa guerra parallela condotta dagli americano nel Laos, senza impiego di truppe di terra, e che è una delle manifestazioni più sconvolgenti della follia militarista in tempi vicini a noi.

solo oggi e in questo viaggio apprendo che gli americani riversarono sul Laos più bombe ancora che nel Vietnam, così che il Laos detiene il record di paese più bombardato della storia umana; ancora oggi il territorio è pieno di ordigni inesplosi (ci vorrebbero decenni di lavoro per una radicale bonifica) e in media tuttora una persona al giorno muore per esplosioni accidentali, e sono soprattutto bambini.

la cosa più atroce è che questi bombardamenti vennero tenuti il più possibile segreti, perché venivano condotti contro un paese neutrale, che non era in guerra: una totale violazione dei trattati internazionali da parte di un paese che si definiva democratico e difensore della libertà.

con i bombardamenti gli americani intendevano impedire che il Vietnam del Nord utilizzasse il territorio del Laos neutrale per far arrivare aiuti militari ai guerriglieri vietcong che combattevano nel Sud del paese contro le diverse dittature militari sostenute dagli Stati Uniti.

ora, basta dare un’occhiata a queste montagne quasi completamente disabitate e segnate da una orografia irrazionale e a tratti incomprensibile, per capire quanto questo obiettivo fosse demenziale.

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ma, da qualunque punto di vista la si guardi, quella guerra appare oggi mostruosamente senza senso: quando Kennedy fu eletto presidente nel 1960, decise di spostare l’asse della politica americana nel Laos dalla destra filo-americana alla tendenza neutralista maggioritaria nel paese; però, dopo che Kennedy fu liquidato fisicamente da un complotto organizzato dalla CIA, la politica americana venne ricondotta a contrastare i neutralisti, per andare ad un confronto diretto con i comunisti.

il risultato fu che i comunisti andarono al potere dopo la sconfitta americana nel Vietnam, che tuttora il Laos è governato da una mediocre oligarchia di funzionari di partito e che è diventato uno stato satellite della Repubblica Popolare Cinese, con esso confinante, in nome della adesione formale comune ai principi del comunismo.

per questo risultato sono morti un milione di vietnamiti, centinaia di migliaia di laotiani, milioni di cambogiani nei massacri successivi dei khmer rossi, e 55.000 giovani americani di un esercito che giunse a schierare nel Vietnam 550.000 soldati americani.

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sono queste alcune delle considerazioni che si fanno, chiacchierando, l’indomani a Muang Noi, con Nico, un fotografo professionista di Firenze, che, pur con una conoscenza più sfuocata dei fatti del periodo per i circa 25 anni che ha meno di me, condivide il giudizio che, proprio a guardarla dall’Indocina e in particolare dal Laos, quella guerra sia stata una delle cose più stupide e prive di significato della storia e lascia aperta fra le tante la domanda di come abbia fatto questo popolo a metabolizzarla in questo modo, ad accettare di essere visitato da turisti americani, che ricordano quel periodo atroce le cui conseguenze tragiche si fanno ancora sentire nella carne di chi lo abita e nei suoi equilibri ecologici alterati.

venga nel Laos chi cerca la prova definitiva della follia della guerra, di ogni guerra che la propaganda del momento ci impone come necessaria e decisiva per i destini futuri.

in realtà – concordiamo Nico ed io – ogni guerra moderna è funzionale soltanto ai profitti dell’industria militare e nell’immane sperpero di risorse che è costato il tentativo di distruggere il territorio stesso del Laos, c’è chi si è, così, arricchito mostruosamente.

Nico mi parla di un museo a Hochimin City, che ha visto l’anno scorso nel suo viaggio di nozze, dedicato ai fotografi della guerra di Indocina e, con commozione, di una sezione dedicata agli ultimi scatti di chi ci è morto, fotografando.

Nico ha una macchina fotografica da schianto; la moglie dice che la ama più di lei; e stamattina è uscito alle 4 con un pescatore che ha convinto ieri a prenderlo con sé: in bilico su una asticella della barca nel fiume, che a respirare aveva paura che potesse capovolgersi, ha fatto delle foto sicuramente strepitose di questa pesca nelle prime luci dell’alba.

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ma Nico è soltanto uno nel susseguirsi di incontri e di effimere amicizie da viaggio che prima Nong Khiaw, poi Muang Noi mi permettono di intrecciare, quasi a risarcimento improvviso e frenetico delle due settimane di mancata socializzazione cinese.

non potendo descriverli tutti nei dettagli mi limito a ricordarli:

la coppia francese che mi invita al suo tavolo a  Nong Khiaw, dopo che ho abbandonato urlando dalla rabbia un ristorante molto popolare, ma dalla bellissima posizione direttamente sul fiume, dove non mi avevano ancora servito del pesce alla piastra dopo un’ora e mezza (e quando, dopo la prima ora di attesa vana, ero andato in cucina a curiosare che cosa stava succedendo, avevo visto una friggitrice che sarebbe stato meglio che i miei occhi non avessero mai visto: in condizioni di sporcizia e incuria così deplorevoli da non farmi aspettare altro che il casus belli per andarmene); ma i francesi sono affascinati dai miei racconti di viaggio, fino al punto si segnarsi il titolo di questo blog.

Gabriel, il ragazzo svedese, con occhi di un azzurro scandinavo e di una vistosa bellezza da divo del cinema, che mi accoglie fra i tanti, quando sbarco dal battello per Muang Noi, e mi chiede a che Guest House voglio andare: io gli dico quella che ho scelto in base alla Lonely Planet, ed è proprio la sua; e intanto mi fa conoscere la moglie laotiana e i tre bambini, perché lui ha deciso di vivere qui.

Viki, l’americana che vive alle Hawai e di lavoro fa la maestra di sci in Austria (d’inverno) e parla quindi un buonissimo tedesco: e adesso fa tre mesi in Indocina fra una sorella e un dentista, ma sembra, vagamente, una donna che ha perso se stessa.

le tre trentenni di Roma, una di origine laziale, l’altra campana e la terza siciliana, con le quali sono venuto a Luang Prabang e ora stiamo nella stessa Guest House e siamo appena stati a cena insieme; e loro tornano da un trekking fra le minoranze animiste dell’alta montagna, che le ha sconvolte per le condizioni di vita di questa gente, che mi descrivono come esperienza forte (che io comunque non voglio fare).

l’insegnante tirolese con la moglie, che abita vicino ad Innsbruck e ha preso il bungalow vicino al mio a Muang Noi, e che ama Meran/Merano come me e parla un poco italiano.

ed altri, ma con dialoghi minori. 

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qualcosa deve unirci, persone così diverse, dalle vite a volte bizzarre, come la mia di preside anomalo in pensione a fare il giro del mondo, ed è forse il fatto che siamo tutti finiti non soltanto nel Laos, e neppure soltanto nella bella Nong Khiaw, ma poi da qui abbiamo preso un battello, abbiamo risalito il fiume per due ore e siamo scesi in questo villaggio di Muang Noi, che era uno dei principali luoghi di culto buddisti del Laos settentrionale, prima che gli americani distruggessero completamente i suoi  tre monasteri e tutto il villaggio a suon di bombe dal cielo.

villaggio che dopo la guerra era stato trasferito a valle, ma poi è risorto, attorno alla sua unica strada di terra battuta di 500 metri, dove non circolano auto, perché l’unica strada di collegamento col mondo esterno è stata costruita l’anno scorso per portarci la corrente elettrica (internet non c’è ancora), ma siccome servono tre ore di tornanti fra le montagne per arrivare a Nong Khiaw, la gente del posto usa ancora il battello, che ci mette di meno.

ed era in anni passati una meta prediletta da sbindoni e sballati vari di tutto il mondo.

in un silenzio spezzato solo dal canto dei galli, sotto gli occhi del monastero risorto, dove qualche ragazzo fa il suo periodo di noviziato, davanti al grande fiume e a montagne forse ancora più spettacolari che a Nong Khiaw, perché certamente più intatte, eccoci qui, tutte persone in fuga, per qualche motivo, dalla civiltà, che qui hanno ritrovato se stesse, come gruppo potenziale possibile di disadattati positivi (io dico).

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la pioggia della notte, che continua quasi tutta la giornata, oggi all’alba ci ha messi tutti in fuga da Muang Noi, si ritorna a Nong Khiaw.

ma da lì non sarà possibile raggiungere in battello Luang Prabang con un viaggio di sette ore, come prevedevamo: lo impedisce una diga, la settima, sul fiume, che stanno costruendo i cinesi.

hanno bisogno di energia, i cinesi, per i loro centri commerciali e i loro grattacieli, e il Laos gliela dà in cambio di qualche accenno di modernizzazione che distruggerà il lato autentico del paese.

mi guardo bene dal proporre qualche guerra di religione per impedirlo, sia chiaro: dico solo, ostinatamente, la mia.

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si scende a Luang Prabang con un pulmino allora, sulle strade dissestate dalla pioggia violenta (che anche in questo momento si fa sentire impetuosa) e in punto bloccata perfino da alberi abbattuti sulla carreggiata.

la Guest House che hanno scelto le mie tre compagne italiane di viaggio è molto graziosa, e io ho fatto bene ad affidarmi ciecamente a loro: perfino ha il wi-fi (come vedete), perfino stabile; e costa poco, soprattutto per loro, che pagheranno i 10 euro della camera in tre.

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domani è un altro giorno e si spera soltanto che smetta di piovere per visitare la città come si deve; per ora, in un momento che la pioggia era meno intensa, abbiamo cenato in un baracchino del mercato.

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15 risposte a “Nong Khiaw, Muang Ngoi, Luang Prabang: Laos – My roundtheworld n. 26 – 497.

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  12. Quanto è bello leggerti, mon ami!
    E sai unire brandelli diversi di storie, di pensieri, di emozioni.
    Grazie, Bort!
    E entrare in quel fiume e camminare sui sassi… la mia passione!
    🙂
    gb

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