la minoranza della minoranza.

e` un dato oramai verificato piu` volte e consolidato sperimentalmente  che i due terzi degli esseri umani sono pronti ad uccidere senxa particolare disagio psicologico, se glielo ordina qualcuno di abbastanza autorevole; il positivo sta in quel 30% che si ribella.

dunque la normalita` umana non e` affatto buona: veniamo probabilmente dalla linea che ha portato allo scimpanze` aggressivo dopo che si era gia` distaccata quella del bonobo pacifico e socievole.

allora quel che si puo` trovare di buono nella nostra specie sta solo nei borderline non conformi: non in tutti, ovviamente, ma solo in alcuni di loro.

e` dalla minoranza della minoranza che dipende quel che di buono c’e` nell’essere umano.

solo che questa infima minoranza ha il problema di come trovare l’appoggio del resto.

la storia della civilta` ha le proprie tappe fondamentali nei momenti fortunati in cui questa operazione e` riuscita.

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6 risposte a “la minoranza della minoranza.

  1. “solo che questa infima minoranza ha il problema di come trovare l’appoggio del resto.”
    con l’uso consapevole della comunicazione.
    dopodichè, portando esempi e facendo moda, il popolo segue: è nella sua natura.

    se un certo tipo di comunicazione resterà veicolata ai massmedia televisivi, in ogni caso la rete sta prendendo quote sempre più importante di attenzione da parte del pubblico di massa.
    ora, se rendiamo la cultura piacevole e comunicativamente efficace, veicoliamo cultura.
    se la complichiamo e la dipingiamo in tinte marroni o con linguaggi incomprensibili, le persone continueranno a farsi ipnotizzare dal ciarpame che circola sui grandi social tipo facebook e compagnia.

    • giustissimo.

      e tuttavia il problema resta, perche` la vera cultura non riesce ad essere soltanto piacevole, ma si fonda su un certo grado di impoegno e sacrificio personale che e` difficile che la massa anteponga allo svago.

      si torna al tema pascaliano della distrazione.

      e` impossibile che la vera cultura diventi una forma di distrazione, ma la massa, per mille ragioni comprensibili, ha bisogno di questa.

      • *riflette*

        è delicata questa faccenda.
        certamente no, la cultura innanzitutto non può essere un argomento solo piacevole (in alcuni rari casi lo può essere, e dipende dagli interessi del fruitore oltre che da come è impostata l’informazione)
        si può vertere su argomenti impegnativi e per nulla leggeri o scontati, svelare paradossi e preconcetti radicati in alcune forme di pensiero popolare che non gradirebbero ‘a pelle’. e non si sforzerebbero di certo di capire.

        proviamo ad approfondire il tema con un distinguo.
        vado oltre la cultura, e più in generale divido l’attività comunicativa (quella attiva così come quella passiva) in due macrocategorie: svago ed impegno.
        mediamente quasi tutta la categoria ‘impegnata’ si riconduce al proprio lavoro professionale, in alcuni casi si riconduce ad hobby, passioni o altro di affine.

        tutto ciò che è invece disimpegnato viene perseguito per spegnere il cervello, sovrastimoltato e affaticato (e probabilmente non abituato) dal pensiero ‘impegnato’, dalle preoccupazioni e dalle ansie di tutti i giorni.
        è molto raro che in questi contesti di svago si possano trattare temi culturali (ma non impossibile, alcune forme di intrattenimento possono tranquillamente delinearsi all’interno di un piano culturale: un campione in tal senso lo ritengo Marco Paolini, che nei suoi spettacoli riesce a ricondurre arte, svago, cultura, risate e profonde riflessioni)

        non possiamo pensare di ricondurre l’uomo agli argomenti solo impegnati togliendogli la distrazione. non sarebbe nemmeno giusto, sarebbe disumano e controproducente.
        ma una cosa possiamo però tentare di fare: mantenerne i contesti informativi separati, ad esempio.
        permettere alle persone, a seconda dei propri interessi e della propria predisposizione mentale momentanea di poter scegliere come dedicare il proprio tempo andando su spazi ottimizzati agli scopi che vuole ottenere.

        io vedo che molte persone vogliono impegnarsi e tentare di fare qualcosa di buono ed utile, con tutta la loro buona volontà di essere umani, fosse anche solo a parole (ed anche le parole contano eccome, in questa società)
        in particolar modo in questo momento storico: la gente sta cominciando a percepire la necessità di ‘metterci del proprio’ per cercare di migliorare la società in cui tutti viviamo. rispetto a 10 anni fa, noto maggior interesse, seguito di pari passo da maggiore arrabbiatura e rassegnazione perchè nulla cambia.

        la gente oggi ha più predisposizione ad impegnarsi mettendoci del proprio per migliorare il nostro presente, la voglia in qualche modo c’è (per quanto il 99% del loro tempo resta prettamente dedicato alla distrazione, o all’evasione vera e propria dalla realtà): il problema è che questa voglia, questa forza per quanto singolarmente piccola (ma nell’insieme non ininfluente) non viene minimamente veicolata verso forme di confronto e collaborazione organizzata, ‘sana’. la forza, quell’1% di potenziale viene in questo modo quasi completamente disperso, o meglio diluito nel mare di intrattenimento mediatico.

        prendiamo 1000 cittadini italiani. intervistiamoli.
        se chiediamo loro se sarebbero disposti a fare qualcosa, a mettersi a disposizione per il bene della collettività, la maggior parte risponderebbe probabilmente di si. certo, farebbero poco, magari pochissimo, ma qualcosa farebbero.
        chiediamo però a queste 1000 persone come si muovrebbero per realizzare questa loro volontà di impegnarsi.
        tralasciando tutte le forme di ‘volontariato’ territoriale (che sono a mio avviso la vita di una comunità e le prime azioni da incentivare), soffermiamoci piuttosto sulle iniziative globali in rete. perchè poi nei fatti concreti molte persone oggigiorno non andrebbero molto oltre ad un’azione di ‘aiuto’ sul web, senza uscire dalla propria abitazione, senza trovarsi a faccia a faccia con altre persone (constazione di fatto, triste ma realistica).

        ecco, partiamo da queste premesse: domandiamo a queste 1000 persone intervistate come utilizzerebbero il web a quello scopo, quali spazi possano prendersi carico di questa volontà di impegno.
        non ho idea di quale risultati verrebbero fuori (sarebbe un buon sondaggio da intraprendere), ma ipotizzo una bella eterogeità di testimonianze, molte delle quali forse semisconosciute alla massa. questo è quello che chiamo dispersione, diluizione dell’impegno umano.

        considerata la realtà italiana, in mezzo a diverse decine di siti, blog e piattaforme più o meno generiche spiccherebbe forse quella di grillo (votata immagino dai grillini presenti in quelle 1000 persone) ma soprattutto, temo, spiccherebbe facebook ed altri social analoghi.
        come spieghiamo queste persone che investire il proprio (poco) ‘tempo impegnato’ dentro questi contenitori sociali è nella maggior parte dei casi tempo perso?
        come far passare il messaggio che un post serio, inframmezzato da 100 post stupidi (nel senso di leggeri, disimpegnati) ha capacità di penetrazione tendente allo zero?

        come facciamo a canalizzare l’impegno degli utilizzatori del web, individualmente limitato ma nell’insieme complessivo importante, verso punti di incontro/confronto/cooperazione di riferimento, predisposti proprio per tale scopo?
        spazi dove le informazioni vengono approfondite, verificate, integrate, elaborate e riproposte nelle forme comunicative più efficaci. spazi dove poter fare cultura promuovere conoscenze utili senza essere sommersi da tutt’altro.
        spazi appositi dove poter far circolare, sviluppare e promuovere buone idee ed iniziative collettive, concrete.

        mettiamo che un cittadino abbia un’idea ‘popolare’ che pensa essere geniale, magari da affinare ma supponiamo che sia veramente valida e convincente.
        dove va per migliorarla e per diffonderla agli altri potenziali interessati, per realizzarla in gruppo? che strumenti usa?
        la scrive su facebook/twitter? sul sito di grillo? sul blog di bortocal (o si fa un blog suo)? su qualche sito istituzionale/governativo? sugli internazionali e generalisti reddit, disqus, 4chan e compagnia bella? fa una pagina su wikipedia? fa un video su youtube? scrive ad un quotidiano nazionale?

        ci sono mille strade, e nessuna di questa si presta specificatamente all’obiettivo, nessuna di questa mette a disposizione strumenti e/o supporto al cittadino per realizzare collaborativamente una buona idea, o per diffondere collaborativamente informazioni utili, in uno specifico contesto territoriale in particolar modo.

        a mio avviso questi sono tutti tasselli che spingono verso un’integrazione culturale, pur non potendosi certo paragonare agli articoli specialistici del national scientific.

        • bella riflessione.

          mi sentirei soltanto 🙂 di sconsigliare il blog di bortocal come strumento di diffusione di una buona idea, a meno che non si punti su un numero di lettori molto piccolo, anche se qualificato.

          ci sono moltissimi blog molto piu` frequentati, il problema e` che non li si conosce.

          come gia` sai, credo che la prima cosa utile da fare sia di recensire i blog piu` letti in Italia, in ordine decrescente di numero lettori.

          una specie di wikipedia dei blog…, che potrebbe anche collegarsi ad un centro di documentazione dei blog.

    • Non direi della cattiveria, dato che buono qui non è detto in senso etico ma della cattiva qualità.

      Poi la cosa non è poi così semplice.

      Occorre un nuovo borforisma…

      Mi fa sempre piacere miki quando passi di qui.

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