la parabola dei mezzi talenti.

se non dedichi almeno meta` del tuo talento a valorizzare il tuo talento, non puoi avere neppure l’ombra di una speranza che il tuo talento venga riconosciuto.

dev’essere una specie di legge naturale darwiniana della selezione dei talenti, per tagliare fuori fin da principio tutti i mezzi talenti dalla gara per il successo.

non basta avere talento in qualcosa per avere successo; ancora piu` importante e` quel talento specifico che fa cercare e ottenere il successo.

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44 risposte a “la parabola dei mezzi talenti.

  1. @ Krammer

    la questione sta diventando filosofica?

    il mondo e` necessariamente caotico? io dico di si`, anche pensando alla legge fisica dell’entropia.

    ma poi ti do ragione perche` il caos non impedisce l’emergere precario e provvisorio di strututre ordinate e capaci di senso.

    ed e` chiaro che bisogna provarci, senza perdere la consapevolezza che il mondo non e` razionale.

    quindi, a parer mio, i rischi ci sono e bisogna esserne consapevoli. ma questo non deve impedirci di agire….

    • condivido in tutto e per tutto.
      e ricerco tutt’altro che un optimum: piuttosto qualcosa di utile e migliorativo al presente, che possa portare una testimonianza ed un esempio per il futuro.
      non possiamo far altro, e la storia si basa su questo.

  2. @ Krammer

    premesso che nessuno rimpiange il mondo del copia e incolla con lo scotch :), trovo molto interessante quel che dici qui: per quanto riguarda il discorso specifico sulla validità delle fonti, andiamo sempre di più verso una forma di conoscenza diciamo statistica.

    io direi un’altra cosa ancora, pero`: che l’enorme numero attuale delle fonti di informazione rende quasi impossibile oggi valutare le informazioni che forniscono in base ad un giudizio sulla loro attendibilita`, salvo alcune fonti potenti e riconosciute (i grandi quotidiani online, direi.

    per il resto piuo` essere facile formarsi un’idea sull’orientamento culturale o politico, per esempio, di un blog, ma questo non ci dice nulla sulla sua attendibilita` (prendi come esempio il mio: come fa un lettore casuale arrivato qui a capire se sono attendibile oppure vaneggio?).

    le regole di selezione della notizia devono dunque fonmdarsi su elementi di analisi interna della notizia.

    ma questo esige una preparazione culturale complessiva abbastanza solida, che pochi hanno.

    faccio un esempio: se poco fa in rete trovo in un blog antirenziano di Livorno (opposizione Livorno Firenze) che Davide Serra si e` arricchito a Londra con speculazioni finanziarie legate a un decreto dell’amico, posso accorgermi, leggendo bene la notizia, che non ha grandi appigli di fatto.

    eppure questo non significa neppure che sia necessariamente falsa: devo classificarla come un sospetto, piu` o meno fondato, individuare che dev’essere la magistratura a indagare, perche`, se fosse vero, sarebbe un reato gravissimo per un capo di governo, e sospendere il giudizio fino a che non se ne sappia qualcosa di piu`.

    ma quanti sono in grado o hanno il tempo di fare questa analisi?

    la mera conferma statistica delle notizie e` quello che prevale, ma questo riduce la conoscenza al livello delle dicerie di strada, e questo potrebbe essere un risultato catastrofico, non contrastabile con mezzi efficaci, della rivoluzione di internet.

    se la notizia vera e` quella piu` ripetuta, come inevitabilmente avviene per il fruitore medio, allora il controllo sull’opinione pubblica diventa totale e irreversibile, salvo che per simboliche e isolate elite che non contano nulla.

    • mi stavo perdendo questo commento! mi sa che se la @ la stacchi dal nickname wordpress non capisce e non lo segnala all’interessato

      si, grossomodo è quello che dici. è anche sempre stato così, in un certo senso.

      la conoscenza è statistica, in generale. ai ‘piani alti’, scientifico accademici, è sempre stato così: ci sono gruppi di studiosi che appoggiano una teoria e altri gruppi che ne appoggiano altre più o meno differenti ed innovative: chi prevale?
      verrebbe da pensare in un primo momento che prevale chi ‘ha più ragione’. ma a certi livelli di complessità e a parità di rigore argomentativo, in realtà la ragionevolezza potrebbe non risultare prioritaria bensì entrano in ballo tanti altri fattori: la capacità comunicativa in primis e il sostegno della comunità in secondo luogo.
      alla fine della fiera anche le teorie scientifiche ‘indiscutibili’ in un determinato periodo storico si riducono alle teorie statisticamente più in voga nella comunità. la storia dei secoli passati insegna.

      dove sta la grandissima, enorme differenza di oggi nell’era della comunicazione rispetto ad un tempo?
      una volta il supporto ad una teoria era relativo e limitato a quella più piccola platea di addetti ai lavori o di appassionati benestanti che la seguiva: l’opinione e il giudizio delle masse era escluso perchè la massa non aveva parola (ad esclusione di grandi manifestazioni etc).
      le masse – quando la ricevevano – ricevevano dall’alto la conoscenza già confezionata nei media (dal colore preferito), in forma divulgativa terra terra: se volevano approfondire, dovevano darsi personalmente un bel da fare per recuperare le informazioni dai canali accademici ‘standard’ (università, biblioteche, poco altro)

      adesso non solo la conoscenza è aperta al giudizio _anche_ delle masse (non c’è più solo un pubblico di settore, ma un pubblico generalista molto più allargato che mette becco in tutto), per definizione genericamente ignoranti: ma così come hanno voce per criticare, le masse hanno voce anche per creare e diffondere le loro personali informazioni e credenze, volendo.
      in questo senso oggi navighiamo in un oceano smisurato di opinioni del più svariato tipo, e nel caos informativo vengono meno i meccanismi automatici di filtraggio e valutazione comunitaria dell’informazione stessa.

      in realtà anche oggi, così come un tempo, una persona qualsiasi potrebbe ricercare l’informazione ‘fondata’ presso i classici canali accademici, ma ciò tende a non avvenire per due motivi:
      1. costa tempo e fatica per cui, avendo oggi l’aternativa, risulta più facile ed immediato appoggiarsi a ‘fonti’ meno istituzionali: avere la pappa pronta è sempre preferibile al farsi la cena da sè, specie quando la pappa pronta è gratis ed ha il sapore che ci piace.
      2. è stata fatta molta dis-informazione rispetto ai cosiddetti ‘centri del sapere’ istituzionale, riconducendoli più o meno esplicitamente ai centri del potere che per definizione è sempre interessato (spettacolare manipolazione mediatica volta a mantenere la massa nell’ignoranza, per controllarla e veicolarla al meglio)

      entrambi i punti sono esacerbati a mio avviso da una pessima comunicazione mediatica, ovvero da una pessima divulgazione da parte dei canali istituzionale del sapere scientifico/critico all’interno dei canali di massa che poi di fatto diventano la fonte del sapere del popolo ignorante (in parte può essere anche fondata l’idea che alcune istituzioni del sapere siano effettivamente intrecciate e controllate da centri del potere che non hanno interesse a diffondere tali conoscenze o a metterle in discussione: in primis, nell’ambito scientifico, mi viene da pensare ad alcune discipline come la storia delle civiltà antiche, come l’egittologia ad esempio, che sembrano effettivamente del tutto impermeabili a nuove scoperte ed evidenze scientifiche che sovvertirebbero alcuni ‘dati di fatto’ presi aprioristicamente per veri, scatenando di fatto orde di controinformazione che inneggiano al complotto e all’insabbiamento)

      come dicevo sopra, mentre una volta l’opinione popolare era irrilevante su molte di queste questioni, perchè il popolo non aveva mezzi per far convergere le loro opinioni ai grandi mezzi di informazione, oggi al contrario il popolo ignorante parla più che mai ed influenza dunque sè stesso, nei social media ad esempio.

      come a dire: anche una volta ci si informava e si pensava male ma questo pensiero restava relegato nell’oblio della non comunicazione: solo oggi il processo ha acquisito feedback nei canali informativi di massa, e li altera incrementandone la disinformazione.

      come risovere? non smetterò mai di dirlo: chi sa ( o pensa di sapere) DEVE parlare, deve esprimersi più che può.
      ma lo deve fare con metodo, scientificamente e mediaticamente efficace. e questo regolamente non succede.
      un metodo efficace si raggiunge seguendo almeno queste 4 regole:
      – ogni informazione deve essere preceduta da una sintesi breve, con una comunicazione piacevole e accattivante, multimediale con il coinvolgimento del lettore, anche emotivo
      – ogni informazione, oltre questa sintesi, deve essere sviluppata con argomentazioni complete e ricche di riferimenti e rimandi esterni che ne diano il maggior credito: ma la complessità deve essere schematizzata e chiara
      – ogni informazione deve restare aperta al confronto, anche scontato verso una controinformazione palesemente di bassa lega: mai, e dico MAI ridicolizzare pensieri anche sciocchi. bisogna invece trattarli come se fossero seri e smontarli nel modo migliore, con chiarezza e totale trasparenza. UNA sola volta per tutte, senza ripetizioni e dispersioni. ciò di fatto non succede praticamente mai nei grandi organi d’informazione, e tali confronti si riducono alle costellazioni di spazi come il tuo, dove raramente i blogger risultano razionali e completi come te, e dove in ogni caso ad una stessa domanda vengono date 10 risposte simili ma diverse, tutte parziali.
      – ogni informazione non è mai completa e finita, ma deve essere elastica e saper accogliere e reinterpretetare sempre nuove informazioni e nuove conoscenze (vedi in questo caso la potenza dinamica di wikipedia rispetto alle enciclopedie edite da poche persone e cristallizzate nelle versioni di stampa)

      quali sono le fonti buone e quali le fonti cattive? al giorno d’oggi, con il caos attuale è difficile dare un risposta.
      però posso certamente dire che più fonti consideriamo nell’argomentazione più possiamo risultare convincenti (modello statistico del sapere).
      Tendenzialmente bisognerebbe dare la priorità alle fonti istituzionali quando disponibili (vedi problema esposto prima) ma al tempo stesso è fondamentale prendere il considerazione anche le fonti di bassa lega nel caso ci si dovesse accorgere essere molto popolari e condivise. questa disinformazione non deve essere oscurata ma bensì messa in discussione e motivatamente rigettata in tutti i punti dove fa evidentemente acqua. poi resterà sempre all’individuo finale farsi la propria idea, le idee buone non possono essere imposte, possiamo solo diffonderle nel modo migliore, che è poi quello che sto descrivendo 😛

      può fare il singolo di buona volontà tutto ciò?
      ma certamente NO. il singolo al giorno d’oggi non basta più (e probabilmente non è mai bastato).
      le persone critiche, le persone di buona volontà e che vogliono perseguire la conoscenza devono associarsi e cooperare in tal senso.
      bisogna cominciare a costruire un riferimento per la conoscenza popolare, un riferimento che non sia il quotidiano più o meno di parte o peggio ancora social come facebook.
      un riferimento molto più simile invece al modello di wikipedia.
      che nella maggior parte dei casi si rivela già oggi una fonte forse non eccelsa ma certamente sufficiente allo scopo, il che fa molto ben sperare.

      ne avrei molto altro da dire, ma visto il tempo limitato chiudo ricollegandomi centralmente al problema che poni sulle fonti.
      quale buona fonte e quale no?
      oltre a quanto già detto, ovvero al carattere intrinsecamente statistico di ogni conoscenza anche scientifica, resta un altro baluardo nell’opera di diffusione del sapere: il credito della fonte.

      anche il credito, su cui tu poni l’accento, è in realtà più supposto che altro.
      il credito non deriva solo dalla ragionevolezza e dall’obiettività: deriva innanzitutto dalla capacità cominicativa, sempre essenziale.
      deriva poi dalla quantità delle informazioni che tale fonte fornisce (e si ritorna al concetto statistico del sapere): un sito che scrive 20mila articoli su un tema specifico tenderà ad acquisire a priori più credito di un sito che ne scrive 20.
      questo si ricolleva alla settorialità della fonte: un sito generalista più difficilmente sarà preciso quando uno specializzato. eppure, psicologicamente, il conosciutissimo sito generalista tenderà a trasmettere maggior credito verso il pubblico (ilsole24ore ad esempio parla in generale di economia, mercati e finanza, ma ci sono altri canali semisconosciuti specializzati a dare informazioni ancor più di dettaglio e precise, magari anche blog degli addetti ai lavori: chi vince?)

      il credito deriva poi certo dai riconoscimenti ufficiali, ma questo lascia il tempo che trova in fin dei conti.
      se devi convincerti di un fatto, un semplice fatto informativo su qualcosa che è accaduto o meno, ci crederesti di più se te lo dice 1 luminare, o se te lo dicono 10000 persone comuni?
      non c ‘è una risposta ovviamente, dipende dal caso, ma voglio far presente quanto il ‘titolo’ di chi emette l’informazione non sia in realtà così importante.
      tanto per cambiare, l’unico modo che abbiamo per verificare un titolo di questo tipo è poi andare a controllare che sia un titolo istituzionale (ammesso di fidarsi nelle istituzioni) e che non sia fasullo, e poi maagari andare a vedere quanti contributi ha dato tale autore nel settore specifico, i suoi risultati lavorativi, oltre che verificarne il credito all’interno della comunità presso cui lavora.
      si ragiona sulla persona insomma.

      io sono dell’idea che l’informazione vada valutata sulla base degli argomenti e non delle persone (o gruppi di persone) che le espongono: questo paradigma ti tira via ogni possibile complicazione di interessi celati.
      la scienza ripeto si basa su questo: se poi la pubblicazione scientifica insertita sul sito di Nature (faccio l’ennesimo esempio) viene presa come fonte attendibile, è perchè diamo per scontato che la comunità che popola tale sito abbia operato tutte le controverifiche e approfondimenti del caso verso gli autori (e non è sempre così).

      si tratta sempre, alla fine, di fidarsi o meno. nel campo comunicativo l’uomo comune si fida più per simpatia che per ragionevolezza e pantagrueliche argomentazioni.
      i centri istituzionali del sapere specialmente italici – assieme a tutte le figure specialistiche che ci orbitano attorno – oltre che divulgare alla massa ciò che sanno devono anche sapersi rendere simpatici e fruibili se vogliono essere ascoltati, oltre che trasparenti. cosa che normalmente NON è.
      così alla fine la massa finisce per disinformarsi seguendo il preferito leader popolare che racconta la storia e la conoscenza in base al proprio tornaconto (ed in base anche al proprio sapere, perchè poi anche il leader è una persona comune nella maggior parte dei casi e incappa negli stessi tranelli disinformativi della massa), piuttosto che seguire i consigli del professore universitario o del ricercatore.
      il pubblico vuole sentirsi considerato, valorizzato, messo a suo agio e direi addirittura coccolato, se vogliamo essere mediaticamente efficaci.
      uno sconosciuto potrà essere anche un genio, ma resta uno sconosciuto.

      dovremmo perciò:
      – divulgare l’informazione e concentrarla su uno spazio comune di riferimento, che massimizzi credito e visibilità alla piattaforma
      – attirare verso questi spazi in primo luogo le persone più esperte, obiettive e ragionevoli che vogliono contribuire allo sviluppo di informazione critica
      – presentare l’informazione su diversi livelli correlati di consapevolezza e approfondimento, in modo cioè sia piacevole, veloce e pratico sia completo, trasparente e col maggior numero di rimandi a fonti ed esempi pratici possibili

      “ma quanti sono in grado o hanno il tempo di fare questa analisi?”
      certamente pochi, ma soprattutto nessuno può dire chi ne è capace e chi no.
      tutti pertanto dovrebbero avere la possibilità di partecipare allo sviluppo informativo, anche perchè tutti potenzialmente possono avere informazioni rilevanti o intuizioni intelligenti, indipendentemente dal loro lignaggio culturale.
      saranno poi i singoli interventi – se compatibili con le regole del sistema – ad essere valutati dalla comunità.
      e si torna al problema che debba trattarsi di una buona comunità.
      è vero, ma faccio anche presente che la comunità può essere gerarchicamente strutturata e determinati spazi potrebbero essere concessi solo a chi ha acquisito per svariati motivi un maggior credito riconosciuto all’interno della comunità stessa, lasciando altri spazi – più caotici e meno affidabili – a disposizione degli interventi tutti.
      un vera e propria intermediazione della conoscenza su più step, con una raccolta e filtraggio iniziali aperti alla massa che saranno più grossolani, e un confezionamento successivo della miglior informazione, suddivisi per argomenti, a cura delle persone più competenti e capaci riconosciute dalla maggioranza.
      l’importante è mantenere il tutto all’interno di un unica struttura, e di un unica comunità.

      wow quanto ho scritto 😦
      tutte queste cose le devo schematizzare…

      • direi che sono d’accordo praticamente su tutto, ma con una connotazione piu` pessimistica: alla fine, se internet ha democratizzato il sapere, questo significa che e diventata il regno dell’ignoranza e delle bufale, visto che ignoranti e mitomani dominano ampiamente nella specie umana.

        non sono sicuro che questo fenoimeno sia correggibile solamente per linee interne, anzi credo che non lo abbiamo ancora analizzato bene ne` capito.

        sottolineo soltanto due lievi e marginali dissensi: in una discussione e` sempre bene partire presupponendo il meglio possibile del tuo interlocutore e riflettendo questo atteggiamento positivo; pero` ci sono casi nei quali questa fiducia accordata viene inequivocabilmente smentita, e in questo caso non e` opportuno fingere che un idiota sia una persona intelligente.

        anche perche` il primo sintomo dell’idiota e` che non sa di esserlo e ritiene anzi di essere capace: confermarlo nella sua illusione e` una cattiva azione: svelare all’idiota che e` un idiota non serve a nulla, perche` al massimo pensera` che ce l’hai con lui; comunque e` etico.

        punto 2: fidarsi dell’autoselezione espone ai rischi appena descritti; comunque non resta che provare.

        aggiungerei che occorre prendere atto che esistono nel mondo centri attivi di disinformazione: la guerra passa anche o forse soprattutto attraverso l’informazione e confondere il nemico e` il presupposto per batterlo.

        la CIA ha rivelato recentemente che tutta la campagna pluridecennale sugli UFO e` una sua invenzione per nascondere meglio alcuni esperimenti militari.

        ma ninete ci garantisce che una serie di articoli seriosi sugli UFO non risultino i piu` graditi su una piattaforma rispetto al post che riferisce questa informazione…

        • “credo che non lo abbiamo ancora analizzato bene ne` capito.”

          non lo si può prevedere, anche perchè non ci sarà in alcun caso un optimum: bisogna andare a tentativi come tu stesso dici, fare quello che ancora non è stato fatto, vedere dove porta, correggere la rotta e ri-vedere dove porta etc etc
          imparare per tentativi assieme in rete costa veramente poco, basta crederci, partecipare e promuoverci
          l’alternativa a questo è senza dubbio un’ipotesi peggiorativa, perciò conviene provarci.

          in qualsiasi discussione collettiva è sempre bene definirsi una serie di scopi chiari fin dall’inizio, e procedere in tal senso. mi concentrerei sempre sull’intervento e mai sulla persona che interviene: è un paradigma che dovremmo tener sempre presente.
          se l’intervento è pertinente e non viola le regole ci può stare. poi se sia ragionevole o meno lo decidono chi legge.
          ci sta rispondere con un dissenso, ma la questione deve finire là se non dà altri contributi al topic.
          ripetersi più volte con lo stesso concetto può essere sanzionabile: l’intervento dovrebbe essere per lo più concentrato nel minor numero di messaggi possibili all’interno della singola discussione.

          in quel modo si vede dove porta, se il risultato non è buono si corregge il tiro e si modificano le regole, generali o specifiche, con l’aiuto di tutta la comunità.
          la piattaforma deve essere una creatura viva che risponda prontamente ai feedback: deve essere in grado di migliorarsi intelligentemente, con orientamento agli obiettivi. c’è bisogno di coinvolgimento.

          bello l’esempio che fai degli UFO, è perfetto, si presta a meraviglia al mio discorso.

          parlando di UFO, poniamoci la domanda: a che scopo?
          per denunciare un complotto interstellare? avrà il suo spazio. ma al dilà del bla bla bla che alza la discussione che importa nella vita pratica? non è un argomento che porta a utilità concrete.
          starà in un canale diciamo di intrattenimento. va bene che resti sulla piattaforma, perchè le fa pubblicità per chi ricerca quei contenuti. che sono persone normali, che si possono in questo modo avvicinare contestualmente all’uso di una piattaforma che vorrebbe invece promuovere un altra tipologia di informazione più concreta e terra terra.
          poi chi si vuole andare a vedere sull’ipotetica sezione fantascenza e mitologia, e andrà su quella sezione a fantasticare. la fantasia e la curiosità umana non deve essere bloccata ma incentivata nei canali migliori: sarebbe già sufficiente promuovere consapevolezza su ciò che è importante per tutti e ciò che è alla fin fine poco rilevante, come un’ipotetica discussione sugli UFO. la società d’oggi ha problemi di priorità e farebbe bene ad organizzarsi a tal riguardo, il futuro non è proprio dei più rosei e promuovere cultura comunitaria ed integrazione a partire dal basso può fare da ago della bilancia.

          lasciamo gli UFO a chi vuole svagarsi, e prendiamoci i nostri spazi per discutere di cose più contingenti.

          🙂

          • D’ACCORDISSIMO SUL METODO PER PROVA ED ERRORE uff ancora le maiuscole…

            e ancor di piu` sull’idea di una piattaforma organismo vivente che si auto-regola…

            pero` anche una analisi preliminare per evitare di insistere troppo in imprese impossibili e capire se si sta sbattendo la testa contro il muro e` necessaria.

            magari contestualmente, non dico di no, in modo che il procedimento per prova ed errore sia inquadrato in una riflessione piu` ampia.

            e comunque il problema principale e` questo: se per fare cultura occorrono qualita` superiori alla media, la democratizzazione della cultura realizzata da internet corrisponde alla sua distruzione?

            • secondo me non c’è alcun rischio di sbattere la testa su un muro. il rischio peggiore è semplicemente la non partecipazione, e diventa una questione di tempo e di promozione.
              in secondo luogo il rischio è di non creare preliminarmente una buona informazione e di far crescere una comunità che non collabora: in tal caso si dovrà correggere qualcosa in itineri.
              però ogni buon intervento, fosse anche uno su 100, resta un buon intervento da risaltare ed incentivare.
              non c’è pericolo di dover fare retromarcia se non si parte bene.

              la domanda finale è sempre mal posta a mio avviso.
              per fare cultura serve gente e partecipazione innanzitutto, solo i geni possono fare cultura da soli. dopodichè si, per incentivare buona cultura indubbiamente la partecipazioni di persone valide conta, ma conterebbe in ogni caso anche senza la rete.
              la rete aumenta la comunicazione potenziale tra persone, è un ‘in più’ che a livello organizzativo di costruzione dell’informazione può essere strutturato e valorizzato, piuttosto che lasciare che si risolva nel caos come nei social.

      • credo che la mancata comunicazione via mail dipenda dal fatto che ho provato ad inserire nel mio nome anche il mio avatar nell’altro blog, la cosa ha creato problemi anche a me.

        altre volte il mouse scivola digitando nella casella del mio indirizzo internet modificandolo e rendendolo irriconoscibile per la piattaforma.

        credo che questi problemi si superano se, postando un commento, spunti la casella per essere informato di tutti gli altri commenti su quel post.

        • no non intendevo via mail (non guardo spesso la mail in realtà)
          da quando mi sono iscritto a wordpress per velocità guardo le notifiche sul menu in alto, e ti appaiono solo a risposta diretta o – mi pare ma potrei sbagliare – con la combinazione @[nomeutente].

          in genere non faccio sottoscrizioni via mail, a meno di argomenti molto interessanti in cui però preferisco salvarmi la pagina direttamente sui preferiti

          conto sulle notifiche di risposta del sistema wordpress, però così ogni tanto mi perdo qualcosa 😛
          forse come dici dipende dal fatto che non eri correttamente loggato col tuo login classico

          • su questa piattaforma puoi iscrivertri selettivamente ai commenti di un unico post (i commenti di tutti i commentatori).

            basta spuntare sotto il commento, prima di inviarlo, la casellina
            Notificami nuovi commenti via e-mail

            io la trovo molto utile e ne faccio uso quando commento fuori casa e voglio essere sicuro di non perdermi risposte o altri commenti.

            io pero` entro di regola in wordpress come autore e non come cliente, e quindi forse mi perdo qualcosa… 😉

    • è un’enorme opportunità.

      in passato una mente brillante non conosciuta difficilmente poteva aver avuto un bacino di ascoltatori superiore alle poche centinaia di persone.
      adesso potenziamente milioni di persone possono leggere i nostri pensieri.
      e tra questi potenziali milioni di persone, vuoi che non ce ne sia qualcun’altro di altrettanto brillante che possa integrare e migliorare l’opera del singolo?

      il problema sta nel canalizzare l’informazione critica verso spazi di riferimento conosciuti, e filtrare ordinando gli interventi secondo metodi e regole condivise.

      ad oggi in ogni momento in internet svariate persone dicono la stessa cosa in posti diversi e in modo diverso, e tutta questa informazione si disperde nel caos di una rete disordinata.

      • A dire il vero, intendevo networking come capacità di far rete, interpersonale.
        Però quel che dici è verissimo.
        Sono ancora impressionato dai dati di un’associazione fondata da un amico: in meno di un paio di mesi, hanno già centinaia di contatti…
        Vero, e prezioso, anche il fatto che la rete offre la possibilità di lavorare in modo condiviso (creative commons e simili).
        Certo, indirizzare il lavoro non è affatto semplice. Anzi, forse la rete stessa non agevola la cosa, aumentando la mole di dati disponibili.

        • “A dire il vero, intendevo networking come capacità di far rete, interpersonale.”
          internet è proprio questo: un’estensione della comunicazione umana, un veicolo per massimizzare il networking sociale con una partecipazione potenziale di innumerevoli persone (limitatamente a quelle che sanno usare il mezzo informatico e che pagano per la connessione ad un servizio che dovrebbe essere invero garantito ed incentivato dal welfare istituzionale)

          “Certo, indirizzare il lavoro non è affatto semplice. Anzi, forse la rete stessa non agevola la cosa, aumentando la mole di dati disponibili.”
          come in tutte le attività lavorative serve organizzazione, scopi, ruoli e regole condivise dai partecipanti.
          internet di per sè è solo un mezzo comunicativo, come la parola.
          sta all’uomo sfruttare questo mezzo al meglio, usando strumenti informatici adeguati e comportamenti compatibili.

          se ad oggi ancora non abbiamo saputo sfruttare appieno queste caratteristiche di internet è perchè gli ‘editori’ – hosting fisici delle informazioni virtuali, ossia gli spazi specifici dentro cui comunichiamo in rete – non hanno ritenuto opportuno (ovvero finanziariamente conveniente) diffondere strumenti ma soprattutto conoscenza informatica agli utenti, in tale direzione.

          propongo questa parafrasi.
          c’è un enorme condominio e potremmo organizzarlo collettivamente per coordinarci.
          dal momento che nessun editore vuole mettere il proprio appartamento a disposizione delle necessarie riunioni di condominio, e questo perchè il ritorno economico non è paragonabile all’utilizzo degli stessi appartamenti per altri scopi, ALLORA non facciamo alcuna riunione di condiminio.

          alla maggior parte degli editori in internet conviene, per proprio tornaconto, lasciare i condomini nel caos 😉
          ma tutto questo caos, volendo, sarebbe evitabile.

          wikipedia è un meraviglioso esempio-isola di come la collettività possa costruire informazione condivisa, all’interno di un appartamento messo a disposizione di tutti.

          ma è ancora troppo poco, possiamo ottenere molto di più da internet, concretamente.

          • Immagino tu abbia ragione, ma non ho le competenze per giudicarlo.

            Immagino anche che il modello wikipedia possa essere applicato con profitto altrove.
            Tuttavia, ho un dubbio (magari erroneo) sul fatto che possa essere esteso alla rete nella sua interezza: la rete (ogni rete, direi), è per definizione non-gerarchica.

            • ottimo spunto, che vengo a spiegare.
              Internet, la rete globale, è un canale comunicativo di interconnessione tra host, è come l’aria che veicola la voce.
              in questo senso è non gerarchica.
              discorso diverso sono le varie piattaforme fisiche di aggregazione dell’informazione presenti all’interno di Internet: i server dei vari domini, ovvero i siti virtuali con cui andiamo ad interagire.

              un sito non è internet, ma in un sito può confluire – volendo e potendo – quasiasi informazione presente in rete.
              tramite utenti che la riportino, chiaramente.

              Internet è non-gerarchica, ma i siti sono gerarchici eccome.
              ogni sito ha un’admin, amministratore del sito (che in genere è anche il proprietario della piattaforma virtuale, e si appoggia a fornitori di hosting per connettersi alla rete e per affittare server fisici, i veri e propri contenitori informativi),
              poi c’è uno staff più o meno allargato, gente che inserisce le informazioni e le edita, con moderatori e tutor, quindi gli utenti generici registrati (che possono avere tipologie di registrazione e diritti diversi all’interno del sito) con facoltà limitate di intervento e infine i visitatori anonimi non registrati (o registrati ma non autenticati) che possono solo consultare.

              ogni sito parte sempre da un diagramma di questo tipo, ogni utente in internet comunicherà all’interno di un tale sistema.
              anche wikipedia gira in questo modo 🙂
              probabilmente la proprietà del dominio è una fondazione/associazione o qualcosa di simile.
              c’è una amministrazione che supervisiona e che mette a disposizione, manutenziona e rinnova i mezzi informatici, ma poi il resto lo fa la comunità di utenti che si registrano, grazie a regole condivise e quelli stessi strumenti messi a disposizione dagli admin.
              e gli utenti registrati sono una minuscola parte rispetto ai visitatori che usufruiscono dell’informazione creata e ospitata nella piattaforma.

              wikipedia è una ricetta organizzativa che funziona ottimamente per un determinato contesto informativo. altri contesti di scopo potrebbero necessitare di ricette diverse.

      • riprendo un piccolo spunto appena accennato da red nella sua risposta.

        la rete facilita, indubbiamente, ma nello stesso tempo mantiene le difficolta` di comunicazione e di riconoscimento, rinnovandone soltanto la tipologia: un tempo si faceva fatica a comunicare per mancanza di contatti, oggi per eccesso.

        per questo penso che un uso intelligente della rete passa prima di tutto da tecniche da definire ed apprendere per la selezione delle fonti.

        solo cancellando l’informazione inutile possiamo accedere a quella utile, che ha tuttavia una massa tale da restare pur sempre difficilmente gestibile.

        ogni progetto di coordinamento dovrebbe partire, secondo me, da una classificazione delle fonti di informazione a seconda degli interessi di ciascuno, e fornire dei sussidi in questa direzione.

        • “un tempo si faceva fatica a comunicare per mancanza di contatti, oggi per eccesso.”

          quello che suggerisci in realtà è la composizione di un triplice problema.
          1 l’autenticazione dell’utente: solo parzialmente si rispecchia nell’identità fisica personale dell’utente (che potrebbe anche voler restare anonimo)
          2 l’emersione delle informazioni rilevanti e buone rispetto alle informazioni non rilevanti o non utili
          3 l’indicizzazione delle informazioni per poter essere cercate e ritrovate

          il primo problema si risolve con l’autenticazione tecnica alla piattaforma, che per certificare un’identità personale potrebbe venire anche differenziata e condizionata dall’esibizione di documentazione, in fase di registrazione.
          questo di per sè tende a far allontanare gli utenti, per due motivi: non vogliono dare le loro informazioni a chi non conoscono (e in linea teorica fanno bene, dipende dalla serietà della piattaforma) ma soprattutto in tanti casi vogliono restare anonimi, o comunque non del tutto identificabili.
          ma questo non è un problema vero: restando all’interno di un contesto di scopo, anche se un utente ha un nickname di fantasia e non si fa identificare, la sua identità virtuale all’interno di quella piattaforma potrebbe diventare col tempo – attraverso i suoi interventi – sempre più riconosciuta e ritenuta valida come buona fonte.
          come? ad esempio con i giudizi della comunità in merito agli stessi interventi, sviluppando un meccanismo di karma (usando il gergo tecnico dei forum). nonnapeppa53 sul sito di cucina potrebbe diventare, con i suoi illuminanti 734 interventi utili, una vera luminare di quella piattaforma, indipendentemente da chi poi sia realmente quella persona.
          importanza quindi all’intervento, e non alla persona di per sè.

          il secondo problema non si può che risolvere ancora attraverso i meccanismi di voto sugli interventi presenti.
          naturalmente la piattaforma deve fornire gli strumenti per dare rilevanza agli utenti migliori e per toglierne a quelli ritenuti peggiori dalla comunità.
          si possono preparare algoritmi intelligenti di rilevanza, che facciano conto anche del numero dei voti totali: non solo una media, ma medie ponderate rispetto al numero.
          è vero, non c’è certezza che l’argomento fantastico passi in rilevanza e quello cretino venga messo in fondo alla lista. ma per la legge dei grandi numeri, se la comunità che legge e che vota è numerosa ed eterogenea, si andrà verso quella direzione.
          anche l’autore stesso dell’intervento dovrebbe essere istruito su come massimizzare il suo intervento (ad esempio, nel caso di testi molto lunghi, porre un sunto iniziale di piacevole lettura diventa essenziale)

          il terzo proplema si risolve sia parzialmente a livello tecnico, attraverso la separazione delle informazioni della piattaforma su argomenti e contesti definiti e attraverso meccanismi di ricerca avanzata, geolocalizzazione, tag, sia parzialmente- a livello educativo dell’utente che interviene – nella scelta delle adeguate parole chiave da inserire in ogni intervento affichè questo possa essere più facilmente ritrovato dalle altre persone interessate a quelle tag

          borto già lo sa, ma sto finendo di preparare una piattaforma simile proprio per questi scopi, presto sarà online e inviterò tutti gli interessati a venirmi a trovare 🙂

          • forse hai dato troppo spessore alla mia frase.

            intendevo soltanto riferirmi ai due fattori totalmente cambiati da internet nel mondo dell’informazione e della comunicazione.

            quando ho fatto la mia tesi di laurea c’erano soltanto 7 studiosi al mondo che si erano occupati del mio stesso papiro e uno era svedese: per finire la tesi ho dovuto aspettare qualche mese che mi arrivasse il libro dalla biblioteca di Stoccolma e poi tradurmelo dall’inglese (che non ho studiato): oggi lo avrei con un clic e un traduttore automatico mi restiturebbe almeno un senso approssimativo del testo.

            pubblicare su cartaceo significava che certi testi rari esistevano in Italia solo nella Biblioteca Nazionale di Firenze e bisofnava abdare a leggerseli li` di persona.

            credo che per chi e` cresciuto nel mondo digitale questo vecchio mondo sia oggi addirittura assolutamente inimmaginabile, cosi` come lo e`, credo, la redazione di una tesi in cui si faceva davvero il taglie e incolla, ma con le forbici e lo scotch, prima di passare il testo rabberciato nella redazione finale in copisteria per una stesura immodificabile.

            e` chiaro che tutto il rapporto col pensiero era modificato, quando per comunicare a distanza per iscritto dovevi usare lettere o telegramma.

            quantita` e velocita` sono le due variabili impazzite che oggi hanno sopraffatto la mente per un eccesso di notizie che deve necessariamente essere selezionato.

            introducendo la rete nella attivita` scolastica il primo insegnamento da dare agli studenti era quello di come valutare le fonti di quel che si legge in internet e come escludere il falso e fuorviante che e` dappertutto, perche` non c’e` piu` nessuna forma di controllo sociale della comunicazione.

            comunque va tutto bene e fai benissimo a pubblicizzare la tua piattaforma qui,

            spero che presto potrai farlo anche con un post o altro… 🙂

            • sono partito forse un po’ per la tangente ehehe
              grazie 😉
              per il resto ti seguo, diciamo che fino all’università sono cresciuto in un mondo abbastanza simile al tuo e ti capisco.
              per i nativi digitali alcune esperienze resteranno inconcepibili, ma è la storia: tocca rinnovarsi e cogliere le opportunità dai cambiamenti.

              per quanto riguarda il discorso specifico sulla validità delle fonti, andiamo sempre di più verso una forma di conoscenza diciamo statistica piuttosto che puntuale: le fonti sono più liquide rispetto alla conoscenza di un tempo cristallizzata su un tomi.
              certo rimarranno figure di riferimento su cui appoggiarsi, anzi si moltiplicheranno perchè il sapere sempre più specializzato e interdisciplinare cresce e impone ulteriori riferimenti esterni, ulteriore sintesi e intermediazione divulgativa.
              riferimenti comuni del sapere popolare come wikipedia saranno sempre più accreditati (in alcuni casi già oggi è così) ma in generale oggi l’intermediazione popolare non sta al passo con l’approfondimento specialistico: mancano appunto punti di congiuzione che possano dare alla persona comune una sintesi adeguata immediata ed una porta verso l’approfondimento su fonti più specifiche.
              c’è una frattura tra il sapere degli addetti ai lavori rispetto al sapere di chi, pur interessato, non è ferrato sul tema e vuole informarsi: internet è un mezzo per poterla sanare (considera che è anche il motivo per cui la ricerca specialistica viaggia sempre più in fretta)

              se una volta si poteva fare a meno dell’intermediazione, ora non è più possibile stare al passo, con l’informazione che si disgrega e deforma multiforme: dobbiamo perciò creare livelli di sapere comune di ‘livello intermedio’ facimente accessibile all’interno di spazi di riferimento da coltivare con cura.
              dovrebbero farlo i governi, ma visto che questi sono cazzoni allora ci tento io 😛

    • vorrei rispondere a questa domanda, ma non credo di averla capita.

      il post si occupa del successo in generale, e non del successo particolare in rete.

      e tuttavia mia pare che anche questo segua le stesse regole e abbia bisogno di cure specifiche, che del resto noi blogger abbiamo imparato empiricamente e a spanne, ma possono diventare una specializzazione e perfino una offerta commerciale

  3. patrizia veramente e` una scrittirice.

    ci conosciamo via blog da 9 anni.

    e` brava, credimi, anche nella scrittura: ha un suo blog su blogs.it.

    cercalo con googgle, ti stupira`.

  4. Secondo il Vangelo non bisogna nasconderli, i talenti. Ma talvolta si scambiano i talenti per il successo commerciale, che è un’altra cosa. Ci sono persone di talento sconosciute che però lo stanno utilizzando bene. E persone famose che non hanno nessun talento. Con questo non volevo contraddirti. Ci dobbiamo dar da fare, in ogni caso 🙂

    • ecco, mi pare utile fissare alcuni punti che deduco dalle tue osservazioni:

      1. i talenti esistono al plurale, sono diversi. tempo fa un blogger molto bravo e che stimavo mi disse che non ho talentoi: ci rimasi male, naturalmente, poi ci pensai su e conclusi che davvero, riuspetto a lui, io non avevo talento: poi ci pensai su ancora e mi parve di poter dire che il mio talento era diverso dal suo: solo che il mio mi permetteva di riconoscere il valore del suo, ma non viceversa (ammesso che io ne avessi almeno un poco).

      2. il talento non si identifica col successo, ok: ma il successo non e` solo quello commerciale; prima che ci sia il successo commerciale occorre che ci sia almeno un successo di opinione, che consiste nel fatto che se scrivi qualcuno ti legge, se reciti qualcuno ti ascolta, se fai foto qualcuno ha piacere di guardarle.
      io qui sopra parlo del successo in generale, non in particolare del successo commerciale.

      3. se il successo commerciale e` soltanto una sottospecie del successo generico, non e` sbagliata una divisione del lavoro: chi non ha talento per cercarselo da solo puo` certamente affidare lo scopo a qualcuno che faccia questo lavoro per lui.
      ma con questo stiamo finendo mun poco fuori tema.

      4. ma se il talento non e` il successo, e tantomeno il successo commerciale, allora come si fa a riconoscerlo?
      dato che ciascuno di noi e` covinto di averne, o poco o tanto, e dobbiamo capire se il talento DEVE essere riconosciuto socialmente, oppure se ha qualche regola di riconoscibilita` puramente interna.

      con questo ho allargato molto il discorso, ma non mi aspetto necessariamente una risposta: sono domande che possono anche restare aperte. 😉

  5. Collegare l’idea di avere un talento immediatamente al successo pubblico che può riscuotere appunto la persona di talento mi sembra improduttivo; questa ossessione denuncia quasi sempre la mancanza di un profondo talento in chi la persegue.
    Solo John Lennon e pochi altri potevano dire ai propri parenti: “diventerò famoso, zia, non buttare i miei disegni” già da quando aveva 13 anni.
    curare un talento è dare al mezzo “creativo” che si preferisce o per cui si è portati la forma e la potenza migliore. Non si pensa al successo. Se viene, bene, altrimenti è lo stesso. La colpa non sviluppare i propri talenti.
    Ricordo un tailleur cucito perfettamente da zia Anna per le sue figlie: la perfezione dei punti, la bellezza del vestito. Pochi hanno riconosciuto il suo talento, ma la grandezza di mia zia è che ha onorato perfettamente la sua qualità profonda creativa e artigianale. Mia zia è una donna realizzata.
    E’ indice di disagio invece lasciare perdere le proprie qualità e stordirsi in mille occupazioni, da stupide e sciatte a vere e proprie dipendenze, per scappare tutta la vita dal proprio talento.
    La paura di essere felici.
    Avere successo è una minima parte della storia, e anzi, spesso storna l’artista, o il cuoco, o il sarto dal suo percorso perché lo confonde, lo deprime, lo mette sotto stress, crea ansia da prestazione.
    L’unica vera opportunità che darebbe “Il successo” è conoscere più facilmente altre persone che coltivano lo stesso talento, per potere scambiare qualcosa con loro. questo è un bel lato del successo. Oppure, portare gioia con le proprie opere a qualcuno. ma sono corollari questi; non le motivazioni che portano a creare qualcosa che corrisponde a un profondo talento.

    • no, non credo che questa critichi sia rivolta a me: sai bene che non ho dato mai peso al successo pubblico.

      dai un’occhiata, per favore, anche alla risposta a doriana; la domanda veramente centrale mi pare l’ultima: dobbiamo capire se il talento DEVE essere riconosciuto socialmente, oppure se ha qualche regola di riconoscibilita` puramente interna.

      dall’esempio che fai mi pare che tu pensi ad una via di mezzo: ci deve essere sempre almeno qualcuno che riconosca il valore di quello che fai; se questo consenso poi basti oppure no e` una valutazione personale.

      molto interessante l’ultima osservazione, che ci riporta all’aspetto sociale del successo e consiste nella possibilita` di condividere il proprio talento con chi ne esprime di simili.

      da questo punto di vista la rete moltiplica le possibilita` di questo successo, che e` quello che veramente conta.

      rimane aperto l’interrogativo inquietante che poni: la ricerca del successo puo` diventare un modo per sfuggire al proprio talento?

      il talento, cioe`, puo` essere un peso e una maledizione?

      l’ho pensato anche io molto spesso.

      • “rimane aperto l’interrogativo inquietante che poni: la ricerca del successo puo` diventare un modo per sfuggire al proprio talento?”

        ti rispondo anch’io: assolutamente SI.
        talento e successo in senso generico ma soprattutto in senso economico sono nella maggior parte dei casi strade opposte.
        è rarissimo riuscire a convertire il talento nel successo, ovvero nella popolarità riconosciuta del proprio talento.

        qualunque sia il proprio talento, per emergere è necessario SEMPRE accoppiarlo ad un talento comunicativo.
        in generale il talento che riesce ad emergere si appoggia ad altri talenti, che possono essere o propri o anche presenti in altre persone associate.

        la rete è un veicolo clamoroso per far accoppiare talenti diversi, che da soli non vanno da nessuna parte ma assieme possono fare grandi cose.

        collaborazione e condivisione di attitudini e conoscenze, tutto il ‘progresso’ umano si fonda su questo

        • sono completamente d’accordo.

          se mi interessasse il successo inteso dal punto di vista economico, so bene che dovrei cercare qualcuno che abbia il talento per il successo che io non ho…

          • ma tu sei una persona saggia borto, e sai che il successo economico è fondamentalmente inutile se non accompagnato da soddisfazione di sè

            chi ricerca fama e denaro non sarà mai soddisfatto di sè stesso, ha dei vuoti psicologici che potrebbe riempire col sorriso esprimendo il proprio talento (anche senza controparte economica) ma che preferisce scioccamente riempire con altro, che lo spinge su strade come dicevo spesso opposte.

            chi ricerca in primis successo economico e fama, ricerca inconsapevolmente sofferenza e dolore.

            • sono un pochino piu`realistico, carissimo, anche se hai scritto delle cose molto belle.

              solo che un poco di successo economico l’ho mrealizzato con mezzi economici, poi mi sono disfatto di tutto quello che avevo o quasi, dato che la pensione abbastanza buona mi basta,

              e cosi` mi sento e sono massimamente libero… 🙂

          • si beh, mi riferivo ad un successo più spinto e malsano, la smania, la fissazione, il non pensare ad altro. non sono pochi, specie tra i giovani che vivono attraverso i media, che impostano tutta la loro giovinezza nel tentativo di accumulare successo, non solo economico.
            per il resto, attraverso le comuni società l’uomo può con buoni collaboratori mettere a frutto i suoi talenti e trovare soddisfazione dal lavoro anche con un ottimo tornaconto economico.
            anche mio padre trovo sia riuscito nella sua vita a mettere a frutto al meglio i suoi talenti ed è felice, soltanto che pecca un poco di consapevolezza e non si distaccherà mai da quanto ha accumulato con sudore e fatica, come un cane che sotterra gli ossi (non vorrei sembrare offensivo, l’analogia voleva solo risaltare l’aspetto istintivo-culturale inconscio)
            con mio sommo piacere, aggiungo 😛

            ma per diventare ricchi bisogna essere avidi e calcolatori, è una condizione sine qua non.
            chi si trova la ricchezza che gli cade dal cielo, se non è avido e calcolatore è destinato a perderla.
            per sua fortuna 🙂

            • provo ad allargare e diffenreziare il discorso.

              perche` il successo ha due versanti, soprattutto oggi: e` il tradizionale successo economico, di cui ti occupi tu, ma poi e` oggi piu` modernamente anche la smania di visibilita`, diventata di massa da quando internet l’ha potenzialmente messa a disposizione di tutti.

              sul primo tipo di successo vorrei darti torto per un aspetto: non mi pare vero che per diventare ricchi bisogna essere avidi e calcolatori, o almeno non sempre.

              parlo del mio caso: anche io sono diventato moderatamente ricco nella mia vita, ho all’incirca triplicato quel che i miei genitori mi avevano lasciato – anzi, no, devo correggermi, se tengo conto degli enormi debiti da investimento di mio padre che sono riuscito a saldare quando ero molto giovane e lui mori`.

              per cui direi che sono riuscito a triplicare un patrimonio immobiliare che al momento della sua morte era completamente cancellato dai debiti.

              non sono mai stato avido, anche se ho dovuto calcolare sempre le mie mosse per bene, naturalmente, ma sono consapevole di non avere mai fregato nessuno, soltanto ho visto meglio di altri le potenzialita` future di quel che comperavo.

              ah, dimenticavo: anche se ho fatto la donazione di tutto quel che avevo, nel frattempo ho ricominciato, giusto per tenermi in esercizio con i debiti da pagare per investire… 😉

              vorrei invece sottolineare che certamente piu` deformnate e` la smania del successo, e mi oiacerebbe farti l’esempio di un blogger molto in gamba, conosciuto anche lui come patrizia su blogs.it una decina d’anni fa e ora trasferitosi anche lui su wordpress, e che e` la personificazione perfetta di questa vera e propria malattia feticistica.

              voleva diventare famoso come scrittore e a questo obiettivo nevrotico ha sacrificato amicizie e sentimenti (ovviamente oggi e` anche un renziano: sono simili); e` uno spettacolo perfino doloroso di mutilazione emotiva e da tempo ha smesso di scrivere cose davvero interessanti, anche se non lo sa.

              oppure lo sa e la smania del successo serve a non fargli vedere come si e` ridotto.

              ora non scrive, ossessivamente, altro che di se`, e` un continuo inno a se stesso, frustrante e frustrato.

              ecco, c’e` questo aspetto della ricerca del successo dove il talento per il successo, che bisogna avere se lo si cerca, diventa cosi` debordante da cancellare eventuali altri talenti che c’erano.

              un altro caso evidente, su un piano differente, e` appunto Renzi.

          • vero è che oggi si associa molto il successo economico con la fama, si ritiene popolarmente che la fama si porti dietro anche i soldi, dando per scontato che tutti quelli che appaiono in tv siano ricchi (cosa che non è propriamente vera, anche se la popolarità aiuta dal momento che un VIP già di per sè è un veicolo potenziale di pubblicità che fa gola ai registi dell’ombra, specie se poi si parla di persone ingenue e manipolabili).
            ah, per questo non serve nemmeno internet, sono stati sufficienti per ipnotizzare le masse reality e talent show.

            ma resto convinto che per accumulare denaro servano necessariamente quelle 2 caratteristiche che ho scritto: avidità e capacità di calcolo.
            ovviamente poi si tratta di un discorso relativo alla quantità, la ricchezza è un concetto molto relativo, così come l’avidità ed il raziocinio: io mi limito a risaltare il carattere di proporzionalità tra queste caratteristiche.

            tu sei certamente una persona calcolatrice, che fa di conto, che valuta, si informa, pondera lucidamente. direi anche in misura molto più spiccata rispetto alla media.
            ci sono persone che non sono adatte a far di conto, che proprio non hanno fatto amicizia con i numeri, la matematica e la logica, che vivono il mondo con rappresentazioni mentali diverse dalla nostra. il soggetto “mani bucate” è molto frequente.
            una persona che non ha attitudini al calcolo razionale non sarà mai in grado di accumulare fortune (a meno che non abbia chi lo faccia per lui, ma in genere così non dura)

            il discorso sull’avidità è analogo. il termine è molto negativo, magari se ne possono trovare di migliori, perchè nelle forme più blande non trovo troppo di negativo ad essere ‘avidi’ in tal senso.
            mi spiego con un esempio: una persona tendente all’accumulo, anche se di carattere buono e onesto, se si trova davanti una persona in evidente difficoltà, magari un amico che vuole aiutare sinceramente, dividerà le sue risorse in un qualche modo che a lui appare equo. magari regala anche la maggior parte al bisognoso, ma tenderè a tenersene sempre una parte, e percepisce in ogni caso il peso della privazione nonostante la contentezza del bel gesto.
            a pensarci bene, questa tendenza all’avidità di cui sto parlando dipende proprio dalla predisposizione al calcolo e all’analisi critica, forse si tratta della stessa cosa.
            se non pensassi che facendo la carità ai mendicanti di strada non faccio altro che alimentarne il processo, darei molte più monetine in beneficienza. invece per quanto mi riguarda regalerei solo cibo e beni di sussistenza, perchè questo mi dice di fare la ragione. ogni tanto l’istinto irrazionale prevale, e dono qualcosa se vedo una faccia che mi convince.

            in ogni caso le persone per nulla avide regalano anche tutto senza neanche pensarci, si donano completamente, non si tengono nulla per sè (salvo pentirsene amaramente a posteriori, talvolta)
            questo genere di persone non hanno le attitudini per diventare ricche, e sono il motore dell’umanità. in genere sono donne, dove i calcolatori sono piuttosto uomini.

            dimenticavo prima un terzo presupposto, necessario però solo per diventare ‘sfacciatamente ricchi’, per prevalere cioè sugli altri ricchi: la propensione al rischio.
            intendiamoci, deve essere una propensione al rischio ben soppesata, che è ben diverso dal buttarsi a caso.
            chi sta ai vertici del potere ha un’altissima propensione al rischio, li dove la ragione direbbe di accontentarsi e rallentare loro remano ancora di più, e con ogni mezzo.
            conseguenza: i più ricchi sono speculatori finanziari, e in genere propensi alla violazione delle regole, se non proprio criminali più o meno conclamati.
            tra questi c’è una parte che lo fa solo per il gusto perverso di fottere il prossimo, e del denaro gliene importa relativamente.
            ma c’è un’altra parte che è mossa esclusivamente dalla smania di accumulo di ricchezza, e queste per me sono le persone più tristi in assoluto.

            • ops scusami non so restare dentro i binari parto per la tangente 😛
              mi ero dimenticato dell’ultima parte: condivido tutto, e Renzi è l’emblema per me del talento sprecato 😦

            • una discussione quasi identica a questa si sta svolgendo qui:
              http://toxnetlab.com/2015/01/23/perche-aprire-un-blog/, ma in termini piu` sintetici:

              ilfotoviaggiatore | gennaio 26, 2015 alle 11:43 am
              L’ho aperto per passione, per la fotografia e per i viaggi. Ai tempi di oggi sembra quasi una cosa romantica: non ci si appassiona più. Le passioni vengono viste come un mezzo per monetizzare, ci si vende per un pezzo di pane e la qualità di cio’ che si fa crolla…

              Mr Tozzo | gennaio 26, 2015 alle 12:16 pm
              Hai perfettamente ragione, la passione muove ogni cosa e fa creare dei progetti niente male…che molte volte vengono snaturati quando arriva il successo e la spinta diventa il cash. Però qualcuno riesce a fare lavori niente male.

              – ma tornando all’accumulazione io metterei piu` in evidenza altri fattori necessari:

              1) intenzione o volonta` sia che l’accumulazione sia l’oggetto diretto del desiderio sia che si accumuli come strumento secondario per realizzare altri scopi (qualcuno accumula semplicmente perche` non riesce a consumare tutto quel che guadagna, ma puo` essere considerato un’eccezione: in questo caso la volonta` e` sostituita dalla quantita` del gia` axxumulato, cioe` oltre un cefrto limite di richhezza l’accumulazione, in manxanza di ostacoli, procede da se` (Piketty lo dimostra)

              2) capacita` di autocontrollo: se intendo accumulare, aldifuori del caso precedente, devo essere capace di auto-limitare altri bisogni di consumare; puo` essere banale dirlo, ma molti di quelli che desiderebbero accumulare falliscono proprio per questo.
              in altri termini l’accumulazione riesce quando il desiderio di realizzarla diventa totalizzante (il caso classico dell’avaro da commedia)

              la propensione al rischio non e`, secondo me, una caratteristica generale necessaria per ogni accumulazione, ma solo per alcuni tipi molto veloci: per altri tipi la propensione all’accumulazione esige al contrario proprio nessuna propensione al rischio, e il rifuggirlo addirittura.

              la capacita` di calcolo ha qualche rapporto con la capacita` di accumulare? non ne sarei cosi` sicuro, in fondo si richiedono calcoli assolutamente elementari.

              un’altra connessione non torna, almeno dal mio punto di vista: quella fra accumulazione e avidita`; io ad esempio ho accumulato fino a 65 anni, dopo di che ho regalato tutto.

              ora acquistando una casa e mettendola a posto potrei dire che ho ricominciato ad accumulare, ma non direi per avidita`.

              nel mio caso vedo questi comportamenti piuttosto come una manifestazione particolare del mio bisogno di creativita`.

              insomma tu forse hai confuso le doti necessarie per guadagnare denaro con quelle che invece sostengono il bisgno di metterlo da parte accumulamdolo.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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