chi e` Jacob Barnett e perche` sentirete ancora parlare di lui – 386.

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Jacob Barnett, ragazzo americano di Indianapolis, a tre anni, giocando a palla, discuteva ad alta voce sulle possibili leggi che ne guidavano il movimento e sul loro collegamento col movimento dei pianeti.

a 10 anni si e` iscritto all’universita` (in un paese dove il titolo di studio dipende dalle capacita` e non dall’eta`, ed e` una piccola o grandissima riforma per una buona scuola che non sarebbe costato nulla fare anche da noi), a 11 si e` laureato, a 12 anni è diventato ricercatore in Fisica Quantistica in Canada: ora ha 16 anni e sta elaborando una teoria della relatività alternativa a quella di Einstein.

e` possibile che ce la faccia: ha un quoziente di intelligenza di 170; Einstein di 160 (dicono, anche se non e` sicuro che abbia mai fatto il test) ed e` battuto anche da Nicole Barr, una bambina rom di 12 anni che vive in Inghilterra e ha un QI di 162.

anche Domenico Pessotto, 50 anni, ha un Q.I. di 160 come quello di Einstein, di Stephen Hawking e Bill Gates: vive a Gaiarine, provincia di Treviso, nome per me familiare perche` si trova a pochi chilometri dal paese di mia madre, e fa il magazziniere, perche` l’insegnante, a scuola, quando era ancora un ragazzino, disse che non scriveva bene in italiano e lo fece mandare a una scuola professionale: e` il bello di un paese come l’Italia che si ritiene all’avanguardia nel mondo per la sua cultura umanistica e le sue bellezze artistiche.

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anche Barnett ha avuto una infanzia difficile, visto che gli esperti avevano stabilito che non avrebbe mai imparato a leggere, scrivere o perfino ad allacciarsi le scarpe: si sforzavano di sviluppare in lui le capacita` standard, di farne un uomo comune e avevano costretto i genitori a iscriverlo ad una scuola speciale per ragazzi con problemi; ma Jacob e` stato fortunato di essere stato sostenuto da una madre che non si e` piegata.

Barnett infatti e` autistico, nella variante della sindrome di Asperger, che si collega facilmente alla genialita`, pare, secondo alcuni recenti studi.

genio e sregolatezza, ma soltanto mentale: forse i due aspetti hanno davvero qualche collegamento fra loro.

nel senso che una mente non sottoposta alle regole normali delle menti comuni e` piu` facile che raggiunga prestazioni superiori.

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ma la sindrome di Asperger di Barnett resta un dettaglio, che lui condivide con altri grandi geni che hanno fatto la storia e che le persone, ahime`, comuni trovavano insopportabili.

il fatto tragico rimane che l’intelligenza spiccata negli esseri umani e` un’anomalia per gli esseri umani normali.

in passato avrebbe anche potuto portare sul rogo; oggi spedisce facilmente in qualche scuola per portatori di handicap.

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soprattutto se sono i piccoli presuntuosi e prepotenti uomni comuni a poter decidere di emarginare chi e` troppo intelligente per loro, che neppure sono in grado di riconoscere la genialita`.
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19 risposte a “chi e` Jacob Barnett e perche` sentirete ancora parlare di lui – 386.

  1. Nel film veniva fuori questo aspetto: il bisogno di dare e ricevere amore ( però non comprendendolo in modo chiaro) senza saper come si fa. Poi c’ è un parziale miglioramento alla fine.
    La scorsa settimana al Christ Church di Oxford ci hanno fatto vedere un documentario sul vero Rain Man, che è morto di recente e il suo cervello è ancora sotto osservazione per la ricerca. Possiamo riparlarne, ma ora ti saluto, bortocal, e vi saluto. Grazie per gli stimoli.

    • grazie anche a te, principotta, e spero che tu stia meglio oggi.

      è veramente bello quando si sviluppano discussioni così interessanti, lo dico più che altro da animatore 🙂

      • È un ruolo ( quello di animatore ) che svolgi sempre benissimo. Quello che ti è venuto meglio nella vita?!?! No, dai, è una provocazione.
        Volevo dirti che il vero Rain Man si chiamava Kim Peek. Sembra però che avesse una parte del cervello danneggiata. Adesso che ho visto il video capisco che Dustin Hoffman lo ha reso benissimo nei movimenti. Identico.

        • ma io veramente ho sempre pensato, sia quando facevo l’insegnante sia da preside, e perfino per il breve periodo della mia vita giovanile in cui ho fatto politica attiva, che la mia vera funzione fosse quella di animatore dei cervelli e delle coscienze e il blog mi da` l’illusione per un poco di continuare a farlo.

          non trovo affatto riduttiva la definizione e non mi dispiace se fa pensare che in fondo faccio divertire la gente, dato che – come ben si sa – il divertimento vero e` il principale veicolo dell’apprendimento. 😉

          ritengo anche, figurati, che anche pensare possa essere un’attivita` piacevole (ma qui forse sono troppo ottimista).

          certo che se la gente si diverte a giocare a scacchi o a carte e meno a discutere e` forse perche` le regole della discussione sono molto meno chiare… 🙂 🙂 🙂

          • C’ è un ramo della linguistica e della prossemica che studia proprio le regole della conversazione, visto che le nomini. Io però non ho studiato quella parte, mi sono fermata all’ alternanza dei turni 🙂
            Ma ci sono, ci sono !!!

            • forse volevi dire della comunicazione.

              anche se qui il problema e` piu` profondo.

              personalmente non conosco studi sulla comunicazione umana non DELLE, ma ATTRAVERSO le emozioni.

              certamente e` un limte mio.

              parlavo poco fa con un amico delle regole implicite del traffico nei paesi primitivi che ignorano completamente il codice e dove la precedenza spetta semplicemente al piu` aggressivo e determinato.

              in questi paesi si puo` osservare che il traffico e` fluido e gli incidenti non piu` numerosi di altrove: eppure chiunque deve decidere in una frazione di secondo se la persona che ha davanti e` piu` aggressiva di lui oppure no, senza altri segnali linguistici a disposizione che la percezine intuitiva della condizione emotiva di una persona sconosciuta intravista per una frazione di secondo.

              non so se e` l’esempio giusto, ma a me pare un discreto esempio di quel che intendo per comunicazione attraverso le emozioni.

                • si`, mi ricordo vagamente la cavillosita` dei linguisti… 😉

                  ma allora non capisco proprio che cosa c’entri l’analisi delle regole della conversazione: qui di ben altro che di conversazione si tratta.

                  pero` correggimi se c’e` ancora qualcosa che capisco male. 🙂

  2. tempo fa lessi una cosa molto interessante che mi ha fatto particolarmente riflettere (mi pare su questo link ma non ne sono sicuro, ricontrollate voi che il doc merita abbastanza: http://cronologia.leonardo.it/cerv01.htm ).

    già sapevo che la memoria, in particolar modo la memoria a lungo termine, si lega moltissimo alle emozioni e alle percezioni sensoriali in generale.
    basti osservare i criteri fondanti degli spot pubblicitari per farsene un’idea basilare, anche se i markettari se ne inventano ogni giorno una nuova 🙂

    conoscevo in particolare il principio mnemonico del PAV – paradosso azione vivida – e successivamente sono venuto a sapere come le memorie a lungo termine siano associate fisiologicamente più che altro nelle zone antiche del cervello, quelle che controllano i canali sensoriali e, successivamente (a livello evolutivo), emotivi.
    chi ha deficit cognitivi a livello affettivo-empatico fa più difficoltà a ricordare episodi a lungo termine, al contrario alcuni sensi “primitivi” come l’olfatto fissano in modo incredibilmente duraturo i ricordi nella mente.

    ciò che mi mancava e che mi ha stupito, è stata una semplice costatazione, meravigliosamente logica per lo più: ossia che una carenza nelle capacità mnemoniche a lungo termine in realtà facilita il ricorso all’intuizione e rafforza le capacità creative ed astratte dell’individuo.

    in parole povere, una persona meno dotata di ricordi a lungo termine è meno soggetta alle tracce mnemoniche e alle abitudini mentali che ne derivano, essendo “costretta” a reinventarsi nuovi schemi comportamentali con maggior frequenza.

    in parole ancora più povere, chi molto ricorda è meno duttile nel pensiero creativo, viceversa una mente più sgombra dall’influenza dei ricordi è tendenzialmente più aperta a nuove visioni d’insieme, lasciando più risorse alla memoria di lavoro a breve termine.
    pare inoltre che gli scimpanzé siano, da questo punto di vista, molto più creativi ed intelligenti degli esseri umani.

    per concludere con una battuta, che potrebbe non essere d’altronde solo una stupida battuta, la genialità umana sarebbe più vicina alle scimmie che all’uomo stesso: lo “sciocco” ed abitudinario uomo comune diventerebbe dunque il tramite per fissare culturalmente la genialità di quei pochi individui anormali di rottura, in quei rari casi in cui ne riesce ad identificare un’utilità sociale.
    negli altri casi, tali individui vengo emarginati e oppressi in quanto incomprensibili destabilizzatori.

    io, che ben poco ricordo del passato, che quasi non ho olfatto e che ho sempre avuto l’impressione di provare sentimenti del tutto diversi rispetto ai miei coetanei, potrei scoprire di vivere meglio con tarzan e i suoi amici, in una florida e pericolosa giungla.
    ma forse sono solo un inguaribile narcisista mattacchione 🙂

    • quanto al mattacchione, tranquillo, che su questo blog siamo almeno in due! 🙂

      ma tu ci hai citato un libro intero online!

      ci fidiamo dei tuoi ricordi e delle tua correttezza di lettore citante (anche se il testo merita una lettura per conto suo).

      l’idea che memoria e intelligenza siano in qualche misura antitetiche fra loro mi pare anche presente nel senso comune.

      avremmo dunque una umanita` in cui si distinguono tendenzialmente gli esseri umani prevalentemente mnemonici, abitudinari, conservatori, dall’intelligenza piu limitata e di tipo logico ed analitico, e i mattacchioni tendenzialmente immemori e per questo anche piu` creativi, innovatori, illogici ed intuitivi.

      formiche e scimpanze`, suggerisci tu, anche se questa storia degli scimpaze` creativi nonl’ho digerita bene… 🙂

      l’osservazione veramente innovativa che porti tu sta nella sottolineatura della interdipendenza necessria fra i due tipi umani.

      l’umanita` comune poco creativa sarebbe necessaria come humus su cui si sviluppano i tipi creativi (accettati dai primi se e solamente se risultano socialmente utili, altrimenti soppressi fisicamente o comunque emarginati).

      aggiungiamo per completezza anche la verita` speculare: che anche la rete dei creativi e` necessaria al mantenumento in vita dell’umanita` comune.

      insomma, fino a che funziona bene, un caso di simbiosi reciprocamente utile! 🙂

  3. Avevi visto Rain Man ? Era austico e aveva una capacità di calcolo eccezionale. Ma non capiva niente dei sentimenti. Anche Einstein era a tendenza autistica. Sì, questo è in linea con quello che dici. Ma aggiungerei una cosa: menti eccelse per quel tipo di intelligenza logica che hai considerato tu possono non avere alcuna intelligenza emotiva. Perciò non capiscono le convenzioni, ma neppure i sentimenti.. Hai presente la scena in cui Rain Man scopre per caso il fratello e la fidanzata che fanno l’ amore e non sa di cosa si tratta, non lo capisce…Ovviamente poi ognuno è un caso a sé stante, non sto dicendo che per tutti sia così, ma è molto importante tenere presente la differenza tra le varie forme di intelligenza. È fondamentale.

    • si`, me lo ricordo (a grandi linee) quel bel film, che apri` un discorso importante sull’autismo, fenomeno che allora era quasi completamente sconosciuto e del quale oggi conosciamo tanto di piu`..

      ora comprendiamo molto meglio tutta la ricchezza di possibilita` (e di impossibilita`) che esprime un cervello umano.

      certo che dovremmo sapere tener conto di quanti tipi di cervelli diversi abbiamo davanti: ma il nostro cervello e` troppo semplice e quindi schematizza la realta` per provare a barcamenarcisi.

      ho anche l’impressione che in generale un aumento dell’intelligenza logica sia anche una diminuzione di quella emotiva, o per dirla piu` grezzamente, un potenziamento dell’egoismo.

      quanto piu` ti senti sicuro di te stesso, tanto meno senti il bisogno degli altri, quello emotivo intendo, non quello razionale.

      se e` cosi` e` una bella fregatura perche` potrebbe significare che soltanto gli stupidi, cioe` le persone insicure di se stesse, possono amare davvero, e il loro amore si rivolge preferibilmente a chi appare loro piu` sicuro di loro e piu` intraprendente, e proprio per questo molto meno disponibile a ricambiare nel profondo.

      • Ciao mi permetto di provare a rispondere su questo, io credo di capire che chi soffre di autismo senta comunque bisogno di ricevere e di dare amore: solo che non sa come si fa. Penso che chi soffre di autismo possa sentirsi molto sicuro di sé stesso su altre cose, ma insicurissmo quando deve capire le emozioni degli altri. E che con le rare persone con cui poi riesce effettivamente a stabilire dei rapporti emozionali, a quelle ci si attacca moltissimo e poi soffre più della media quando questi vengono meno…

        • forse hai frainteso, carissimo: il mio discorso qui sopra nella sua seconda parte non si riferiva affatto a chi e` affetto da autismo, ma al rapporto in generale fra intelligenza logica e intelligenza emotiva, in particolare nelle persone cosiddette normali.

          tu introduci (in un modo che mi sembra toccante) il tema diverso dell’autistico che ha difficolta` a capire le emozioni: non credo soltanto quelle degli altri, ma anche le proprie, forse.

          non e` una situazione assolutamente straordinaria: mi ci ritrovo anche io, ad esempio, molto spesso.

          insomma, la difficolta` di gestire le emozioni, altrui e proprie, e` in una certa misura diffusa in molti esseri umani (salvo quelli che le sanno gestire benissino, ad esempio strumentalizzandole), ma forse in alcune persone autistiche le emozioni sono semplicemente una lingua sconosciuta.

          ecco: non sto affatto dicendo che non hanno emozioni: sarebbe assurdo!

          sto dicendo che non hanno imparato a farne un linguaggio.

          conoscono le emozioni, ma non sanno come si parla con le emozioni.

          si`, credo che il centro del problema del rapporto con le emozioni nelle persone autistiche sia di tipo linguistico, non di tipo emotivo.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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