se ridere è aggredire.

Toh, qualcuno scopre, come fosse nato ieri, che ridere e` aggressivo.

Chissa` se ha mai saputo che, dal punto di vista etologico, la risata e` uno sviluppo del digrignare i denti.

Siccome ridere scarica l’aggressivita`, allora non si dovrebbe ridere ne`, peggio ancora, far ridere.

* * *

Confermando che ridere di qualcuno e` una delle azioni piu` aggressive che ci sia, fermiamoci allora a riflettere se questo giustifica una reazione fisica, o peggio cruenta.

C’e` gia` stato, prima del 7 gennaio, chi e` stato ucciso a volte perche` rideva troppo, oppure nel posto o davanti alla persona sbagliata.

Ma e` proprio perche` ridere e` aggressivo che e` altamente consigliabile: perche` e` una manifestazione aggressiva praticamente innocua.

Tenendo conto che siamo tra gli animali piu` feroci sulla faccia della Terra, la capacita` di ridere ci e` stata data dalla natura probabilmente per provare a salvarci dal massacrarci tutti.

Chi vuole reprimere la risata degli altri vuole semplicemente indirizzare verso lo scontro fisico o la guerra l’aggressivita` innocente che si esprime ridendo.

E` per questo che bisogna credere a Umberto Eco e alla morale del Nome della rosa: l’umorismo, con i suoi corollari dell’ironia e della satira, ma persino con quelli meno innocenti del sarcasmo e del dileggio, e` l’essenza stessa della civilta` umana.

Toglieteci anche solo la voglia di ridere e cominceremo ad assomigliare di piu` a delle belve feroci. 

* * *

il disegno della home page è di hasanbleibel, il disegnatore libanese che avete già imparato a conoscere.

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13 risposte a “se ridere è aggredire.

  1. Pingback: Krammer, Il potere della risata | Cor-pus·

  2. borto, sei ii Piero Angela della mia ‘seconda’ giovinezza 😀
    [ma non me lo smontare, non voglio sentire nulla di negativo su Piero Angela ihihi :P]

    in un altro post avevi paragonato jesu al che, ma in quel caso avevo interpretato la cosa con una sfumatura negativa.
    letta in questo senso la storia mi piace molto di più 🙂
    sono convinto che jesu fosse un grand’uomo, solo un uomo illuminato si porta dietro un movimento di quel tipo.

    una curiosità: ma si professava veramente agli altri come (unico) figlio di Dio?
    giusto per capire se fosse stato onesto o ‘saggiamente’ furbacchione, considerati i tempi 🙂

    ma perchè non fai un bel post, bello da leggere come questo, scorrevole senza riferimenti bibliografici, precisazioni storiografie e pedanterie varie (per i riferimenti specialistici ci saranno altri documenti), la vera storia di Jesu, un racconto scritto per bimbi adulti che si appassionano nelle storie, specialmente se approssimativamente vere?

    la verità raccontata semplicemente con immagini e trama, pensa al soggetto per un film 🙂

    • e adesso come faccio a capire a quale dei miei commenti di risposta a te ti riferisci? 🙂 😦

      non mi sta affatto antipatico Piero Angela, anche se e` un poco marpione, quindi prendo la tua metafora dal alto del complimento… 🙂

      che e` poi quello che mi piace di piu`.

      alla tua domanda se Jeshu si professava veramente agli altri come (unico) figlio di Dio, ho da dare una risposta molto secca, articolata in due parti.

      prima di tutto Jeshu, che e` un ebreo che intende restaurare la religione ebraica riportandola ai suoi valori originari, non avrebbe mai potuto usare la parola Dio, il cui uso era inbito dal secondo comandamento mosaico, ed era considerato molto grave citarlo direttamente.

      e` lo stesso motivo per cui Jeshu non ha mai parlato di Regno di Dio, ma per esprimere lo stesso concetto usava l’espressione Regno dei cieli.

      oppure e` il motivo per cui non puo` mai avere detto Date a Cesare qual che e` di cesare e a Dio quel che e` di Dio.

      ogni volta che compare la parola Dio direttamente pronunciata nei vangeli, possiamo essere certi che si tratta di insegnamenti postumi appioppati a lui, ma che non vengono dalla sua bocca.

      Jeshu infatti si definiva figlio dell’uomo, non figlio di Dio.

      ora questa espressione “figlio dell’uomo” nell’ebraico dei suoi tempi msignificava semplcimente “un uomo”, era una perifrasi della lingua parlata: chi e` figlio dell’uomo e` un uomo no?

      ed ecco un secondo motivo per il quale Jeshu non poteva dire nella Gerusalemme dei suoi giorni di essere figlio di Dio, tutti avrebbero capito che diceva di essere Dio e sarebbe stato lapidato all’istante.

      ecco dunque che anche la versione del suo processo non e` attendibile.

      quando inizio` il processo di divinizzazione della sua figura, ben dopo la sua morte, forse circa un secolo piu` tardi, ecco che qualla ricorrente dichiarazione di essere figlio dell’uomo risultava molto imbarazzante per gli aspiranti divinizzatori, che le sovrapposero, inventandosela di sana pianta, l’espressione figlio di Dio, a fare da contralatere.

      e si inventarono altrettanto di sana pianta che Jeshu fu condannato a morte per avere dichiarato questo, quando i motivi della condanna a morte pronunciata dai romani stavano chiaramente esposti nel titulus posto sopra la croce, come da prassi, che riportava il motivo della condanna: INRI, Jeshu il nazireo, re di Israele.

      Jeshu fu condannato a morte per avere rivendicato di essere il re di israele, non il figlio di Dio: queste sono fantasie e invenzioni largamente postume.

      di post sul tema ne ho scritti a decine: mi rimane aperto il progetto di una specie di romanzo, una sorta di imitazione minore del Vangelo secondo Gesu` di Saramago.

      ma ne ho scritto e pubblicato, non ricordo neppure dove e quando, solo il primo capitolo, in occasione di un Natale: che e` quello della nascita, quando del tutto a sorpresa, dall’utero di Maria, ultima discendente della linea davidica, escono al posto dell’erede unico preannunciato del trono di Davide, due gemelli, e quello nato dopo, Tomaso, il Gemello, prende il nome del vero padre in clandestinita`, Giuda il Galileo, mentre un seguace del movimento, Giuseppe, assume il finto ruolo di padre giuridico.

      dovrei proprio farlo, in effetti, prima di sparire… :), di mettere tutti quei post assieme, e di relegare in un tomo di note tutti i riferimenti che sorreggono e un pochino alimentano questa fantasia ricostruttiva.

  3. questo post è dinamite.
    non è certo una novità l’argomento, come metti bene in evidenza nella frase iniziale anche con una pennellata di arroganza (ti comprendo, è la sensazione frustrante di parlare a vuoto che porta a ciò), eppure questo argomento è uno dei principi cardine su cui si dovrebbe fondare l’umanità intera.

    in realtà l’accostamento diretto tra risata e violenza non è banale, almeno non è banale per me che pur rifletto spesso.
    e quell’informazione per cui la risata umana deriva in origine dal digrignare dei denti è assai evocativa (a posteriori, non è strana se prestiamo un attimo di attenzione alle protorisate di scimpanzè e altri primati).

    non direi che la risata E’ violenza, ma certamente ci ha a che fare. personalmente vedo la risata come un veicolo elaborativo mentale alternativo alla violenza.
    entrambe, risata e violenza in generale, sono attuazioni fisiche originate da sensazioni e pulsioni irrazionali che proviamo fortemente in noi ma che non sappiamo contenere e devono perciò fuoriuscire, attraverso una qualche espressione.

    la risata ci parla del positivo e del negativo che sentiamo in noi.
    la risata spontanea generata da chi ci fa ridere è la più efficace medicina che l’uomo possiede, per la salute di sè stessi del nostro prossimo.
    come le malattie e come l’odio questo strumento – la risata – è per nostra fortuna incredibilmente contagioso, irrazionale.

    c’è poi la risata di sbeffeggio, la derisione: in questa osservo piena affinità di scopo alle varie forme di violenza: combattiamo un nemico, un principio, un gruppo di persone, deridendo. direi che la satira e la derisione è il metodo di guerra più acuto inventato dall’uomo per combattersi.

    poi c’è la violenza verbale: anche quella non per forza sbraitata, che in ogni caso cerca di abbattere con serietà una convizione costituita a favore di una altra. con il comportamento violento, così come con la derisione, esprimiamo l’incapacità di comprendere visioni e mentalità diverse dalle nostre (o in casi ancora peggiori le comprendiamo benissimo ma le combattiamo perchè ci fa comodo, per interesse).
    a differenza della derisione, molto subdola, la violenza verbale è di norma più ingenua e convinta, in molti casi si persegue il tentativo di ricondurla pure alla ragione. così facendo però ci si espone di più, se ci scontriamo con menti più brillanti ed informate di noi, il rischio di essere ‘sconfitti ai punti’ è troppo grande. risulta allora molto più efficace deridere e banalizzare il discorso, piuttosto che argomentarlo seriamente.

    infine c’è la violenza fisica: il menar le mani, i bastoni, le lame, i fucili, le bombe.
    lì nella stragrande maggioranza dei casi il principio di ragione decade, è filtrato via dalla mente. in questo modo rientriamo a pieno titolo all’interno dei comportamenti animali, nè più nè meno.
    quando parlo di violenza in generale uso intendere questo tipo di violenza, che non ha nulla di umano se non nella sua componente animale primitiva.
    eppure a conti fatti, se osservati dal di fuori sembriamo proprio tutto ciò: bestie rincoglionite e sorde a qualsiasi ragionevolezza.
    è troppo appagante la sensazione di menare le mani sul nostro nemico, se si hanno i mezzi e non si hanno gli occhiali per vedere lontano.

    rabbrividisco pensando alla qualità e alla quantità di strumenti utilizzabili come armi esistano a questo mondo. molto del nostro ingegno tecnologico deriva proprio da questa costante ricerca, di armi e di violenza. è evidente che una società che basa il suo sviluppo sulla produzione economica non possa che sostenere e sostenersi alla guerra.

    un popolo pacifico, che sta già bene, che cosa deve desiderare di più?
    non è un buon mercato.

    un’altra cosiderazione, sulla derisione: questa è efficace se dall’altra parte il nemico è convinto di sè stesso, è rigido, è serio.
    se la gente non si prendesse così sul serio ma fosse più elastica e curiosa, non ci porremmo nemmeno il dubbio se una persona stia ridendo CON noi piuttosto che DI noi.

    • una pennellata di arroganza, dici? e pensare che mi sembrava di essere stato buono, polemizzando senza far nomi… (e continuero` a non farli).

      concordo che la risata non e` violenza, e` infatti aggressivita`, che e` qualcosa di diverso.

      io sono molto aggressivo, ad esempio, lo ammetto, ma molto raramente violento: occorrono provocazione estreme per farmi passare a questo piano.

      sono ovviamente perplesso sulla tua visione della violenza verbale, nella quale rientrerebbe ogni comportamento mirante a convincere l’altro.

      la tesi della parola intrinsecamente violenta non e` nuova, e` di Foucault.

      possiamo anche accoglierla, ma a condizione che poi non si pretenda di escludere la violenza dalla vita umana.

      io invece continuerei sulla linea della distinzione fra aggressivita` e violenza.

      parlare a qualcuno puo` essere certamente un atto aggressivo; ma la violenza verbale resta cosa intrinsecamente diversa e da distinguere.

      anche perche` senza aggressivita` non potremmo neppure vivere ed essa e` ineliminabile dalla vita biologica.

      nell’ultima considerazione tua, leggendola, hanno cominciato a fischiarmi le orecchie… 🙂

      • pardon, hai ragione: non facevo caso alla distinzione che poni tra violenza e aggressività e li ho intercambiati senza nemmeno accorgermene, ma a questo punto mi dovresti chiarire meglio le due accezioni o non ti seguo.

        mi sembra di capire che consideri in generale tutta la parola come aggressiva: ma un’umile domanda può ritenersi aggressiva, ad esempio? perchè, se per aggressività intendi l’atto stesso di rivolgersi ad una persona, o ancor più in generale il rivolgersi al mondo esterno, allora non mi sembra proprio il termine più adatto… sono convenzioni ma si rischia di fraintendere.

        dove poni il confine tra violenza verbale e più normale aggressività verbale? la derisione è aggressività, mentre il dialogo incavolato ed impulsivo è violenza?

        se stanno così le cose non mi trovi d’accordo.
        ci sono molti mezzi per sopraffare una persona, oltre alla ovvia violenza fisica. negare la parola all’interlocutore è violenza, offenderlo ed ingiuriarlo è violenza, ma anche deriderlo a mio avviso è una sorta di violenza e non semplice aggressività (dico deridere apertamente, per farsi sentire apposta dagli altri, e non il sorridere rassegnato che sarebbe ben diverso).
        tra deridere una persona e incazzarsi verbalmente cercando di sostenere una causa e sragionando, non ci vedo molta differenza, come atto di violenza siamo lì (in ogni caso si tratta di puro atto verbale e non fisico, al massimo può variare il volume della voce ma anche la risata può essere potente, e più è potente più è violenta). semmai la derisione è una tecnica più subdola ed efficace come dicevo.

        “sono ovviamente perplesso sulla tua visione della violenza verbale, nella quale rientrerebbe ogni comportamento mirante a convincere l’altro.”
        non è esattamente quello che intendevo, anche se posso passarlo come concetto estremizzato se e solo se si considera che non esistono ragioni sostenibile in modo assoluto (pertanto tentare ostinatamente di convincere l’altro, anche tramite la ragione e la calma, si potrebbe profilare come violenza).
        ma è una forzatura filosofica, non volevo dire questo.
        per violenza verbale intendevo quando una persona comincia a perdere le staffe, ad insultare, a sragionare, a non lasciar parlare l’interlocutore etc.

        • Oh, qui si` la discussione si fa tosta e il doverla fare per iscritto mi sta stretto…

          Mi chiedi che distinzione faccio tra aggressività` e violenza, dato che l’ho data per scontata.

          Mi sembrava di poter dire che ciascuno di noi (magari seguendo scale diverse) e` in grado di dire quando, per lui, un comportamento e` semplicemente aggressivo e quando invece diventa violento.

          Sono distinzioni abbastanza soggettive, difficili da tradurre in un preciso galateo comportamentale: quello che e` aggressivo per me, per te puo` essere gia` violento e viceversa.

          Avevo scritto: senza aggressivita` non potremmo neppure vivere ed essa e` ineliminabile dalla vita biologica.

          Direi infatti che l’aggressivita` non e` una caratteristica strettamente umana, ma appartiene all’intero modo vivente ed e` la spinta di un organismo ad affermarsi nel proprio ambiente, che porta a comportamenti in grado di plasmarlo secondo i propri bisogni.

          Dove le risorse sono limitate l’aggressivita` porta anche alla violenza, che consiste in tutti i comportamenti attivi con i quali un organismo compete effettivamente con altri per affermarsi, attaccandoli direttamente e cercando di limitarli o di sopprimerli.

          Da questo punto di vista la distinzione tra i due comportamenti e` strettamente soggettiva e dipende del tutto dal punto di vista che si adotta.

          Dal punto di vista umano mangiare l’insalata non e` certo un comportamento violento (a meno che non la si sia rubata dal’orto del vicino picchiandolo) e neppure lo definiremmo aggressivo; ma dal punto di vista dell’insalata, se potesse averne uno, e` invece un comportamento straordinariamente violento, addirittura sanguinario (sempre che l’insalata potesse sanguinare). 🙂

          Ma allora anche un’umile domanda puo` essere aggressiva? Io risponderei senza dubbio di si`: la domanda non si farebbe neppure umile se non fosse consapevole di contenere in se stessa una pulsione aggressiva.

          Ovviamente sei tu che mi costringi a dare delle definizioni, avrei preferito mantenere i due concetti fluidi, ma insomma hai lanciato una specie di guanto di sfida e devo raccoglierlo… 😉

          Quindi rileggo le mie definizioni per vedere se prima di tutto convincono me, e vedo diversi punti deboli.

          Pero` mi pare che regga l’idea che l’aggressivita` e` un orientamento all’azione che si traduce in comportamenti, mentre la violenza definisce un tipo particolare di comportamenti che ne derivano.

          Nel linguaggio comune noi definiamo aggressivi i comportamenti nei quali il bisogno di affermarsi supera una certa soglia di tolleranza, pero` non e` difficile accorgersi che ogni comportamento attivo che metta in relazione con l’ambiente e` in se stesso, in grado maggiore o minore, aggressivo.

          Questo punto di partenza e` importante perche` significa che possiamo e dobbiamo limitare la violenza, ma senza mettere in discussione l’aggressivita`.

          Questo significa che, se mi muovo in un ambiente cercando da mangiare ho un comportamento semplicemente aggressivo, ma se individuo un essere vivente che puo` farmi da cibo e cerco di ridurlo a questa funzione, il comportamento che ne consegue e` violento, almeno dal punto di vista di chi viene aggredito.

          Nel mondo umano la situazione si complica parecchio, ma per semplificare possiamo cominciare col dire che aggressivi sono tutti quei comportamenti di affermazione di se` che vengono considerati legittimi dalla legge, e violenti quelli che la legge non accetta.

          In sostanza cio` che e` semplicemente aggressivo e` legittimo, e` dunque tutelato dal principio della liberta` di espressione o di comportamento e non puo` essere inibito.

          Cio che e` violento, invece, va inibito e perseguito, perche` viola la legge, cioe` i principi della convivenza.

          Mi rendo conto che questa definizione puo` lasciare molto perplessi, ma e` necessaria, perche` il grado di violenza accettabile non risulta eguale in tutte le civilta` umane, perfino rispetto ad un comportamento come la privazione della vita altrui, che in alcune culture puo` essere addirittura esaltato come positivo, almeno in certe circostanze, e in altre invece apparire assolutamente inaccettabile sempre per principio.

          Inoltre, non bastasse questa variabilita` locale dei giudizi sociali, un’ulteriore variabile di complessita` consiste nel fatto che l’uomo e` un animale simbolico, e dunque si puo` essere aggressivi o violenti anche verso questo mondo simbolico.

          Un problema che dobbiamo preliminarmente risolvere e` dunque se possiamo applicare il concetto di violenza anche al mondo simbolico umano.

          In altri termini si puo` essere indiscutibilmente violenti verso un essere umano se lo si aggredisce fisicamente; ma si puo` essere violenti se si aggredisce il suo mondo simbolico, cioe` ad esempio le sue convinzioni religiose? Oppure la critica di una religione, dal punto di vista della propria, appartiene alle normali manifestazioni di aggressività` di ogni essere vivente che cerca di imporre la sua presenza nell’ambiente?

          Il grado maggiore o minore col quale definiamo la violenza che si compie nel mondo umano dei simboli e` strettamente legato al concetto di liberta` individuale che abbiamo: quanto piu` precocemente poniamo il paletto della definizione di violento su un tipo di comportamenti, tanto diminuisce il grado di liberta` di movimento in quel contesto.

          Come vedi continuo ad insistere sul concetto che non esiste una verita` assoluta in queste distinzioni, che dipendono da tempi, luoghi e culture.

          Da noi possiamo fare riferimento al Codice penale che considera reato, cioe` violenza perseguibile, diversi comportamenti verbali, dall’ingiuria alla minaccia, dalla calunnia all’apologia di reato, dalla diffamazione all’istigazione a delinquere.

          Questi sono anche i comportamenti violenti secondo la mentalita` diffusa in Italia all’inizio del XXI secolo.

          Pero` vi e` poi una evoluzione del costume nella interpretazione di questi reati, cioe` di manifestazioni di violenza attraverso la parola, di uso della parola per fare direttamente del male a qualcuno: nel nostro paese, caratterizzato da un alto grado di esplicita aggressività` sono oggi, ad esempio, accettati socialmente comportamenti verbali che un secolo fa avrebbero portato a una sfida a duello, cioe` ad una manifestazione di violenza estrema.

          Resterei a queste definizioni, da applicare ad un campo magmatico.

          Pero` ne tiro le ultime conseguenze pratiche.

          Tentare ostinatamente di convincere l’altro, anche tramite la ragione e la calma, si potrebbe profilare come violenza?

          Assolutamente no: in quale reato rientrerebbe?

          Puo` essere un comportamento sgradevole e spiacevolmente aggressivo, ma non sara` mai perseguibile dalla legge, almeno se non assume l’aspetto di vero e proprio stalkeraggio.

          E lo stesso dicasi del togliere la parola a qualcuno in una discussione, se chi lo fa ha il potere legittimo di farlo; diverso se avviene attraverso qualche forma di abuso o addirittura di costrizione fisica.

          Un insegnante che vieta a un suo alunno di parlare col compagno di banco durante la lezione non sta compiendo un atto di violenza, ma qualcuno che in un pubblico dibattito intima a qualcuno di tacere minacciandolo, e` certamente violento.

          Ma lo scenario cambia di nuovo se cambia il contesto: in una discussione che si svolge in un contesto privato tagliare la comunicazione con qualcuno che si giudica sgradevole e` pienamente legittimo e non configura violenza, ma semmai semplice aggressività`.

          Insomma, non confondiamo i giudizi di opportunita` o buon gusto con la valutazione della violenza che va applicata soltanto ai comportamenti verbali che la legge, interprete della sensibilità` comune prevalente, punisce penalmente.

          E` solo questa stretta delimitazione giuridica del concetto di violenza verbale che consente di tenere aperta la porta della liberta` di parola e di opinione: altrimenti, se diventa violento (e non, semmai, semplicemente aggressivo) tutto cio` che viene detto e da` fastidio a qualcun altro, magari perche` urta con le sue opinioni, allora la liberta` si ridurrebbe a zero, perche` parlando siamo sempre aggressivi e rischiamo di urtare qualcun altro.

          Il quale puo` sempre toglierci la parola se siamo in uno spazio che gli appartiene, ma non ha diritto a fare di piu`.

          Esempio concreto: se in una pubblica conferenza sostengo che Mohammed era praticamente un pedofilo, avendo avuto una moglie di nove anni, chi cerca di togliermi la parola viola la mia liberta` ed e` un violento: ma se lo sostengo in una moschea, che e` uno spazio privato, ha il diritto di buttarmi fuori (e niente di piu`, anche se sono sicuro che no n me la caverei a cosi` buon mercato… :)).

          Per il resto in una discussione ciascuno si comporta come meglio crede, ma fino a che non commette un reato potra` essere giudicato sgradevole e aggressivo (e dunque evitato), ma non potra` essere definito violento ne` dunque ridotto al silenzio, per quanto urtanti le sue opinioni possano essere per qualcun altro.

          Per fortuna infatti esiste la liberta` di parola, ma anche quella di ascolto o non ascolto, e ciascuno di noi puo` sempre decidere di non dare ascolto a cio` che non gradisce.

          E questa e` l’unica accettabile risposta alle parole che a noi sembrano troppo aggressive (fino a che non si profilano reati, ripeto): voltarci dall’altra parte e non ascoltarle ne` tantomeno replicare..

          Grandissima cosa la liberta` di silenzio

  4. …e qui vedo il mio pensiero….che da sempre vede la nostra religione come una religione triste…anche come simbologia…
    Il fatto stesso che ogni domenica il sacerdote salga nel pulpito a fare la predica… :)))
    ad esempio

    o il crocefisso…
    Sai che da piccola mia madre lo ha dovuto nascondere perchè quando lo guardavo piangevo?

    Mah….se avesse insegnato a ridere….sai che bene avrebbe fatto…

    • ecco un’osservazione che apre uno sguardo diverso sul nostro mondo.

      effettivamente il cristianesimo è una religione che ha divinizzato il pianto e il dolore e considera diabolica la felicità e la risata.

      temo anche io che si stia adorando il dio sbagliato.

      • il cristianesimo ha tenuto la sofferenza su questo mondo proiettando tutta la felicità nell’altro.
        per antonomasia la religione al contrario: massimizza la sofferenza così sarai felice nell’aldilà.

        evidentemente un mondo umano non poteva reggere simili concezioni.
        ed infatti l’occidente si è aggrappato per contraltare sull’edonismo, motore del consumismo capitalistico.
        che invece dice più o meno velatamente: tieni lontana da te ogni sofferenza, il più possibile, con ogni mezzo.

        ci credo che l’occidente è impazzito, evolvendo a cavallo di queste due sciocche ideologie: da una parte si ricerca solo il bene, dall’altra solo il male.

        non ci siamo ancora messi in testa che felicità e sofferenza vanno a braccetto, come abbiamo spesso recitato, e se neghi l’una ti trovi costretto a fare a meno anche dell’altra.
        se esalti l’una verrà esaltata anche l’altra.

        mi piace fantasticare ad un cristianesimo delle origini in cui il cristo parlasse della felicità possibile in questo mondo – e non nell’altro – felicità che si ottiene anche attraverso il sacrificio e il dolore.
        mi rendo conto siano fiabe per bambini ingenui.

        ingenui come l’uomo comune…

        • io credo che il cristianesimo delle origini fosse invece proprio la promessa della felicita` in terra; si veda la frase di Jeshu riportata da Papia, il primo storico del cristianesimo, vissuto nella prima meta` del secondo secolo, prima della stesura dei vangeli secondo Luca e Matteo, che preannuncia il regno dei cieli come regno dell’abbondanza in terra.

          a proposito, l’espressione Regno dei cieli non significa affatto, in orgine, che il regno di Dio non fosse su questa terra: semplicemente e` un perifrasi per dire Regno di Dio, dovuta al divieto ebraico di pronunciare il nome Dio.

          regno dei cieli, cioe` regno di Dio, ma su questa terra!

          Jeshu pensava di essere chiamato ad instaurare questo regno dell’abbondanza benedetta da Dio, non certo di rinviare nell’aldila` la speranza di una vita felice.

          questa deformazione del suo messaggio e` venuta dopo, anche come conseguneza della sua sconfitta.

          ma i primi cristiani credevano che fosse sempre vivo e aspettavano il suo ritorno per questo.

          in sostanza, diventando la religione del dolore e della rinuncia, il cristianesimo ha negato il messaggio del suo fondatore.

          • oh questo mi fa piacere, dall’altro commento recente in cui parlavi di Jeshu sembrava quasi fosse un mascalzone :p

            almeno se sostengo che il cristianesimo delle origini portava messaggi utili ed profondi non dico cazzate 😀

            • storicamente nessun dubbio e` possibile: Guseppe Flavio che attorno al 90 traccia un quadro storico della Plaestina della sua giovinezza e dei movimenti religiosi che la attraversavano vi distingue soltanto quattro tendenze: i farisei (a cui Jeshiu era sopreprendetemente vicino, a qua nto si capisce, per alcuni aspetti dottrinari, ma poi…), i sadducei, che erano i nemici frontali del suo movimento e lo condussero a morte (mentre e` un fariseo che cerca di salvarlo, forse narcotizzandolo e sottraendolo ancora semivivo dalla croce), gli esseni, ascetici e rigoristi, e gli zeloti, terroristi della lotta armata per nulla differenti, a parte la religione specifica, dagli islamisti attuali.

              di un cristianesimo distinto Giuseppe Flavio non ha ancora sentito parlare: e infatti venne a costituirsi pienamente soltanto verso il quarto decennio del secondo secolo, al tempo dell’ultima rivolta ebraica, a cui questa volta i seguaci di Jeshu non aderirono, staccandosi definitivamente dal mondo ebraico (mentre erano stati i protagonisti della prima rivolta ebraica).

              non rimane che attribuire Jeshu agli esseni, come fa Ratzinger, o agli zeloti, come fa la maggior parte degli studiosi indipendenti.

              il fatto e` che molti discepoli di jeshu hanno soprannomi tipicamente zeloti, anche se poi Jeshu e` vicino anche agli esseni e probabilmente celebra la sua ultima pasqa in una loro sede.

              ma non mancano diversi segnali appena mimetizzati di azioni violente (la mlegione di porci ricacciata dalle alture del Golan e fatta affogare nel mare di Galilea), o detti inequivoci (non sono venuto a portare la pace, ma la spada); lo stesso padrenostro, letto nel suo significato originario, e` una preghiera del guerrigliero, e ama il tuo prossimo significa semplicemente ama il tuo vicino sul campo di battaglia.

              Jeshu, re predestinato dinasticamente come discendente di Davide, doveva essere abbastanza ecumenico da essere vicino a tutte le tendenze del mondo ebraico e perfino agli odiati scismatici samaritani, eslcusi proprio i sadducei che erano la base del potere romano.

              e probabilmente si differenzio“ almeno in parte dalle loro attese, tanto e` vero che alla fine fu “tradito” dall’ala piu’ estremista, Giuda Iscariota, cioe` Giuda il Sicario.

              con questo non dico che il suo messaggio non fosse positivo.

              ma non si fa torto a Jeshu a pensarlo come una specie di suggestivo Che Guevara.

              in ogni caso l’immagine che ne da` il fratello gemello Giuda Tommaso nel suo vangelo poi messo al bando nel quarto secolo, e` quello piuttosto di un saggio, come risulta anche dal cosiddetto testimonium falvianum, un frammento dell’opera di Giuseppe Flavio certamente falso.

              ops, eccoti un riassunto molto eterodosso.

              il messaggio di Jeshu non era ascetico ne` rigorista dal punto di vista ebraico: Ratzinger ha torto.

              ma neppure quello di Che Guevaa lo era…

              (e va be`, mi aspetto il diluvio, adesso… :))

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