San Francisco, che giorno l’ultimo giorno – My roundtheworld n. 113 – 620.

che giornata questo 24 ottobre: cosi` piena da avere paura di dimenticarsi qualcosa adesso a descriverla; cosi` piena che i vari argomenti possono essere soltanto accennati.

* * *

Annick, prima di tutto.

una donna segnata da qualche decennio di vita piena, ma dagli occhi vivissimi, mobili ed intelligenti, che si siede davanti a me alla colazione nell’ostello (questa mattina c’e` il sole…).

ha del fascino e sento che avrebbe voglia di parlare, ma la mia imbranataggine con l’inglese mi induce a starmene un po’ chiuso; poi pero` c’e` un’occasione di scambio, colta al volo quando alzo gli occhi dal piatto, e cosi` scopro con sollievo che Annick e` francese: il mio francese e` altrettanto approssimativo ne` mai studiato a scuola quanto il mio inglese, ma insomma, grazie alle assonanze, e` piu` sciolto o sfacciato, fate voi.

Annick ha 61 anni e una vita speculare e parallela rispetto alla mia.

tre figli, per cominciare: due maschi e una femmina – io un maschio e due femmine; ma la cosa piu` sorprendente e` che sono nati tutti esattamente due anni dopo i miei, cioe` ciascun figlio suo due anni dopo ciascun figlio mio.

e anche Annick ha divorziato, ed ha ripreso a viaggiare da sola quest’anno dopo quarant’anni: era venuta a Boston, come ragazza alla pari quando era ancora tale anagraficamente, mentre ragazza nel cuore lo e` ancora, ed e` tornata negli USA per questo suo recupero di giovinezza, a trovare la famiglia di allora e i suoi figliocci, che erano gia` stati in Francia a salutarla anni fa, ed ora vivono in California.  

Annick e` entusiasta di questa esperienza che sta facendo e credo che il mio esempio possa averle dato coraggio.

ci scambiamo le mail, resteremo in contatto, e ci facciamo anche fotografare.

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* * *

ieri Annick e` andata in auto con alcuni amci dall’altra parte della baia e mi ha mandato per mail anche questa foto, presa da un punto dove io non sono stato, e vi si vede il ponte immerso nella nebbia, come appunto appariva ieri, con San Francisco di fronte.

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e se poi guardate bene, sotto i grattacieli, a destra del molo del porto, si vede una piccola macchia di verde, ed e` il promontorio dove sta l’ostello.

* * *

io poi sono stato in camerata a scrivere fino a che ho potuto (il check out era alle 11, li`) e poi con un autobus sono andato al Golden Gate Park, che, nonostante il suo nome, e` da tutt’altra parte rispetto al ponte sospeso, ed e` piu` grande del Central Park a New York, e l’intenzione era di vedermelo tutto, per sfida alla guida che dice che e` troppo grande per poterlo visitare in un giorno solo.

e invece ha vinto la guida: perche` il giro del parco in una giornata, tornando poi sempre con l’autobus, si poteva fare, ma solo a condizione di non guardare nulla di quello che contiene, e non valeva certo la pena; quindi direi che ne ho visto il primo 20%.

il parco infatti l’ho trovato molto diverso da come mi aspettavo: lo credevo selvaggio, e invece era molto bene urbanizzato, con strade e parcheggi al suo interno, e autobus e auto, e perfino un piccolo incidente alle mie spalle mentre attraverso una strada al semaforo.

tra le cose da vedere ho scelto:

il Conservatory of Flowers, una serra vagamente vittoriana, piena di piante tropicali dei piu` diversi ambienti climatici.

la California Academy of the Science: architettura, non troppo significativa all’esterno, di Renzo Piano ed interno favoloso, anche come distribuzione degli spazi: un museo scientifico dedicato principalmente al tema dell’ambiente, con un Aquarium, una ricostruzione spettacolare della foresta equatoriale, completa di alligatore albino, uccelli esotici e perfino farfalle vive e stranamente domestiche e un Planetarium (il piu` grande del mondo, con una esposizione impostata in modo totalmente diverso da quello di Los Angeles). 

devo anche dirti che il filmato al planetario di San Francisco sulla estensione dell’universo era cosi` impressionante ed efficace nel rendere l’idea, che POTREI anche rivedere le mie tesi sulla unicita` della vita terrestre nell’universo… 🙂 da una mail

ma servirebbe a ben poco, considerando che lo ritengo altamente improbabile nella nostra galassia, e per quanto riguarda le altre restera` sempre non sperimentabile.

mentre certamente l’esistenza di infiniti pianeti simili alla  Terra diventerebbe innegabile se il nostro universo fosse solo una delle manifestazioni dell’infinito pluriverso che contiene tutte le possibilita`.

* * * 

il Museo De Young che – a fianco di un settore dedicato all’arte americana, francamente non troppo interessante e di conferma della totale subalternita` americana alla cultura europea almeno fino a inizio Novecento – ha una raccolta di arte tradizionale americana e dell’Oceania semplicemente senza paragoni: e forse la cultura dei Maori della Nuova Zelanda, per fare un solo esempio, e` documentata meglio qui che ad Auckland, in loco; per non parlare delle opere stupende di incas e atzechi; e dalla torre al nono piano vedute senza confini su una San Francisco che nel frattempo si e` fatta stranamente grigia ed autunnale.

un Giardino giapponese, che ho naturalmente degnato di un solo sguardo e una sola foto, evitando di entrare, avendo visto ben altri originali…

un graziosissimo Giardino Shakespeare, dall’aria totalmente inglese, in effetti.

* * *

ma il pezzo davvero forte del museo dell’Academy e` la parte dedicata ai fenomeni simici, come e` anche logico aspettarsi.

la ricostruzione dei due grandi terremoti che hanno colpito la citta` nel 1906 (distruggendola quasi completamente con l’incendio successivo) e nel 1989 e` davvero impressionante: vieni fatto entrare in una stanza ricostruita con la struttura e l’arredamento di inzio secolo scorso e le due scosse, ondulatorie e sussultorie assieme, la seconda di 50 secondi, ma la prima di un minuto e mezzo e molto piu` intensa, sono fatte rivivere esattamente: per fortuna si e` avvertiti in tempo e ci si attacca ai maniglioni che sono li` pronti, perche` sarebbe impossibile, altrimenti, restare in piedi.

a Londra al Natural Museum ho sentito una ricostruzione simile del terremoto di Kobe (a proposito, e quando ci sono stato neppure me ne sono ricordato): ma non era certo cosi` forte.

e io penso a questa dimensione che ho sinora dimenticato della citta`, che vive della sua precarieta`, sospesa al filo del Big One prossimo venturo, che non si sa quando possa arrivare e quanto possa distruggere, come Napoli e` appesa al risveglio non troppo lontano del suo Vesuvio – che pero` Napoli scaramanticamente ignora, aggravando sin d’ora le conseguenze della prossima eruzione esplosiva, mentre San Francisco ci si prepara continuamente, responsabilmente.

San Francisco, gia`una volta distrutta e gia` un’altra volta profondamente ferita, che ogni volta, pero`, si e` ricostruita caparbia, e  non ha perso la sua gioia di vivere.  

* * *

ma la cosa che emotivamente mi ha colpito di piu` nel parco e` stata una semplice raccolta di sassi e pietre e di nomi, in una valletta abbastanza isolata e rustica, ed e` il National AIDS Memorial Grove.

i nomi, a migliaia, sono di abitanti uccisi dalla malattia.

mi ricorda un memoriale analogo, visto non so dove (Praga?), con i nomi degli 80.000 ebrei di quella citta` ammazzati nella Shoah.

solo che qui non c’era nessun nemico esterno, la malattia non ha avuto colpevoli, e oggi continua ad uccidere, ma nel silenzio e oramai quasi nella indifferenza.

quel che mi colpisce e mi turba e` che gli amici sopravvissuti abbiamo scelto, assieme, condividendo la sofferenza, di segnare il loro ricordo, e che la citta` abbia fatto propria la loro iniziativa, trasformandola in un piccolo luogo pubblico e riconosciuto.

e che la rappresentante politica locale al Congresso, Nancy Pelosi, alla quale e` dedicata la strada in cui sorge il Memorial, abbia fatto propria questa battaglia.

mi ricordo anche di Angelo, morto di aids credo vent’anni fa, che negli ultimi giorni ringraziava la malattia perche`, diceva, gli aveva fatto capire il senso della vita.

e lo diceva sorridendo e continuava a mandare messaggi positivi e verra` ricordato da chi lo ha conosciuto, proprio per questo.

ma senza nessun pubblico memoriale: noi italiani non siamo fatti per questo tipo di memoriali.

* * *

del grande parco ho visto soltanto una piccola parte, ma e` gia` sera e il rientro, che sara` direttamente rivolto alla stazione del bus per Los Angeles, prendendosi tutto il tempo necessario, non e` entusiasmante.

con le ombre calanti il popolo vagabondo degli homeless sta levando le sue tende, nel senso inusuale che coloro che hanno un tenda canadese hanno cominciato a piantarla in ogni dove, e ci sono anche delle tende “autoreggenti” che stanno sui marciapiedi; gli altri, che non hanno neppure quella si stendono in qualche modo avvolti in qualche cosa; ma alcuni fanno gruppo ad un falo`.

ma la cosa piu` sconvolgente e` che la penombra sembra togliere progressivamente ogni freno inibitore a questo popolo che mi fa davvero paura (ed e` raro che io provi questa reazione) e mi viene da chiamarlo di zombie, perche` ora mi e` immediatamente chiara la vera origine di questo tema da film horror.

molti di loro, gridano, imprecano, parlano da soli, ridono al nulla: direi che un terzo di loro, a occhio, e` palesemente in preda ai propri incubi e allucinazioni.

credetemi: quando si leggono fatti di cronaca violenti negli USA, d’ora in poi io mi meravigliero` semplicemente che non siano molto piu` frequenti, dato il numero altissimo di pazzi non curati che vanno in giro.

e mi chiedo anche se per qualche motivo il numero degli alienati qui sia cosi` spaventosamente alto: forse per la mancanza di cure pubbliche, che da noi riducono la visibilita` del problema?

oppure perche` davvero la nazione che ha scritto nel primo articolo della sua costituzione il diritto di ogni individuo alla felicita` e` anche quella che rende totalmente infelice una parte cosi` ampia dei suoi figli? 

* * *

in ogni caso riesco a passare indenne nei pochi chilometri che mi separano dalla via principale del centro, la Market Avenue, dove riprende la sfilata dei negozi di iper-lusso con i barboni a decine sdraiati davanti alle vetrine, come nella peggiore delle sceneggiature: qui pero` sono pacifici, per non dire inerti.

ma prima ecco in un passaggio pedonale davanti alla piazza del Municipio un complesso di giovani che fa una musica piuttosto bella che ha risvegliato tutte le immagini di liberta` della citta`.

ed ecco chi danza davanti ai musicisti: un ragazzone biondo pesantemente truccato da donna ondeggia lentamente in melodie che vorrebbero essere armoniose, se non ci fosse gia` una vistosa e precoce pancetta da birra; una donna nera grassissima balla appoggiandosi con un bastone; un ubriaco che sembra latino cerca invano di coordinare i movimenti; una ragazza molto piena di curve si sostiene su trampoli di 20 cm che riescono a mascherare che e` in realta` una nana; intanto passa un grosso signore cinquantenne totalmente vestito da donna con una enorme gonna rosa.

e a me pare di essere finito a meta` strada fra un quadro di Bosch e uno di Grosz, ma come se fossero diventati emtrambi allegrissimi, e, se non avessi fatto tanto chilometri e non avessi i piedi rotti, mi unirei alle danze e sono sicuro che farei anche la  mia porca figura, come si suol dire.

ma l’allegria e` la stessa: lascio San Francisco nella bellezza della musica, e non solo questa, anche quella scozzese suonata su una specie di zampogna da un uomo con la gonna tradizionale a scacchi e i capelli rossi, e soprattutto il ritmo scatenato di un trio nero affiatatissimo, dove a un angolo di strada il percussionista usa bidoni vuoti di tinta, capovolti, e bottiglie di diverse dimensioni infilate in una cassetta di plastica.

o San Francisco, travolgente e pazza!

* * *

ti lascio dopo le 23 sul bus e accanto a me si sistema una quarantenne spigolosa con gli occhiali e i capelli a caschetto: mi chiede di abbassare il bracciolo, rimasto incastrato, ma male faccio a provvedere perche` immediatamente vi si butta contro appoggiando la testa sulla mia spalla.

ora io vi ho tenuto accuratamente nascosto che nell’ultimo mese i dolori alla spalla apparsi tempo fa non sono scomparsi del tutto, ma riaffiorano, in particolare quando sono stanco, e questa testa pesantissima appoggiata sulla spalla sinistra mi da` decisamente fastidio, per non dire che mi fa male addirittura; quindi mi agito pensando che questo possa indurre ad una maggiore discrezione…

invano; la situazione cambia soltanto quando vengono spente le luci: e nel senso che a questo punto la testa scivola scivola, percorrendomi tutto e va a fermarsi sul fianco, in una posizione prossima a diventare decisamente imbarazzante.

inutile agitarsi, quella testa sembra di piombo; ad un certo punto comincio perfino a preoccuparmi vista la sua completa mancanza di reazioni: sara` mica un caso di morte improvvisa?

ma la mano che si appoggia sulla coscia mi toglie anche questo dubbio e anche la testa si protende ancora avanti con lei.

* * *

quando l’autobus si ferma per una sosta intermedia e si riaccendono le luci la donna non mi guarda: ma ha le gambe sconvolte da un tremito convulso…

nel bus c’e` la connessione internet, e quindi riesco a connettermi al mondo, dopo il primo colpo di sonno.

ecco una mail di Chaney, che e` tornata in Vietnam, ha avuto uno scontro violento con la madre, e mi annuncia che medita il suicidio.

ma di questo meglio parlare in un prossimo post, credo…

* * * 

e con questo chiudo il post dalla hall dell’ostello di Los Angeles Santa Monica, dove sono tornato stamattina alle 9 e dove sto cercando di riprendermi da tutte queste emozioni, aspettando le 2 del pomeriggio per il check-in.

forse dovevo pormelo prima questo problema: se si hanno vicine delle persone che in questo periodo stanno soffrendo, per i piu` diversi motivi, e tutti molto gravi, che impressione puo` fare su di loro il fatto che io scriva delle esperienze positive che questo viaggio mi sta regalando?

questa non e` una forma di mancanza di delicatezza nei loro confronti?

non sapendo la risposta, io continuo, anche se ogni volta – credetemi – devo scostarmi di dosso qualche pensiero triste dal cuore, per potere scrivere.  

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16 risposte a “San Francisco, che giorno l’ultimo giorno – My roundtheworld n. 113 – 620.

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    • sarebbe davvero incredibile.

      non le ho chiesto che lavoro faceva (e` pensionata anche lei, dall’anno scorso, come me): magari l’insegnante di inglese, eh eh.

      pero` anche a me guardando la foto soltanto sembrerebbe di conoscerla, ma credo che sia soltanto perche` e` fotogenica, pero`.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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