Paea, Papeete, dall’8 al 9 ottobre – My roundtheworld n. 96 – 590.

8 ottobre, mercoledi`.

non ci vuole molto ad arrivare a Paea da Papeete: sono solo 20 km, anche se i primi tutti di periferia urbana, piu` o meno fino a che si fiancheggia l’aeroporto, ad una decina di km dal centro, ma quasi ancora alla periferia della citta`.

dopo le mie domande ansiose l’obeso autista mi scarica giusto davanti al cartello con la freccia che indica la pensione Te Miti, verso l’interno, cioe` la montagna, o meglio vulcano.

due o trecento metri, ma tanto i bagagli sono gia` li` che mi aspettano da ieri: ce li ho lasciati accortamente, passando davanti a questo stesso cartello giallo, con l’auto a noleggio; e quindi so gia` che, se non ho ancora visto le case di Paea, arrivando col bus, neppure le vedro` in seguito: Paea si direbbe che e` un puro nome senza sostanza, un semplice addensarsi, a distanza di centinaia di metri fra loro, intendo, di un piccolo parco in riva al mare, di un ufficio postale, una chiesa cattolica, una roulotte per cenare la sera e un negozio di alimentari che vorrebbe darsi l’aria da supermercato.

qui ho deciso di passare i miei prossimi tre giorni prima dell’imbarco per Los Angeles (ma in realta` i giorni interi sono quattro, ho sbagliato a guardare gli orari dell’aereo, il volo sara` notturno, e ho perfino prenotato a Los Angeles il giorno prima il posto all’ostello).

* * *

la pensione e` gestita da una coppia di francesi ed e` frequentata soprattutto da francesi: lei e` una biondina quarantenne che sembra stanca, lui ha un’eta` simile, ed e` un tipo debordante.

vista l’ora del mio arrivo, che avviene circa alle 9, sono subito invitato a fare colazione, che e` il rito di introduzione della giornata, dove il gestore pontifica, raccontando storielle, e gli ospiti si divertono ad ascoltarlo.

ogni racconto, che duri due, tre o cinque minuti, si conclude con una sonora e inconfondibile risata chioccolante, e sembra che sia funzionale essenzialmente soltanto a produrla periodicamente.

per quanto io capisca poco il francese parlato correntemente, direi tuttavia che non c’e` neppure una correlazione diretta tra i contenuti dei racconti e la risata stessa.

ne faccio due esempi: commento ad una intervista ad un vecchio uomo politico locale sul giornale di Tahiti: e` del tutto eguale al vostro…, al vostro…; Berlusconi, suggerisco io; esatto! segue risata.

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il secondo esempio riguarda invece un tema toccato con ricchezza di esempi e di episodi storici: come e` facile per i turisti perdersi sulle montagne dell’interno (ci credo! manca completamente ogni segnaletica dei sentieri, ma inutile insisterce sul concetto dopo averlo accennato, la sostanza sfugge).

sembrerebbe facile, penso io, tornare in qualche modo a valle, prendendo il mare come punto di riferimento, e invece qualche anno fa un francese ha girato in circolo per tre giorni tra le diverse cime senza mai riuscire a scendere: invece un tedesco qualche anno prima e` scivolato e si e` rotto una gamba: lo hanno trovato dopo cinque giorni, sotto il sole implacabile, che leccava le rocce per carprirne dell’acqua per sopravvivere: segue risata.

io allora racconto della morte in montagna del figlio del mio professore di ginnasio, scomparso senza lasciare traccia e ritrovato solo trent’anni dopo per lo scioglimento di un ghiacciaio: anche lui si era rotto una gamba, e qui voglio vederti a ridere…

in effetti lui si limita a raccomandarci che, quando decidiamo di fare un’escursione, gli diciamo sempre dove andiamo – ci fosse bisogno di venire a cercarci.

* * *

la giornata e` piovosa, una depressione ciclonica e` in arrivo dall’Antartide, e consiglia un insignificante far nulla nel quale recuperare alcune delle energie dissipate nella giornata anche troppo densa di ieri.

un tentativo di uscita ad una momentanea schiarita porta in riva al solito mare, splendido anche con la pioggia, che infatti riprende subito e respinge a casa: le piccole incombenze del supermercato, del blog e delle mail, della doccia e dello studio delle prossime tappe del viaggio riempiono facilmente le ore.

Los Angeles…: letta sulla guida promette di essere un incubo: ci si puo` girare soltanto in macchina, afferma la Lonely Planet, che consiglia di noleggiarla all’aeroporto: la benzina costa pochissimo, ma poi i parcheggi hanno costi folli.

* * *

sul tardi arrivano nella camerata due nuovi ospiti: siamo in tutto tre, il che ci permette di mantenere un clima amichevole e di grande confidenza. e questo e` del resto il clima che domina nella pensione e la rende attraente: e` modesta e costa poco, ma qui in fondo paghi per la rilassatezza e il buonumore.

* * *

la notte sogno e la mattina mi ricordo i miei sogni: Tahiti mi sta riconciliando col mio mondo onirico, che da decenni faceva qualche sparuta e confusa comparsa casuale alla memoria; ora invece i sogni sono preicsi e, cosa che trovo davvero sorprendente, anche collegati fra loro, si citano a vicenda; nel sogno si richiama quanto avvenuto in u n sogno precedente.

uno di questi sogni rappresenta l’incendio della casa e lo cito soltanto per dire che non mi sfugge il suo significato simbolico: e` il mio vecchio io che brucia, in effetti, in questo viaggio.

la persona che tornera` sara` alquanto diversa da quella che era partita, salvo che in una cosa: l’ansia, che ora e` diventata meno nascosta e piu` manifesta, come per una perdita tardiva di pudore.

* * *

9 ottobre, giovedi`.

in men che non si dica, rieccomi poco dopo l’alba a rifare colazione, a vedere la copia aggiornata del giornale di Tahiti, a sentire le risate del gestore, a provare a parlare in tedesco, nonostante il loro ostico accento, con una giovane e dinoccolatissima coppia di bavaresi.

la giornata e` chiara al momento, anche se il gestore ha sentenziato che piovera`, e quindi io ho deciso di fare un itinerario di montagna, non troppo pubblicizzato, che risulta soltanto dalla piantina dell’isola: e` la valle del fiume…, dove il sentiero che la percorre sale alla fine al Plateau di…: e il gestore mi dice di stare attento ai maiali selvatici, ai cochon; ma io gli rispondo che non mi fanno paura.

poi mi richiama, mentre sto giusto partendo: potrebbe venire con me anche Tom? sta giusto finendo la colazione, se lo aspetto cinque minuti.

figurarsi, e` un regalo trovare compagni per la gita.

* * *

Tom e` un ragazzo francese di 21 anni, che e` qui da due mesi e dice che sta facendo il giro del mondo anche lui (oramai e` una vera mania fra i ventenni, direi), ma lo fa in un modo strano, perche` e` stato due mesi in Thailandia e in Cambogia, ma poi e` tornato un mese a Parigi, presso cui vive, nella banlieu, per poi arrivare qui.

di lavoro fa l’operatore cinematografico e in particolare fa dei documentari; nella nostra escursione condivisa, a differenza di me, che ho accumulato un centinaio fra foto e brevi riprese, lui ha fatto solamente due foto: ne ho vista solo una, ma non perche lui me l’abbia mostrata, ed era di straordinaria intensita`.

* * *

Tom appena usciamo dalla stradina secondaria della pensione mi chiede se puo` fare l’autostop e io mi lancio in una avventata teoria sul declino dell’autostop dagli anni Settanta, ma lui mi risponde (e` un ragazzo di poche parole) che a Tahiti si usa molto.

infatti subito una macchina si ferma e ci trasporta per i 3 o 4 km di strada asfaltata che portano all’inizio della nostra vallata.

non basta: qui, mentre io vado all’ufficio postale proprio di fronte a spedire una cartolina ancora neozelandese, lui parla con una signora che subito ci da` un altro paio di km di passaggio sulla strada della valle.

occorre anche dire che Tom e` un ragazzo decisamente bello, ha due occhi azzurri che fanno concorrenza ai colori della laguna, e insomma quando camminiamo affiancati, tutti, raggazze e ragazzi, salutano solo lui: io credo che porei stare delle ore sul ciglio della strada senza che nessuno si fermasse per me.

* * *

la strada che iniziamo a percorrere potrebbe ricordare quella della mia prima camminata montana in solitaria alla cascata della valle di Futuaua, ma e` molto piu` selvaggia, e sinceramente non so neppure se mi sarei fidato a farla da solo.

ciononostante le coltivazioni si susseguono, anche dopo la fine delle ultime case con i loro ululanti cani da guardia (per fortuna alla catena), e sono papaye ed arance.

poi davvero la strada finisce, rimane un sentiero dai contorni molto incerti, che rapidamente porta al primo guado nel fiume: piu` largo del primo visto, che ho citato sopra; ma per fortuna ho le scarpe da ginnastica regalatemi da Matteo: non sono ottimali perche` hanno la suola abbastanza liscia, ma insomma permettono di salire sui sassi umidi e anche di bagnarsi, se capita.

al primo e al secondo passaggio del fiume tiro fuori la salvietta dalla sacca e mi asciugo ogni volta i piedi, porgendola anche a Tom; poi lasciamo perdere entrambi, i guadi si susseguono, saranno in tutto quasi una ventina e l’operazione non ha senso.

ogni guado corrisponde ad un aspetto particolare del fiume e spesso ad una pozza d’acqua ricavata da un allargamento del suo corso; Tom ha una capacita` straordinaria di individuare nelle acque limpidissime anguille e granchi, che io provo a fotografare.

il sentiero e` comodo e quasi pianeggiante, ma si individua a tratti a fatica quando si tratta di passare il fiume e occorre perlustrare un poco la riva opposta, almeno con lo sguardo, per immaginare dove riprenda, e tuttavia siamo sicuri di non perderci; in ogni caso l’esperienza e` davvero da Robinson Crusoe e si respira un’aria di selvaggia avventura.

* * *

poi il sentiero si inerpica di colpo sul dorso fangoso della montagna; diverse corde si offorno nei punti piu` critici all’esploratore che rischia di diventare alpinista; la fatica e` notevole, la preoccupazione del ritorno per me anche, considerando la natura cosi` scivolosa del terreno, che a volte da` proprio su profondi burroni, in fondo al quale sta il fiume.

ansimando finalmente la salita finisce e si esce su un ampio spiazzo, su cui sorge un ampio capanno col tetto formato da un telo plastico e gorossolanamente attrezzato per cucinare; un uomo compare, con due grossi coltelli nella cintura ed un sacco.

ci si presenta: lui ritorna da una raccolta di erbe medicinali e ci mostra dall’altra parte della valle il Plateau al quale eravamo diretti, ma adesso, dice, non c’e` nessun sentiero che ci possa portare li`, dovevamo prendere un sentiero diverso, che sale piu` dolcemente e con meno pericolo, quando eravamo ancora in fondo alla valle.
piu` avanti, durante il ritorno, ci mostrera` il punto, assolutamente indistinguibile, in cui si doveva svoltare a destra tra i sassi, in corrispondenza di un albero bianco sotto uno spuntone di roccia, per ritrovare piu` avanti il sentiero giusto.

la conversazione e` stentata, come il francese di quest’uomo, che parla dei cinghiali della montagna, a cui danno la caccia i cani, e presto riprendiamo la scivolosa strada della discesa sotto la pioggia che inizia e si fa via via piu` violenta, fino a costringerci ad una sosta sotto uno spuntone di roccia.

siccome la violenza della pioggia non accenna a diminuire, insisto perche` partiamo: all’inizio della valle un cartello metteva i guardia dalle piene improvvise in caso di pioggia e non vorrei che il livello del fiume si alzasse fino a renderci difficoltoso il guadarlo.

purtroppo io rallento alquanto la spedizione sia per la mancanza di agilita` sia per la prudenza dei movimenti su quelle scarpe lisce, che pero` non mi impedisce di cadere due volte quasi alla fine del percorso: la prima volta nel fango, Tom si volta preoccupato, ma non mi sono fatto nulla, riprendo a camminare.

la seconda caduta, al penultimo guado, ha invece quasi l’aria dell’adempimento di una promessa fatta ai lettori di questo blog quando avevo evitato per prudenza il guado a piedi nudi del primo fiume esplorato di Tahiti: infatti eccomi cadere sui sassi e in acqua con portafolgio, borsa della macchina fotografica, busta ascellare con passaporto, biglietti aerei, euro e chiavi di casa.

la fotocamera e` salva, comunico: l’ha protetta il doppio involucro, nello zainetto e nella sua borsa, e funziona ancora.

quanto alle tessere bancomat vi sapro` dire: non le ho ancora testate, ma se fossero andate in crisi il problema non sarebbe da poco.

* * *

in ogni caso, almeno apparentemente non mi sono fatto molto almeno io, anche se suppongo che la macchia rossastra sulla coscia, se non e` la conseguenza del morso di qualche insetto, sia un livido della caduta; l’importante e` che le gambe funzionano ancora e ci riportano a casa (di passaggi l’autostop di Tom ne conquista solo uno per due km ancora dentro la valle), ma gli altri 5 o 6 km che restano fino alla pensione questa volta dobbiamo farceli tutti a piedi lungo la strada costiera di Tahiti: questa volta siamo troppo bagnati, credo, per essere presi a bordo e neppure i begli occhi fanno il miracolo.

quanto al nostro accompagnatore, si e` gia` dileguato col suo sacco di erbe medicinali sulla spalla.vv

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4 risposte a “Paea, Papeete, dall’8 al 9 ottobre – My roundtheworld n. 96 – 590.

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