addio, Sebastiano – 369.

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per quel che ho letto di lui, Sebastiano Vassalli, morto ieri, era uno scrittore intenso, potente e vero.

i primi due aggettivi li dedico alla qualita` della sua scrittura.

il terzo alla qualita` della sua vita di scrittore.

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vi e` infatti una regola molto semplice e proprio per questo per niente applicata in Italia, per distinguere uno scrittore vero da uno pseudo-scrittore – almeno secondo me, e adesso provo a dirla.

essere uno scrittore vero non ha direttamente a che fare con la qualita` della scrittura.

sembra che il progresso complessivo della civilta` e della cultura, assieme all’istruzione di massa, abbia reso relativamente facile scrivere bene o anche quel tanto abbastanza bene che garantisce, a chi sa tenere anche mediocremente la penna in mano, un certo successo, e perfino una certa qualita` di quel che scrive, grazie alla concentrazione delle consulenze e dei supporti – che fanno oggi di uno scrittore affermato una specie di bottega artigiana rinascimentale o un set cinematografico, un luogo cioe` dove domina il lavoro di equipe.

impossibile non arrivare a prodotti di qualita`, come, per dire, al corrispondente editoriale di un film di Sorrentino.

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ma quello che rende vero uno scrittore e` il suo sovrano menefreghismo per questo mondo, la sua indifferenza al successo commerciale, la sua fedelta` assoluta ai propri bisogni interiori.

insomma, per dirla chiaramente: uno scrittore e` vero quando non smania per il successo.

mettete il demone della ricerca della popolarita` nel cuore di qualcuno che pure magari in origine aveva da dire qualcosa e tutto gli uscira` corrotto e insulso dalla bocca, simile ai prodotti di una qualche agricoltura mindustrializzata, che APPAIONO belli, anzi perfetti, e sono insipidi perche` hanno perso l’anima.

sull’altra piattaforma su cui e` nato questo blog ho conosciuto diversi scrittori e scrittrici, alcuni di straordinaria qualita` Luisa Ruggio, Patrizia Cafiero, Paolo Zardi, lo sconosciutissimo ed inedito Vitaliano Gazzolin (perdamasco), l’inedito e precocemente scomparso Joerg Schwipper – e chiedo scusa ai molti altri di cui tacero` il nome e con i quali ho semplicemente avuto relazioni personali meno intense.

ma questo criterio di selezione cosi` empirico e terraterra mi ha sempre permesso di distinguere anche fra loro le scritture piene, risuonanti di un mondo insostituibile, dalle produzioni solo apparentemente vicine a queste, in realta` non masticabili a lungo ed insulse.

ho fatto la verifica varie volte: se sacrificavo la lettura di chi si dedicava nevroticamente a diventare uno scrittore di successo perdevo poco o nulla e sempre di meno quanto piu` si avvicinava al successo.

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Sebastiano Vassalli e` vissuto appartato, ed amava un altro grande simile a lui, Dino Campana, al quale aveva dedicato il suo libro piu` bello, La notte della cometa; ha saputo scrivere cose che certamente sapeva sarebbero risultate sgradevoli, ha rifiutato di farsi inquadrare in qualche camarilla letteraria del politically correct, dove avrebbe facilmente trovato dei laudatori da ricambiare, basta sapere sputare i peli dalla lingua prima che ti facciano vomitare.

per questo gli tocca adesso al momento della morte quasi improvvisa – lui che quest’anno era candidato al Nobel per la letteratura – qualche necrologio frettoloso e distratto, che dormiva gia` pronto negli archivi; ma non manchera` a nessuno.

nessuno ti rimpiangera`, Sebastiano Vassalli, che sapevi scrivere cose grandi e vere, ma eri un personaggio scomodo nel paese delle mafie, anche letterarie.

per questo ti saluto col cuore almeno io, da questo blog altrettanto solitario, sdegnoso e schivo.

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vorrei ricordare Vassalli adesso, per rileggermelo assieme a chi arrivera` fino a questo punto del post, con qualche stralcio di un suo articolo, esemplare del suo modo di scrivere, dedicato a Dino Campana, ed uscito sul Corriere nel 2003:

(…) Il 1985 avrebbe dovuto essere un anno di svolta per gli studi campaniani.

In seguito alla pubblicazione (nel 1984) del mio romanzo-verità La notte della cometa, dal municipio di Marradi incominciarono a venir fuori carte e carte (prima non c’ era nulla) che avrebbero dovuto smentirmi e che invece confermavano quasi tutto della mia ricostruzione «romanzata».

Campana, ovunque andasse, si lasciava dietro una scia di fogli di via, verbali di polizia e cose del genere, con date e timbri.

Quelle date e quei timbri mandavano definitivamente all’aria la biografia del Pariani e avrebbero dovuto sgombrare il campo da molte leggende. (…)

Quella storia, da quasi un secolo dà fastidio a tutti: ai familiari, ai concittadini, ai medici, alla società letteraria; e si è cercato di seppellirla sotto un cumulo di leggende, che fino al 1985 si appoggiavano all’autorità dello psichiatra Carlo Pariani, autore di una biografia dal titolo perentorio: Vita non romanzata di Dino Campana scrittore.

Carlo Pariani non era, come molti credono, il medico curante di Campana.

Era un tale che andava a trovarlo in manicomio per una sua ricerca su genio e follia.

Dino gli confidava di essere elettrico («Mi chiamo Dino, come Dino mi chiamo Edison… sono elettrico») e, tra un delirio e l’altro, gli raccontava ogni genere di balle.

Gli diceva di essere stato cinque anni in Argentina; di essere andato a Odessa; di aver patito la prigione a Parma, a Bruxelles, a Basilea, eccetera. (…)

Altre leggende, come quella riferita da Martinoni a proposito del servizio militare del poeta:

«Dal gennaio ai primi di agosto del 1904, e qui torniamo alle notizie accertate, Campana è a Ravenna, dove presta servizio militare in qualità di soldato».

Notizie accertate un corno.

Io non so su cosa Martinoni basi la sua affermazione, ma so che le cose stanno diversamente e che riguardano un periodo importante, di un paio d’ anni, della vita di Campana.

Le principali questioni non ancora risolte nella biografia del poeta sono appunto queste.

IL SERVIZIO MILITARE – Il Registro della leva e le altre carte dell’ Esercito, che non si trovano a Marradi ma all’Archivio di Stato di Firenze, a proposito del servizio militare sono chiarissimi: Campana è «volontario» ed è «allievo ufficiale».

Sembra una sciocchezza, ma le scuole per ufficiali (non «sottoufficiali»: proprio «ufficiali») in Italia e in quell’ epoca erano tre: quella di Cavalleria a Pinerolo, quella di Fanteria a Modena e quella della Marina a Livorno.

I corsi di Modena duravano due anni e prevedevano quattro esami: caporale, sergente, sottotenente e tenente.

Campana (è scritto nei documenti) passa l’ esame di caporale e non passa quello di sergente.

Espulso dall’ Accademia, finisce il periodo di ferma da qualche altra parte. Dove?

LA SIFILIDE – Questo è il punto che suscita più malumori.

Premesso che la prova provata della sifilide di Campana non potrà mai esserci, così come non potrà mai esserci per Nietzsche o per altri personaggi illustri morti di quel male, alcune osservazioni si impongono.

La prima è che i comportamenti di Campana erano a rischio.

Chi navigava nel mare delle «troie dagli occhi ferrigni» e delle prostitute del porto di Genova, prima o poi pescava quei pesci, cioè quelle malattie.

La seconda osservazione è che tutto il decorso della malattia di Campana, dalla paresi facciale del 1915, alla distruzione del sistema nervoso con conseguente follia, alla morte in manicomio nel 1932 è quello, da manuale, di una sifilide nervosa: perché ostinarsi a negarlo?

Cosa c’ è da difendere: la famiglia?

La categoria degli psichiatri?

L’ albo professionale dei poeti?

Anche il lungo decorso della malattia non costituisce un’ obiezione valida.

Campana era giovane e forte (Soffici ne descrive le «gambe ercoline» e il «viso di salute»); e la sifilide può durare anche venticinque anni.

L’ AMORE PER SIBILLA ALERAMO – Nell’ Italia senza più uomini della Prima guerra mondiale, la poetessa Aleramo incontra un maschio giovane e forte, e lo fa suo.

È l’ estate del 1916.

Ma dopo poche settimane di passione sfrenata si scopre che, se quel maschio non è al fronte, c’ è una ragione.

Incominciano le scenate e le botte.

Nel gennaio 1917, Sibilla accompagna Dino dallo psichiatra Eugenio Tanzi, un luminare per quell’ epoca; e la loro relazione finisce lì.

Lei scappa, si nasconde, trascorre mesi e mesi «in stato di santità» («un record»), gli scrive «cane arrabbiato che mi hai morso…».

A quanto pare, deve curarsi.

Lui alterna periodi di lucidità ad altri di follia.

Un giorno (nel settembre 1917) riceve una lettera su carta intestata di un albergo in Valsesia; parte per raggiungere la sua bella, ma lei non è più lì e lui viene arrestato come disertore…

L’ ELETTRICITÀ – In manicomio, per molti anni, Campana viene fritto con l’elettricità.

«Attrassi l’attenzione della polizia marconiana e mi ruppe la testa. Mi investì con una forte scarica elettrica. Credevo che mi avessero rotto una vena nel cervello!».

L’ uso e l’abuso dell’elettricità con i matti è iniziato nella Prima guerra mondiale, in tutta Europa, per tenere gli uomini nelle trincee e non ha ancora finalità terapeutiche accertate.

Negli anni Venti è un uso sperimentale e punitivo, che sostituisce catene e botte.

Gli apparecchi con cui si danno le scosse sono descritti e riprodotti nella vecchia Enciclopedia Treccani: rocchetti a corrente alternata, pennelli faradici e simili.

Qualcuno di quegli strumenti è ancora visibile nei musei, là dove si sono volute conservare le attrezzature dei vecchi istituti manicomiali; ma già alla fine degli anni Trenta non venivano più usati.

Vorrei concludere questo articolo con una considerazione personale.

Non credo che scriverò più su Dino Campana.

Nel corso degli anni, ho fatto tutto ciò che poteva essere fatto per restituire quell’uomo alla sua verità.

Non ci sono riuscito (…).

Consegno la memoria di Dino ai film melensi, alle biografie deliranti o troppo circospette, ai «chissà!» e alla strizzatine d’occhi, ai premi letterari a lui intitolati e alla compagnia di villeggianti che ogni estate si riunisce a Marradi per assegnarli.

Hanno vinto loro.

Addio, Dino.

* * *

si`, hanno vinto loro, vinceranno sempre loro.

addio, Sebastiano.

pero` mi basta ritrovarti anche solo in un articolo come questo, per sentire tutta la tua forza, la tua autenticita`, la tua sconfitta.

si`, sono queste e non altre le cose che fanno uno scrittore vero e da oggi in Italia ne abbiamo uno di meno.

e mica ne abbiamo tanti, ma questo lo sapevi benissimo anche tu.

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Sibilla Aleramo e Dino Campana

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4 risposte a “addio, Sebastiano – 369.

  1. Grazie per aver riportato questo bel brano. Da “etrusca” – perché da maremmana è così che mi sento, nonostante i capelli chiari che avrà lasciato un barbaro di passaggio – ho adorato anche Un infinito numero.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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