ristrutturare il debito: i casi di Argentina, Grecia, Germania, Portorico – 320.

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la ristrutturazione del debito è una procedura perfettamente legale anche per i privati e in Italia è regolata dall’art. 182bis della Legge Fallimentare.

Consiste in un accordo con il quale si modificano le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) per alleggerire l’onere del debitore, quando questo non e` in grado di fare fronte piu` al debito originario.

La procedura viene eseguita per il risanamento dell’impresa o per gestire una liquidazione su base concordata con i creditori e non fallimentare.

nel caso degli stati, ovviamente non e` possibile procedere alla liquidazione dello stato e quindi il suo scopo puo` essere soltanto quello del suo risanamento.

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l’ultimo paese a ristrutturare il suo debito allora di 82 miliardi di dollari, e` stata l’Argentina, nel gennaio del 2005, in via unilaterale.

non tutti i creditori hanno tuttora accettato quella scelta e un tribunale degli Stati Uniti ha stabilito (spiritosamente) il diritto di rivalsa dei cittadini americani tuttora creditori, che non hanno aderito alla ristrutturazione, cioe` di rientrare in possesso del denaro prestato, secondo le condizioni originariamente fissate, anche se non e` chiaro come potranno farlo (a suo tempo me ne sono occupato quiKIRCHNER, UNA VOCE ARGENTINA CONTRO LE ESTORSIONI DELLA FINANZA – 423.)

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un ruolo molto importante l’ha avuto, la ristrutturazione del debito, anche nella storia tedesca.

Nel 1923 l’iperinflazione portò alla totale perdita di valore della moneta tedesca, al default e all’interruzione del pagamento del debito per le riparazioni di guerra. Il piano statunitense (Daves), che impose nel 1924 una nuova moneta, previde che i tedeschi avrebbero potuto onorare i loro debiti emettendo un prestito obbligazionario da collocare sul mercato della finanza mondiale per una somma totale di 800 milioni di marchi oro. Si trattò a tutti gli effetti di un enorme prestito internazionale dato ai tedeschi per permettergli di pagare il debito.

Nel 1928 avvenne però anche una ricontrattazione del debito, con la riduzione delle quote da pagare e un enorme allungamento dei tempi di restituzione a 60 anni! (Piano Young).

Nel 1933, dopo aver vinto le elezioni, i nazisti smisero di pagare i debiti e le riparazioni dovute.

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Dopo la seconda guerra mondiale, il 27 febbraio 1953, la conferenza di Londra decise l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco (62,6%): Il debito di prima della guerra fu ridotto da 22,6 a 7,5 miliardi di marchi e il debito del dopoguerra da 16,2 a 7 miliardi di marchi.

Oltre al taglio del debito la Germania ottenne anche un forte dilazionamento: oltre 30 anni di tempo per pagare la quota di debito rimanente.

L’accordo fu firmato dalla repubblica federale tedesca con 22 Paesi, tra cui la Grecia, che allora, per ironia della storia, era creditrice verso la Germania.

Una clausola pero` prevedeva che la Germania avrebbe dovuto pagare la parte di debito relativo ai danni provocati dalla guerra nel caso in cui si fosse verificata la riunificazione della Germania.

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Nel 1990, a riunificazione avvenuta, venne firmato (anche dalla Grecia) il Trattato 4+2, che poneva termine ad ogni contenzioso a riguardo, con un sostanziale abbuono dei debiti residui, per consentire alla Germania di far fornte all’enorme peso economico della riunificazione; rimasero a carico della Germania piccoli importi fissati in diversi trattati bilaterali, che la Germania ha finito completamente di pagare nel 2010.

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e` interessante ricordare che in questo momento anche Portorico e` davanti alla prospettiva di un fallimento, che non possiamo chiamare statale soltanto perche` il Portorico e` un paradossale esempio di un territorio che non e` uno stato, ma e` semplicemente amministrato dagli Stati Uniti, in regime di Commonwealth.

Il governatore del territorio, Alejandro Garcia Padilla, ha fatto sapere di non essere più grado di onorare debiti che hanno ormai superato i 72 miliardi di dollari:

Questo debito non è ripagabile; è una questione non di politica ma di matematica.

Padilla ha chiesto aiuto ai creditori e a Washington.

Nessuno sta contemplando un salvataggio federale di Porto Rico, ha detto il portavoce della Casa Bianca.

Il governo locale ha continuato negli ultimi anni a prendere a prestito capitali a tassi di interesse sempre più alti, spendendo più di quanto entrasse nell’erario, complice la sete insaziabile di speculazione a Wall Street.

Fino, ora, ad una resa dei conti “greca”.

da informazioni di Marco Valsania – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/5KLteG

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ed ora riporto un interessante articolo del premio nobel Stiglitz:

L’Argentina è la prova che la Grecia può sopravvivere al default

Pubblicato: 01/07/2015 11:13 CEST Aggiornato: 43 minuti fa

Cinque anni fa, quando è iniziata la crisi in Grecia, l’Europa ha teso la mano, ma il suo aiuto è stato diverso da quello che ci si sarebbe aspettato, se ci fosse stata davvero un po’ di umanità, una reale solidarietà europea. Le prime proposte, in realtà, hanno visto la Germania, seguita dagli altri paesi “soccorritori” trarre profitto dall’emergenza greca, addebitando tassi di interesse molto alti. Inoltre, sono state imposte delle condizioni specifiche alla Grecia (cambiamenti nelle loro micro e macro politiche), in cambio degli aiuti economici.

Queste condizioni fanno parte delle procedure standard di prestito previste dal FMI e dalla Banca Mondiale. In generale, quando hanno imposto le loro direttive, gli stati non avevano un’adeguata conoscenza del funzionamento di certe dinamiche economiche e spesso le pretese nascondevano delle strategie politiche. A tratti, si sono manifestati anche degli elementi di neo-colonialismo. La vecchia Europa che, ancora una volta, diceva alle sue ex-colonie cosa fare. La maggior parte delle volte, però, queste politiche non hanno funzionato come avrebbero dovuto. Ci sono state enormi discrepanze tra le previsioni degli esperti occidentali e quello che è realmente accaduto.

Ci si aspettava qualcosa di meglio dai partner dell’Eurozona. Ma le richieste erano sempre più invadenti, le scelte politiche e i modelli adottati sempre più deboli. La disparità tra quello che la Troika supponeva e quello che è emerso è stata impressionante, e non perché la Grecia non abbia agito come ci si aspettava. Anzi, l’ha fatto, ma seguendo modelli e direttive sempre più fallaci.

Alla fine, dopo anni di pressioni e richieste per una maggiore austerità (che hanno condotto ad una tremenda depressione economica), la Troika ha spinto il paese sull’orlo del fallimento totale. Questa situazione mostra delle somiglianze con quanto accaduto in Argentina nel 2001, con le dovute eccezioni. In entrambi i paesi, la recessione è degenerata, trasformandosi in depressione, in seguito alle politiche di austerità, rendendo il debito insostenibile. In entrambi i casi, queste politiche erano imposte come condizioni necessarie per ricevere assistenza. In entrambi i paesi c’erano rigide imposizioni sulla valuta, che non hanno concesso loro l’opportunità di portare avanti una politica di espansione monetaria durante la recessione. Il FMI ha avanzato previsioni allarmanti sulle conseguenze delle politiche imposte. La disoccupazione e la povertà sono aumentate, mentre il PIL è precipitato. Le crisi dei due paesi si somigliano anche in questo.

In Argentina la disoccupazione giovanile è salita alle stelle, restando critica per molti anni. La mancanza di opportunità ha soffocato ogni motivazione, ogni spinta, sprecando il talento di milioni di giovani. Una situazione simile alla Grecia oggi, dove la disoccupazione giovanile è al 50%. Le crisi economiche sono un duro colpo, ma lo è anche l’austerità. La Grecia può contare sulla lezione dell’Argentina: si può sopravvivere ai debiti e alla bancarotta.

Le vicissitudini infelici della Grecia devono ricordarci, ancora una volta, quanto già appreso sulla gestione di crisi economiche e debiti. Lezioni che avremmo dovuto imparare da esperienze precedenti. La prima è che non c’è alcuna possibilità di fare passi avanti verso il risanamento del debito, se prima non c’è una ripresa economica. Allo stesso tempo, non ci può essere una ripresa economica senza un ripristino della sostenibilità del debito.

Sia in Argentina che in Grecia, ripristinare questa condizione ha richiesto una ristrutturazione del debito sovrano. In entrambi i casi, l’idea di portare a termine una giusta riorganizzazione del debito, che potesse condurre alla ripresa economica, con l’accesso ai mercati di credito internazionali, si è rivelata fin troppo ottimista. Non è stato dovuto all’azione dei paesi coinvolti, ma alle carenze strutturali nella gestione delle negoziazioni.

In entrambi i casi, le istituzioni creditrici hanno finto che la sostenibilità potesse essere riacquistata attraverso “cambiamenti strutturali”. Non senza una certa pressione, i programmi imposti sono stati accettati e implementati, ma non hanno funzionato. “Scambiare” i fondi bailout – fondi che erano utilizzati per ripagare gli stessi creditori che li stavano fornendo – con promesse di miglioramento ha condotto all’ulteriore indebolimento delle economie dei due paesi. Nel caso dell’Argentina, dopo anni di crisi, la gente è scesa in strada.

In entrambi i casi, le pressioni sul sistema bancario ha condotto al parziale congelamento dei depositi. In Argentina, questo ha innescato una crisi bancaria e la conseguente conversione dei depositi denominati in valuta estera e passati a quella domestica, permettendo una riorganizzazione delle passività interne, ad un costo molto alto per i piccoli risparmiatori. In Grecia, si attendono ancora le conseguenze.

I contratti di debito sono scambi volontari tra creditori e debitori. Sono stipulati in un clima di incertezza: quando il debitore garantisce che restituirà una determinata cifra, è chiaro che quella garanzia è contingente alla sua capacità di risanamento. Il rischio è già previsto: la condizione che i creditori pretendano un compenso maggiore (tassi di interesse più alti), rispetto a quanto farebbero senza correre alcun pericolo.

Le ristrutturazioni del debito sono un elemento fondamentale della relazione tra chi presta e chi riceve. Sono procedure eseguite centinaia di volte e il modo in cui sono condotte determina anche il peso delle perdite. Una cattiva gestione delle crisi (come pretendere politiche di austerità, durante le recessioni anche se le prove dimostrano che l’austerità non fa che peggiorare la situazione) porta, inevitabilmente, a perdite e sofferenze maggiori.

Chi viene salvato dai bailout (come le banche tedesche e francesi, nel caso della Grecia), di solito si appella al rischio morale per giustificare la mancata ristrutturazione del debito. Afferma che la procedura creerebbe delle condizioni peggiori, in quanto altri debitori sarebbero più inclini ad “abusare” del prestito, senza pagare. Ma il rischio morale è solo una favola. Sia l’Argentina che la Grecia hanno già pagato caro per i loro problemi di debito, dall’inizio del default. Nessun altro paese vorrebbe andare incontro allo stesso destino.

L’esperienza greca ci insegna anche cosa non fare in caso di ristrutturazione del debito. Il paese ha “riorganizzato” il debito nel 2012, ma l’ha fatto nel modo sbagliato. Non era abbastanza per una ripresa economica ed ha comportato un cambiamento nella composizione del debito (si è passati dai creditori privati a quelli “ufficiali), rendendo una successiva ristrutturazione ancora più ardua.

Per certi versi la Grecia sta affrontando una situazione ancora più complessa rispetto all’Argentina. La crisi argentina, infatti, fu accompagnata da una forte svalutazione della moneta che rese il paese più competitivo e che, con la ristrutturazione del debito, creò le condizioni per una ripresa duratura. In Grecia, il default e la Grexit richiederebbero la re-implementazione della valuta domestica. Un conto è svalutare una valuta esistente, altra cosa è crearne una nuova nel bel mezzo di una crisi. Questo ulteriore elemento di incertezza non ha fatto altro che appesantire la pressione della Troika sul governo di Tsipras.

Quando il debito non è sostenibile, è necessario ripartire da zero. È un principio basilare e universalmente riconosciuto. Finora, la Troika ha negato questa possibilità alla Grecia. Non ci può essere un nuovo inizio in un clima di austerità. Questa domenica i cittadini greci si troveranno di fronte a due alternative: austerità e crisi senza soluzione di continuità o la possibilità di decidere del loro destino, in un contesto di grande incertezza. Nessuna delle due opzioni è semplice, entrambe potrebbero causare maggiori disordini sociali. Ma, almeno, una delle due alternative garantisce qualche speranza.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su The World Post US e poi tradotto dall’inglese da Milena Sanfilippo.

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