se l’Italia assomiglia alla Grecia – 367.

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Federico Fubini sul Corriere di oggi scrive un articolo sorprendente.

ve lo riporto nell’essenziale:

Potrebbe essere l’ora di tentare un esperimento. Fingiamo per un attimo di vivere in totale assenza di gravità politica, cioè di tutti quei vincoli e timori che frenano i governi preoccupati di non dispiacere troppo ai loro elettori. Forse a quel punto una soluzione razionale si presenterebbe sotto forma di uno scambio, sottoscritto da tutti con piena consapevolezza.

Il patto funzionerebbe così.

L’opinione pubblica e le élite di Roma accettano un certo numero di novità.

La giustizia civile inizia a funzionare come in gran parte degli altri Paesi europei.

La giustizia penale colpisce duramente la corruzione e l’estorsione a tutti i livelli, e chi denuncia con prove o indizi gravi potrà contare sulla tutela e il sostegno dello Stato.

L’amministrazione inizia a lavorare per i cittadini, accettando che il suo rendimento sia pubblicamente misurato e le nomine di rilievo si facciano in base alle qualifiche e non alle fedeltà di partito.

La lotta all’evasione diventa un obiettivo fondamentale dello Stato, perseguito senza arbitrarietà ma anche senza sconti.

Gli oligopoli e i monopoli nelle mani di pochi amici degli amici vengono smantellati, in modo che chi è più bravo possa trovare spazio e prosperare.

I presidi delle università, da ora in poi, saranno tenuti a rendere conto dei risultati dell’ateneo.

E i direttori regionali dell’istruzione non sono più fedelissimi di partito, ma manager pubblici che si sottopongono a una valutazione di tipo internazionale sui punteggi scolastici degli studenti.

Quanto alle tasse, non si aumentano più: l’Italia è già esausta così. 

A questo punto non è difficile immaginare il lato europeo dello scambio. 

La prima è un piano di ricostruzione come quelli che l’Europa ha già dimostrato di saper sviluppare, anche a proprio vantaggio, nei Paesi dell’ex patto di Varsavia.

La seconda conseguenza riguarda invece il debito italiano: le scadenze di rimborso ai governi o al fondo salvataggi sono spostate in avanti di trent’anni ai tassi attuali, o più bassi. Uno slittamento delle scadenze di tre decenni implica probabilmente una riduzione di circa metà del credito in termini di valore netto attualizzato. 

Per parte propria, gli italiani sapranno quali sono i benefici e potranno mobilitarsi per raggiungerli. Se non vogliono, sapranno anche qual è l’alternativa: il divorzio.

Fin qui la soluzione possibile in assenza di gravità politica. La politica però non si fa mai in assenza di forza di gravita, cioè vincoli e pressioni, e nel mondo reale tutto è diverso. Gli italiani preferiscono incolpare dei propri mali chiunque fuorché se stessi. E in Germania prevale una versione dei fatti che dimentica il ruolo delle stesse banche tedesche, prima della crisi, nell’alimentare la bolla del credito nell’Europa del Sud. Forti di questa dimenticanza, molti tedeschi ora rifiutano l’evidenza: buona parte dei prestiti all’Italia sono semplicemente irrecuperabili.

Da entrambi i lati queste rimozioni strategiche di parte della realtà nel tempo si sono cronicizzate, perché molti politici hanno capito che generano consenso elettorale. La sfida per i creditori e per i debitori è tutta qui: raccontare una completa verità ai cittadini europei e quindi disegnare un percorso che non si perda ancora una volta nella foresta del debito e della recessione. 

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ma no, ho scherzato! il Corriere parlava della Grecia, mica dell’Italia: che credete?

pero` basta rimettere Grecia dove io ho scritto Italia e l’articolo del Corriere e` qui sopra, praticamente intatto.

e` sorprendente per me, che mi credevo un precursore, accorgermi che oggi perfino il Corriere e` per il taglio (mascherato) del debito greco:

Oggi l’esposizione verso la Grecia è di circa 850 euro per ogni abitante della Germania e di circa 630 euro per ogni abitante d’Italia. Uno slittamento delle scadenze di tre decenni implica probabilmente una riduzione di circa metà del credito in termini di valore netto attualizzato. Per i contribuenti italiani equivarrebbe a una tassa «una tantum» di circa 300 euro, per i tedeschi di 400. Bisogna chiedere loro se sono disposti a pagarla per chiudere questa ferita una volta per tutte, a fronte dei benefici molto superiori garantiti dell’integrazione europea; oppure se preferiscono invece rischiare di perdere tutto per colpa di una frattura nell’area euro che si infetta.

ma ancora piu` sorprendente, per me – che rimango un precursore almeno nel giudizio che do di me stesso – e` che nessuno pensi che, fatte le debite proporzioni, un programma simile andrebbe benissimo anche per l’Italia.

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