F. – 153.

questo post è talmente personale e forse anche inopportuno, che resterà in rete solamente per mezzora e poi verrà reso accessibile soltanto su password, almeno per una sua larghissima parte.

chi vorrà leggerlo, dovrà chiedermela privatamente via mail.

il post è esageratamente lungo, ancora più di quello di ieri: ma siccome si tratta di un racconto, mi risparmio di dividerlo in sezioni: il racconto o funziona e incuriosisce e si lascia leggere, oppure non ha senso leggerlo a pezzi, là dove magari si concentra una attenzione un poco morbosa.

* * *

(…)

* * *

Potrei fermarmi qui, dopo avere suscitato una curiosita` certamente maliziosa, anche perche` sto entrando in campi molto delicati, nella descrizione di giochi che divennero sofferenza e delusione, tempeste ormonali capaci di distruggere ogni amicizia, campo minato della solidarietà` fra maschi.

* * *

(…)

Ma allora non si tratta di singole famiglie malate? Allora si tratta di una societa` intera malata? O meglio ancora, dato che ne troviamo le tracce anche nei tempi passati, di una struttura sociale malata, quella della famiglia, o forse di una specie intera umana che ha qualcosa di storto?

Questa morale e` cosi` cupa che non voglio lasciarla qui, anche perche` la storia che ho cominciato a raccontare del ritrovato F. e` ancora tutt’altro che conclusa, e allora prometto che alla fine vera della storia arrivera` un’altra morale, se migliore o peggiore di quella appena detta non saprei dire.

(…)

* * *

Mi e` soltanto rimasta l’immagine ferma di un uomo oramai del tutto lontano dalle esperienze vitali alle quali e` stato dato tanto spazio qui e piuttosto prigioniero dei propri modi di pensare piu` antichi.

Che lo ripropongono oramai come semplice maschera del personaggio che e` stato dentro la sua famiglia di origine.

Ecco la vecchiaia, penso, che ci restituisce al nostro ruoolo di partenza e fa vedere tutta la vita personale trascorsa come un vano gioco.

Dimenticati gli amori, ne restano solo i frutti e noi, di fronte alla morte che si avvicina siamo soltanto o figli o genitori.

E a ben guardare i due ruoli sono la stessa cosa: siamo soltanto il passa testimone di una corsa a staffetta, ma il testimone che passiamo non sappiamo neppure che cos’e`.

* * *

Ecco, questo racconto, ora che l’ho concluso, mi pare sia stato una lunga divagazione non pertinente attorno al tema delle nostre rigidita` di pensiero, della nostra incapacita` di vivere fino in fondo davvero la mutevolezza della vita.

Veniamo formati, assumiamo delle forme di pensiero, per una parte della vita, quella inziale, riusciamo ancora a modificarli un poco, ad adattarli; poi ci vince la rigidita` delle forme, siamo sempre meno capaci di trasformarci.

E` l’equivalente delle rughe che pian piano si impadroniscono del nostro volto e dell’artrosi che via via ci rende meno efficienti nei movimenti.

Siamo gia` parzialmente mummificati quando finalmente togliamo il disturbo.

Rimanere vivi significa rimanere mobili, aperti, pronti a cambiare.

E questa e` la seconda morale promessa di questa storia.

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6 risposte a “F. – 153.

    • ah ah, guarda come mi sono espresso male! 🙂

      volevo dire l’indirizzo mail, naturalmente, e speravo che quello fosse ancora attivo.

      la password te l’ho mandata, spero che sia valida anche quella perche` gia` non sono sicuro di ricordarmela bene. 😉

    • se c’e` una persona alla quale affiderei quelle pagine con piena fiducia sei tu, carissima firdis.

      pero` vedo che ci hai ripensato e spero che non sia stato determinante il mio silenzio di un giorno: io ieri ero in viaggio di ritorno dalla Germania alla mia valle, con una sosta intermedia dedicata ai figli, e troppo ero stanco per rispondere.

      vedo che adesso, FORSE, hai cambiato idea.

      la cosa migliore potrebbe essere, senza forzarti, mandarti privatamente la password e lasciarti liberamente decidere: spero solo di ricordarmela ancora… 😦

      ho la tua mail del 1910, spero sia ancora valida.

  1. Qualunque sia la storia che non posso leggere sono felice.
    Ogni cambiamento anche se piccolo, è un passo verso quell’Infinito che l’uomo, misero com’è, non riesce a credere vero.
    Eppure credere nell’Amore, quell’Amore Infinito che ci ama con Infinita Dolcezza e accoglie e perdona qualsiasi cosa se torniamo a Lui anche nell’ultimo istante di vita è la salvezza.
    Dio non misura con il nostro metro, altrimenti noi tutti saremmo persi.
    L’ho sperimentato io stessa.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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