sono tornato a Kyoto per la porta nelle mura difensive, Rashomon – 123.

ieri pomeriggio.

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ci sono entrato varcando la porta del Piccolo Cinema Paradiso di Stefano Agosti, uno dei piu` grandi uomini di cinema italiano, che gestisce questa piccola sala d’essai, un paio di vicoli dopo la strada della mia vecchia ultima casa a Brescia dove sono stato un paio di giorni, ospite di mia figlia che al momento e` a Firenze.

questa saletta era un volta una scuderia di un palazzetto antico, ora ricoperto di rampicanti.

mi ci sono abbonato ad un prezzo modesto come ultra65enne e c’ero andato solo perche` davano Rashomon, un vecchio film in bianco e nero di Kurosawa, girato nel 1950, quando avevo due anni, e sapevo che era ambientato a Kyoto, e avevo appunto voglia di ritrovarmici.

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Rashomon significa la porta nelle mura difensive ed era uno dei due principali accessi alla città, quello a sud, contrapposto a Suzakumon a nord.

ora non voglio infliggervi un’altra recensione, non me ne sento assolutamente capace; semmai farvi venire voglia di guardarvi il film, disponibile anche su You Tube, completo e in edizione italiana.

si`, ma vuoi mettere vederlo al cinema, in mezzo al pubblico, bortocal?

che dirvi? ero l’unico spettatore e dunque l’unica differenza rispetto a guardarselo a casa via pc stava nell’ampiezza dello schermo, nella comodita` del divano di prima fila, e nella ragazza un po` triste che stava all’ingresso e mi ha compilato la scheda di iscrizione al cineclub.

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di Kyoto nel film, girato con un budget molto basso e in tre scene diverse in tutto, non c’era poi molto: solo l’ambientazione in rovina nella vecchia porta, molto post-bellica, in quanto semi-distrutta, ma non l’ho riconosciuta, o forse la porta stessa non esiste piu`.

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qui, sotto una simbolica pioggia monsonica interminabile e grigia, tre personaggi si scambiano quattro versioni diverse dell’uccisione da parte di un brigante di un samurai che attraversava un bosco in compagnia della moglie.

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e qui invece ho ritrovato proprio la suggestione esatta dei boschi che circondano Kyoto (o meglio la vicina citta` di Nara, dove sono state girate queste scene), perfino esaltata dall’uso del bianco e nero.

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le quattro versioni della storia hanno dei punti fermi: che il samurai viene ucciso (ma da chi? la moglie confessa di essere stata lei, ma il brigante e un testimone oculare la smentiscono), che il brigante viene trovato ferito da alcune frecce (ma il film non cerchera` mai neppure di spiegare da chi), che la donna e` fuggita dalla scena del delitto, che prima di farlo ha avuto un rapporto sessuale col brigante, davanti al marito catturato e legato: e` stata una violenza, ma nella quale lei e` diventata succube e partecipe.

la violenza si e` insinuata in lei e ha stravolto la sua vita, fino a chiedere al brigante di uccidere il marito, al quale non potra` piu` appartenere (secondo una versione), oppure al marito di uccidere il brigante, per dimostrarsi degno di lei (secondo un’altra versione), oppure a spingerla ad uccidere lei personalmente il marito, secondo la versione che lei stessa da` dell’omicidio.

le tragedie della guerra sono lo sfondo non detto, anzi del tutto taciuto in modo assolutamente sublime, e solo in qualche modo alluso dalla devastazione che ha subito la porta della citta` e dalla ferocia che ha invaso i cuori degli uomini e delle donne.

anche il sacerdote che commenta l’accaduto (purtroppo reso nel doppiaggio con l’infelice parola prete) e si trova a cercare di raccogliere le varie confessioni, in cui tutti hanno qualcosa di brutto da nascondere e qualche motivo per mentire, vagola nell’incertezza della totale mancanza di senso della vita, ed e` incapace di fornire una parola di conforto.

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la desolazione di una domanda esistenziale oramai radicalmente priva di risposta trova pero` una sorprendente sconfitta in un fatto inatteso: da un angolo della porta che gocciola sotto il pianto infinito del cielo si leva improvviso il pianto di un neonato abbandonato.

eccolo, inerme e scapigliato, di fronte ai tre uomini angosciati, a reclamare il suo diritto alla vita e il suo posto nel mondo.

e allora se lo prende il contadino, che ha appena dovuto confessare di avere derubato il morto di un prezioso pugnale: ha altri sei figli e non gli sara` difficile mantenerne un settimo.

la vita continua, anche se non da` risposte, e neppure il cielo promette nessuna schiarita.

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se Rashomon significa La porta nelle mura difensive, che significato ha questo titolo per il film? non basta dire che si tratta del titolo di uno dei due racconti dai quali e` stata derivata la sua storia.

ma, se qualcuno vuole cercare un significato piu` profondo o un’allusione, non saro` io qui a descrivere la suggestione che ha suscitato in me, tanto sono sicuro che possa essere arbitraria.

se non lo avete mai visto, guardatelo questo grande classico della storia del cinema, ancora cosi` vicino all’epoca eroica delle origini, e poi formulate le vostre ipotesi.

c’e` molto piu` Giappone profondo di quanto possiate pensare, li` dentro, ed e` una tappa certamente da consigliare di un ideale viaggio nel paese che, nel mio recente roundtheworld, mi ha colpito di piu`.

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