un’altra Clinton, ma non sarà presidente – 288.

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la prima cosa che colpisce della candidatura della Clinton a presidente degli USA nelle prossime elezioni di fine 2016 è l’irresistibile tendenza nella democrazia americana verso forme dinastiche di trasmissione del potere.

cominciò con i Kennedy, ma la candidatura nel 1968 del fratello Robert, dopo l’assassinio del presidente John, poté sembrare una mossa obbligata per salvarne la politica; ma le stesse forze che avevano liquidato il primo dei fratelli liquidarono anche il secondo, e in un modo ancora più efficace e meglio organizzato: però ancora decenni dopo si è favoleggiato di una scalata alla presidenza di uno dei due figli di John, John John o Caroline, però palesemente inadeguati.

sono poi venuti i Bush, padre e figlio, e forse non è neppure finita, potrebbe esserci un secondo figlio in gioco; ed ora tocca ai Clinton, questa coppia straordinariamente mediocre, ma anche straordinariamente efficiente nella scalata al potere: qui la trasmissione sarebbe da marito a moglie, per quanto pubblicamente tradita, considerando che la figlia è troppo giovane, e forse anche poco capace.

la tendenza dinastica è strana: questa monarchia imperiale che sembra irresistibilmente germogliare dal ventre stesso della democrazia americana risponde probabilmente a pulsioni oscure, dato che al contrario essere stati contigui per un tratto ad una gestione già verificata del potere dovrebbe razionalmente essere più un handicap che un vantaggio.

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la seconda cosa che sorprende, nel primo discorso elettorale della candidata Clinton, diligentemente riportato dalla stampa progressista in tutti gli angoli del globo, sono gli accenti populisti e radicali.

una riforma dell’immigrazione che salvi milioni di persone dall’espulsione,

lotta senza quartiere alle discriminazioni contro gay, lesbiche e transgender

i diritti delle donne considerati come diritti umani.

e fino a qui siamo ai cardini della vulgata progressista.

ma la Clinton si spinge oltre, e strizza gli occhi all’elettorato più radicale:

I primi 25 manager di hedge fund in America guadagnano più di tutte le insegnanti della scuola materna messe insieme. Cosa c’è di sbagliato in questa realtà?

già, e perchè non lo chiede al marito che è stato il principale responsabile della modifica della legislazione roosveltiana che ha tolto gli argini alla speculazione ed è stata una delle premesse della crisi finanziaria odierna?

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Quello che voglio è un’economia che funzioni per gli americani di tutti i giorni, non solo per chi sta al top della nostra società.

brava, dovrei essere colpito favorevolmente da queste frasi della Clinton, e invece perché mi infastidiscono?

mi ritengo ancora un democratico, ma non ne posso più di questa gente che si fa eleggere per un programma raccontato per raccattare i voti e poi regolarmente fa il contrario.

sempre di più le campagne elettorali assomigliano ad un mero spettacolo, un rito di incantamento e delusione successiva.

il premio Nobel per la pace Obama, con la sua ostinata guerra economica e politica alla Russia, è la prova vivente di questo stato di cose.

Hollande, più militarista ancora di lui, è un’altra icona della ipocrisia politically correct che oramai sta togliendo ogni credibilità alla cosiddetta area democratica della politica occidentale.

non nasce tutti i giorni uno Tsipras che, nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista, cerca di rispettare onestamente le promesse fatte agli elettori, battendosi davvero con tutte le sue forze contro lo strapotere della finanza.

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del resto, alla Clinton questi discorsi sono chiaramente scritti da qualche ghostwriter, o scrittore fantasma, seguendo i calibratissimi sondaggi che hanno verificato che cosa si vuole sentir dire un certo elettorato.

sono interessanti soltanto su questo piano: come verifica indiretta dei desideri politici del popolo democratico, che si avvia ad essere preso per il naso ancora una volta.

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ma i sondaggi stanno anche verificando che il gioco sta cominciando a mostrare a corda, e la maggioranza degli americani non ritiene la Clinton credibile.

e questa è la morte di un candidato.

è la crisi mondiale della sinistra tradizionale, che da decenni fa appello a valori che non può realizzare e oramai delude i propri elettori per abitudine, inducendoli a disertare il voto.

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credo che la Clinton, troppo interna a questo quadro di sinistra storica, che sul palco si fa accompagnare da marito traditore, quasi a sottolineare il carattere posticcio della sua operazione, abbia quasi le stesse possibilità di essere eletta presidente che ho io.

chi vivrà vedrà, del resto: sia se vincerà le primarie, sia se sarà eletta, sia che cosa farà dopo, nel caso.

ma se avrò avuto ragione, che cosa mi direte?

(otto anni fa avevo azzeccato l’elezione di Obama con un anno di anticipo; e il bello è che allora credevo in lui anche io!).

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2 risposte a “un’altra Clinton, ma non sarà presidente – 288.

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