addio ad Auckland e a Chaney – Matt Dillon, forse, e i miei primi due giorni di 36 ore – My roundtheworld n. 77 e 78 – 565 e 566.

la sera del 27 settembre ad Auckland mi regala un inatteso e sorprendente successo di pubblico all’ostello: si tratta di due ragazzi francesi (ma uno in realta` per meta` polinesiano) di cui uno dorme nel letto a castello di fronte a me, e quindi un inizio di conversazione occasionale e` cosi` facile che non ci si ricorda neppure che cosa l’ha occasionata.

ma naturalmente dopo poche frasi io porto il discorso sul mio viaggio, e poco dopo persino sul blog e sul canale You Tube che ne sono la priezione, ed e` questo racconto che suscita il loro entusiasmo.

per dire fino a che punto: quando racconto la paradossale storia delle mie quattro macchine fotografiche del viaggio e dell’ultima scippata dai due ragazzi in motorino di Ho Chi Minh City, il ragazzo tutto francese apre con naturalezza la sua borsa e mi offre la sua fotocamera di riserva, tanto lui ne ha una di piu` bella che usa abitualmente; commosso dal gesto rifiuto comunque, perche` ho gia` tre videocamere nella borsa, di cui due rotte, e la quarta sarebbe decisamente imbarazzante ad un controllo in dogana; mi immagino mentre racconto al doganiere di Malpensa che me l’ha regalata un globetrotter di Francia in Nuova Zelanda…

anche questi ragazzi, che prevedono di fermaqrsi qui per i tre mesi del visto turistico, appartengono alla specie dei giovani amanti dell’avventura, che e` introvabile normalmente, ma che in questo viaggio costituisce quasi la tipologia umana prevalente, con grande conforto del viaggiatore che subisce questa alterazione dell’ottica normale, che gli restituisce un mondo dove le proporzioni sono talmente cambiate da renderlo praticamente immaginario.

* * *

ma la giornata successiva e` dedicata a Chaney, alla quale propongo via mail di andare all’isola di Wathakee…; lei ci e` gia` stata, perche` ci abitava uno dei suoi insegnanti dell’universita`, e lei e` andata a trovarlo una volta a casa sua, ma non ricorda il punto esatto.

abbiamo appuntamento alle 8 meno 10, vicino all’ostello, ma lei non arriva: oltretutto stranamente tutti gli orologi sulla strada segnano le 7 meno dieci, tanto che in un primo momento penso di avere sbagliato orario.
ma ecco al centro trasporti di Britomar un orologio elettrico che segna l’ora giusta, e quindi penso che e` possibile che quella passata sia stata giusto quella dell’ora legale neo-zelandese: quando chiedero` a Chaney se in Nuova Zelanda c’e` l’ora legale, lei mi risponde di no, perche` evidentemente non mi ha capito; ma piu` tardi sara` lei stessa a raccontarmi che quella notte gli orologi sono stati portati avanti di un’ora.

gia`, perche` alla fine la trovo, Chaney, quando torno dalla stazione del traghetto li` vicina, dove sono andato a controllare se per caso non mi stia aspettando li`: sta uscendo trafelata dall’ostello, dove e` andata a cercarmi a sua volta; e` elegantissima, molto curata e ha un paio di sciaguratissime scarpette viola, tutt’altro che adatte a un’escursione.

dice che e` arrivata alle 7:50, ma non mi ha visto (mi ero seduto su una panchina, possibile?), comunque ci abbracciamo e, anche se le propongo di cambiare meta, lei rifiuta.

eccoci dunque al traghetto delle 9: lei ha portato del cibo, io pure mi sono rifornito al supermercato indiano.
piove, ma lei dice che non dura, e infatti gia` quando siano sul traghetto esce provvisoriamente il sole; poi si

rannuvola di nuovo, e anche senza acqua dal cielo la giornata rimane grigia.
ma anche psicologicamente io mi sento spento, assonnato, come sfinito da una tensione che si scarica soltanto ora.

* * *

Chaney, allo sbarco del traghetto che ha fatto tappa a Davonport, e poi costeggiato da lontano l’isola di Rongitoto dove ci siamo conosciuti e un paio di isole minori, prende con decisione l’autobus.
mi pare esagerato, mi ero immaginato lunghe camminate a piedi, ma mi rendo mconto viaggiando che l’isola e` sorprendentemente grande per me: direi come l’Elba, per fare un esempio; quindi va bene che facciamo i primi 10 km sul mezzo, oltretutto il paesaggio alterna vedute meravigliose di mare azzurro, spiagge e scoglia, con un normale paesaggio urbano di tipo neozelandese non propro affascinante.

Chaney, alla quale ho delegato completamente le decisioni, ha scelto di visitare una zona davvero caratteristica, per essere in Nuova Zelanda, cioe` delle ondulate colline coltivate a vigna: paesaggio decisamente abbastanza ordinario per me, non fosse che le vigne sono del tipo basso, ma assolutamente esotico e straordinario per lei; la coltivazione del vino e` stata portata in Nuova Zelanda da una significativa immigrazione croata a fine Ottocento: i croati ritrovavano qui le condizioni, e perfino alcuni aspetti della costa dalmata, come, ad esempio, questa straordinaria alternanza di acqua e terra, di mare ed isole.

il viaggio stesso per arrivare qui nell’isola, e` stata infatti una micro-crociera bellissima, non fossi cosi` stralunato.

* * *

siamo scesi dal bus ad una fermata vicino alla costa del lato ovest dell’isola e ora dobbiamo risalire una scarpata non troppo impegnativa: Chaney e` totalmente disorientata e non si fida troppo del mio intuito, ma io ho realizzato come e` fatta la conformazione dell’isola e mi muovo con sicurezza che la lascia perplessa.

quando siamo allo spartiacque tra i due versanti, soto di noi c’e` un sentiero pedonale che risale i vigneti e propongo di immergercisi, risalendo tra le viti; lei accetta senza troppo entusiasmo, ec ecco infatti un tratot fangoso che mette fuori uso le sue scarpette fuori contesto; va a finire che ritorniamo sulla strada asfaltata: sotto di noi una baia meravigliosa, con poche persone che la traversano con quakche cane a passo indolente.

* * *

sarebbe il momento romantico della giornata, questo, ma io non parlero` oltre di quel che e` oppure non e` successo, dato che difficilmente parlo dei fatti miei sentimentali nel blog.

e poi so benissimo di essere finito in una situazoione narrativa dalla quale non posso che uscire con le ossa rotte: ho fatto qualcosa? ecco il vecchio porco che approfitta di una fanciulla ingenua o mica tanto e che va in giro per il mondo a fare il turista sessuale; non ho fatto nulla, sopraffatto da questa strana indolenza e dallo strano abbattimento della giornata? ecco il vecchio inabile, che non sa prendersi una delle ultime occasioni che la vita gli offre.

insomma, ho la sensazione che l’eta` sia nemica dell’amore, e la prudenza possa assumere l’apette della impotenza, cosi` come l’audacia quello della depravazione, o quasi.

e dunque, aspettiamo che il pomeriggio si affacci, che Chaney, facilmente stancatasi, decida che e` ora di tornare indietro, che un nuovo autobus sia a disposizione alla fermata sulla spiaggia, e che il traghetto ci aspetti, per partire di li` a poco, regalandosi lo spettacolo imprevisto di un gruppo di cani di razza, alcuni enormi, palesemente di ritorno da una mostra canina.

* * *

ci si lascia, ma con un nuovo appuntamento per cenare assieme la sera.

lei si presenta con un misterioso pacchetto regalo per me: dovrebbe esserci una tazza di ceramica con inciso il mio nome; certo pesa alquanto, e potra` essere un problema all’imbarco; capisco di essere ben poco romantico nel dirlo e cerco anche invano di rifiutare.

io mi sento in forma, ora; porto Chaney al grande centro di ristoranti esotici che ho scoperto ieri sera, per una cena vietnamita: scelta sbagliata, il cuoco e’ tailandese, cosi` come ieri sera il cuoco del ristorante indonesiano era vietnamita, invece, e Chaney trova il cibo poco gustoso, anche se poi si fa fare un sacchettino per portare a casa tutto quello che non riesce a finire.

io invece lo trovo passabile, questa zuppa di pesce senza droghe piccanti, anche se l’agnello in brodo di ieri sera rimane insuperabile.

ma oramai eccoci alla stazione del suo autobus nella sera e ad un abbraccio, da parte mia pieno di desiderio, ma anche di rinuncia; lei promette che ci rivedremo ancora, che verra` in Europa.

* * *

la batteria del computer si ricarica con grandi difficolta`, ho messo la sveglia alle 5 e mezza, per prendere l’autobus per l’aeroporto alle sei; l’imbarco e` previsto per le 9 e un quarto; ho ampi margini di sicurezza, ma faccio fatica ad addormentarmi.

eccomi che passo e ripasso per la grande sala soggiorno di questo ostello dal clima cosi` cameratesco e informale, caratterizzato da un allegro disordine; sta adue passi dai Nomades pubblicizzato dalla Lonely Planet, ma niente di paragonabile a quel clima cvagamente da caserma ottusa che dominava li` dentro.

qui i gestori sono dei casinisti, la connessione internet si realizza gratis digitando delle password scritte su centiania di bigliettini a disposizione senza tante storie e sparpagliati dappertutto, anche sul pavimento, lo spazio nelle camerate e` umano, nei limiti della convivenza in sei nella stessa camera, e anche il pubblico che lo frequenta e` piu` disinibito e caciarone; al rientro infatti l’ingresso era quasi bloccato perche` quattro clienti dell’ostello stavano sui gradini a fare musica, uno con una strno strumento a forma di pignatta sul quale batteva con delle bacchette rivestite di panno.

pero` la convivenza con una umanita` normale, che qui si realizza piu` facilmente, dato che la mia camerata da` direttamente sugli spazi comuni e devo attraversarli per andare allo spazio bagni e docce, dalla porta costantemente spalanmcata, mi mette anche a contatto con modi di vivere che mi sono estranei.

sembrera` ridicolo che io adesso racconti che devo arrivare in un ostello della Nuova Zelanda per scoprire che la maggior parte degli esseri umani trascorre oggi il suo tempo guardando la televisione; eppure e` cosi`.

forse per il fatto di avere tre figli completamente disabituati a guardarla, come me, questo modo di vivere mi resta ampiamente estraneo e persino sconisciuto: e invece ecco una ventina di ragazzoni, per non dire bambinoni, che passano la loro serata stravaccati su poltrone e divani davanti allo schermo.

* * *    * * *   * * *    * * *

mi sveglio poi alle due e mezza, con tre ore di anticipo, e sto ancora rispondendo ai commenti, quando la sveglia del cellulare comincia a suonare, per fortuna, perche` ero talmente preso che mi sarei dimenticato.

il check out l’ho fatto ieri sera, la fermata del bus per l’aeroporto e` a 20 metri dall’ostello; arriva un poco in ritardo, ma c’e` tutto il tempo di arrivare con calma, notare la sorprendente disorganizzazione dell’aeroporto di Auckland, dove e` obbligatorio il check in elettronico, senza alcun cartello che lo comunichi, per cui occorre fare la coda tre volte: la prima per il check in normale e sentirsi dire che si deve fare quello elettronico, la seocnda per il check in elttronico e la terza per lasciare il bagaglio.

io sono doppiamnete fortunato, perche` il mio passaporto non viene riconosciuto dallo scanner, e poi – mi si rizzano i capelli dallo spavento a leggerlo – il bagaglio a mano nonpuo` superare i 7 chili.

che cribbio faccio, adesso? so gia` dall’arrivo che il mio bag normale va sui 18, ma il bagaglio a mano viaggia sugli 11.

metta tre chili dentro il bagaglio ordinario, mi fa l’addetta: una parola, la capienza e` al massimo; ma lei vede sbucare dalla sacca grande la sacca piccola comperata ad Hanoi; ha una seconda borsa? butti il peso eccedente li` dentro; insomma il bagaglio a mano non puo` superare i 7 chili, ma puoi averne piu` di uno.

ed eccomi alla fine della breve tempesta, gestita con calama perfetta, mentre all’inizio del viaggio mi avrebbe buttato nel panico completo…

* * *

sull’aereo, un tipo che ha voluto mettere il figlio accanto al finestrino, dove io mi ero piazzato, arrivando prima e sperando nell’indulgenza o indifferenza del titolare, mi chiede di prendere il suo posot, nella fila avanti, per potere stare accanto al figlio.

rinuncio ad una ritorsione istintiva del tipo hai rotto le palle per il finestrino e ora vuoi la flessibilita` sulla fila?

oltretutto davanti il finestrino e` praticamente cieco e faro` tutto il viaggio senza vedere nulla dei favolosi mari del Sud.

ed eccomi di fianco ad un uomo grande e grosso, di straordinaria bellezza virile e imponenza fisica; tra me e me commento che dovrebbe fare l’attore, anche se alla fine colgo qualcosa di ambiguo nella esibizione di tanta mascolinita`; della serie che chi e’ troppo maschile a volte e` gay.

nelle sei ore di trasvolata (Papeete dista da Auckland piu` di quanto Il Cairo disti da Milano) io per un po’ mi ascolto un oratorio di Hendel, Israel in Aegypto, che mi facilita il dormire, ma istintivamente con la coda dell’occhio vedo che il tipo sta invece guardando un film ambientato tra i nazisti nella seocnda giuerra mondiale.

quando mi risveglio e sono stufo di quell’oratorio lunghissimo che non finisce piu` cercoqualche film da guardare: un assaggio dello Hobbit, per rivedrersi qualche paesagio neo-zelandese, ma poi la motivazioone e` troppo bassa per resistere alla storia insulsa e agli effetti speciali (ho provato tre volte a leggere il libro e mai sono riuscito a superare la seconda pagina, con buona pace del mio amico o quasi Franco Manni e delle sua rivista specialistica on line sulla Terra d Mezzo).

non trovo altro di vagamente interessante nella programmzione delle New Zealand Air lines che giusto quel film che sta guardando il mio vicino di sedile: Monuments men, regia di George Clooney, che e` anche il protagonista, espressivo come un’asse di legno piallata, di questa storia di una pattuglia speciale americana che tra il 1944 e il 1945 cerca di salvare le opere d’arte trrafugate da Hitler nei paesi occupati, delle quali il Fuehrer ordina in una direttiva la distruzione, nel caso di sua morte.

* * *

ora, neppure questa storia sarebbe troppo interessante, a parte l’ambientazione storica reale o quasi, che comunque ha qualcosa di piu` forte delle puerili fantasie di Tolkien, se non fosse che il co-protagonista e` Matt Dillon.

e allora? dira` qualcuno?

il fatto e` che il bell’uomo seduto di fianco a me e` assolutamente identico a Matt Dillon!

possibile? e che ci fa Matt Dillon in volo in classe turistica per Papeete?

insomma, mica ci credo che quel tipo il cui gomito preme contro il mio, possa essere questo celebre attore, e quindi passo il mio tempo a guardarlo con la coda dell’occhio o con qualche scusa e a cercare di trovare qualche differenza con l’attore del film.

d’accordo, nel film ha i capelli brizzolati un poco sopra le orecchie e qui non si direbbe, ma magari i capelli sono tinti, o nel film, perche` hanno voluto invecchiarlo un poco, o qui nella realta`, perche` lui ha voluto ringiovanirsi prima di venire qui.

ma la forma del naso, invece, e` perfettamente identica; magari il labbro inferiore nel film appare un poco meno sporgente, ma e` perche` non viene ripreso mai perfettamente di profilo come invece lo vedo io nei miei controlli.

semmai, nel film buona parte dell’imponenza fisica che ha quest’uomo al mio fianco si perde, in altre parole, se questo e` davvero Matt Dillon, e` molto piu` bello dal vero che in filma, e se invece non o e`, qui c’e` uno anche piu` bello di lui che non ha fatto l’attore.

ma forse tutto dipende dal fatto che il regista non lo ha guardato dal sotto in su come lo sto guardando io, dalla mia modesta statura.

insomma, alla fine, se ho viaggiato davvero con Matt Dillon da Auckland a Papeete, io non ve lo so dire, ma se non era lui era una sua controfigura oppure un sosia, ecco tutto.

* * *

ma ad un certo punto del nostro volo, credo proprio verso mezzogiorno, e` avvenuta una cosa che non avevo ancora provato e che tuttora non ho capito del tutto.

lasciamo perdere che sono partito con l’ora legale e che all’arivo l’ora legale non c’e`, per cui se il viaggio sulla carta e` durato sei ore, come ho scritto sopra, nella realta` ne e` durato sette, perche` un’ora era abusiva: non sono partito alle 9 di mattina, ora convenzionale, ma in realta` alle 8: per cui quando siamo entrati nel fuso orario di Papeete, l’orologio ha dovuto fare uno scatt indietro, e siamo tornati alle 11.

ma qualcosa di simile e` avvenuto anche rispetto alla data: un potere nascosto ha decretato che la mia percezione soggettiva di essere in quel passaggio alle ore 11 del 29 settembre era falsa e dovevo adeguarmi all’idea prevalente di chi non si era mai mosso di li` e mettermi in testa che quello era di nuovo il 28 settembre.
giorno sfortunato il 29 settembre: era sorto regolarmente, arrivato fin verso mezzogiorno, per essere poi risospinto indietro alle ore 11 del 28 settembre; e giorno fortunato il 28 settembre che era rinato invece dalle prorie ceneri, 12 ore dopo essere morto, e aveva avuto una seocnda giovinezza, anche se soltanto di 12 ore.

ma l’ultimo dei paradossi era che ora io guardavo all’Europa dall’occidente e non piu` dall’oriente, qundi non mi trovavo piu` in vantaggio di sole e di ore, ma in ritardo.

questo non l’ho capito subito, e cioe` che in altri termini nessuno di voi avevate fatto una operazione simile, che per voi il tempo aveva continuato a scorrere regolarmente, non avevate tiratomindietro mdi un giorno l’orologio in tutto il mondo per fare un favore a me.

e cosi` ecco che dalla Nuoiva Zelanda io scrivevo alle 12 di mattina e di una certa giornata e da voi era soltanto l’una di mattina di quel giorno, ma ecco che se io ora vi scrivo dalle 12 di mattina di Papeete, per voi e` la mezzanotte di quella stessa giornata: fate che passi ancora un minuto e io vi scrivero` 12 ore nel futuro, vi scrivo nel giorno che per me non e` ancora arrivato.

sembra un concetto abbastanza semplice rispetto alla relativita`, per dire (che del resto diventerebbe semplicissima, se facessimo quel passo che Einstein non ha mai voluto fare e cioe` dicessimo che la realta` esiste soltanto nell’osservatore), pero` io non sono sicuro di avere capito bene neppure questa relativita` ristrettissima del fuso orario.

che mi pare che nel gioco di soggettivo e oggettivo, cioe` convenzionalmente dominante, ci dia del ben filo mentale da torcere, anche se facciamo finta di avere capito.

* * *

e` qui a Tahiti che ho raggiunto il punto piu` lontano da casa del mio viaggio?

dal punto di vista dei fusi orari si`; pero` nel frattempo mi sono anche portato verso nord, e questo potrebbe compensare i fusi orari in piu`.

in effetti avevo pensato che il ritorno fosse cominciato lasciando Whakatane, qualche giorno fa.
adesso invece mi e` venuto il dubbio di essere davvero qui, a Tahiti, al culmine della lontananza e del distacco.

* * *

ma eccoci gia` alla discesa, ecco l’onda dell’aria umida e calda, ma non soffocante, ecco un’orchestrina coronata di fiori che ci accoglie all’ingresso nell’aeroporto e una maura fanciulla che fa una danza del ventre irresistibile.

rido, come se stessi parlando con me stesso, e mi fermo in un angolo a togliere maglione e camicia: rimane solo la maglietta comperata ad Aucland, che riproduce un cartello ritrovato dal vivo nella mia passeggiata a Whakatane: attenzione, passaggio kiwi.

anche se la pancetta in dotazione alla partenza e` completamente scomparsa, mi pare che vada benissimo per me, e comunque non mi lamento, tanto Matt Dillon o chi per lui non lo ritrovo certo all’ostello che ho scelto, a suscitare confronti.

* * *

eccomi fuori: il cielo e` coperto e grigio, ma c’e` qualcosa nell’aria che nessun brutto tempo riesce a cancellare che si chiama semplicemente bellezza.

15 risposte a “addio ad Auckland e a Chaney – Matt Dillon, forse, e i miei primi due giorni di 36 ore – My roundtheworld n. 77 e 78 – 565 e 566.

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