il senso morale dei gatti – 421.

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ebbene, a chi me lo aveva chiesto faccio sapere che la gatta sdegnosa del mio post n. 364 è tornata a trovarmi, una volta che le è passato il malumore per l’affronto che aveva subito quando avevo provato a toglierle le ragnatele di cui si era impiastricciata il muso.

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il percorso è sempre lo stesso: dalla finestra senza imposte della casa adiacente in rovina ai pali che sostengono la vite che le sta davanti, alla terrazza di casa mia, un salto forse di meno di mezzo metro.

ma dire che è tornata è dir poco, più giusto sarebbe dire che ha adottato me, o meglio la mia casa, come propria.

gira infatti con aria da legittima proprietaria, esplorando qua e là, ma aspetta comunque che io sia dormire per andare a frugare nella pattumiera e a volte rovesciarla.

quando non trova nulla mi si piazza davanti, mi punta gli occhi vagamente azzurrini e si mette a piangere con un’esperienza da accattona che meraviglia.

da un paio di giorni ha imparato a portarmi anche suo figlio: il gattino, che è oramai poco più piccolo di lei, che è abbastanza minuta, poppa ancora, ronfando fragorosamente sulla poltrona, mentre punta ritmicamente le zampette contro il ventre della madre come per spremerne fuori il latte.

entrambi si lasciano avvolgere dalla nebbiosa riconoscenza della maternità.

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ma ora mi distacco a mia volta dal piacere della descrizione (amo talmente i gatti che starei a parlarvene delle ore), perché vorrei proporvi piuttosto un problema di filosofia gattesca.

però prima mi serve soltanto un altro piccolo pezzo di descrizione per introdurlo.

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ho preparato per la gatta un piccolo tappetino di fibre colorate, sotto il termosifone.

per ora lo disdegna e preferisce la poltrona o il divano.

ma se sta seduta qui sopra, appena mi vede, scappa a coda ritta verso la terrazza, che le offre la via di fuga.

io naturalmente non ho mai dato segno di minaccia o anche solo di disapprovazione della sua disobbedienza.

il comportamento si ripete in altri casi: se la scopro in cucina, dove ha già rubato qualcosa e rosicchiato sacchetti, la sua fuga è talmente precipitosa che rischia di farsi male infilando la porta di sbieco a tutta velocità.

quindi lo sa che sta facendo qualcosa di non ammesso, non so come, ma lo sa.

questo non le impedisce affatto di farlo, serve soltanto a farle sapere quando è opportuno fuggire.

come vedete la descrizione ci ha già portato da sola sulla porta di casa del problema.

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leggo sul blog di Flavio TS:

In realtà pare che i cani abbiano una visione del mondo leggermente più allargata, nel passato e nel futuro.

e rispondo:

ho sempre pensato che gli animali, essendo privi di un io autobiografico, siano anche privi del senso del tempo, un po’ come succede ai bambini prima che se ne formino uno.

in questo senso vivono in un mondo dove il passato, il presente e il futuro non sono ben distinti fra loro, secondo me.

. . .

e questa affermazione, notatela bene, è la premessa.

è l’idea di una mente, quella dei cani e anche quella dei gatti, che funziona come quella di un bambino prima dei tre anni.

dove non c’è una memoria a lungo termine, quella che chiamo una memoria autobiografica, che si costruisce un io che si sviluppa nel tempo.

ma soltanto una memoria a breve termine, di fatti e cose che si collocano in un indistinto spaziale dove il presente il passato e il futuro sono una brodaglia cronologica unica, abbastanza indistinta.

come ben noto, la distinzione fra il passato e il futuro nei bambini si sviluppa abbastanza tardi e c’è un periodo della loro vita dove si tende a confondere le parole ieri e domani e a usarle a sproposito.

ora, i gatti (e i cani) rimangono, a parer mio, sempre al di qua di questa distinzione.

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per esempio non hanno paura di morire, perché l’idea stessa umana della morte comporta che si abbia ben chiaro che cosa è il futuro e che la morte ce lo toglie. 

come per il bimbo piccolo, la morte dei cani e dei gatti non è per loro qualcosa di molto diverso del loro togliersi momentaneo da qui.

e il bello è che hanno anche perfettamente ragione, nel loro mondo: siccome non sono individui distinti, la morte di un singolo gatto non impedisce affatto al gatto indistinto e globale di riaffacciarsi di nuovo qui quando vuole.

sì, i cani e i gatti sono soggettivamente immortali, di fatto, ma senza saperlo.

. . .

ora il problema filosofico, se qualcuno è sopravvissuto alla lettura fino a qui, è come può la mia gattina (lasciate che la definisca mia anche se non è così, ma piuttosto sono io che sono suo) sapere chiaramente che alcune cose che fa sono proibite (anche se le fa lo stesso), lei che non ha un io, che non ha una percezione distinta del tempo, che non ha capacità di astrazione.

non è un problema di filosofia gattesca, come l’ho definito all’inizio, ma un problema filosofico fondamentale sulla natura dell’etica umana.

perché qui siamo alle radici stesse dell’etica, come si forma anche nell’essere umano.

e noi vediamo che l’etica si forma senza un’idea astratta del bene e del male, senza una coscienza e un’autocoscienza completa, senza neppure l’idea della colpa e del conflitto morale.

si forma come un particolare tipo di precauzione, nient’altro.

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del resto alcune indagini recenti mostrano quanto precoce sia la formazione del senso etico, che compare già nel neonato.

leggete qui di esperimenti sul senso morale di bambini dai 12 ai 24 mesi: 

gli si mostravano cartoni animati in cui personaggi erano impegnati ora in azioni pro-sociali, come condividere del cibo, ora in azioni anti-sociali come colpire o spingere un altro personaggio.

bene, ci sono bambini che mostrano maggiore attività cerebrale nel lobo destro del cervello rispetto a quello sinistro in risposta al personaggio pro-sociale e sono anche quelli che fissano maggiormente il personaggio cartonesco che s’impegna in un’azione di aiuto, evidentemente perché si identificano con lui.

ma ci sono altri bambini che invece fanno il contrario e si gratificano di più a guardare chi sta facendo qualcosa di negativo.

in parallelo i genitori sono stati sottoposti a una serie di test per definire il loro atteggiamento morale di fondo e l’atteggiamento dei bambini è risultato correlato a quello dei genitori verso valori come correttezza di comportamento, equità e giustizia.

in sostanza, se i genitori sono piuttosto portati a giudicare favorevolmente comportamenti anti-sociali, anche i loro figli neonati lo sono già, almeno embrionalmente.

allora anche un bambino di 12 mesi, come un gatto, sa distinguere se un determinato comportamento è pro-sociale o anti-sociale, ma questo non significa affatto che sia portato a comportarsi bene.

in barba ad ogni etica socratica o platonica che identifica il bene col sapere e che dice che la scelta a favore del male nasce soltanto dall’ignoranza.

smentiti sul campo! smentiti per via sperimentale!

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a questo punto vorrei provare a tirare le fila del mio discorso, ma forse è ancora presto.

per quel che riguarda i gatti, direi di avere capito che anche il gatto, come il bambino piccolo, sa distinguere in base al suo senso morale che entrare a casa mia senza permesso non è una cosa giusta.

però mi pare che questo significa per lui soltanto che farlo lo espone a qualche rischio, non gli toglie affatto la voglia di farlo, anzi forse perfino gliela rafforza.

dato che il bello dei gatti e il motivo principale del loro fascino è che si sentono dei piccoli adorabili delinquenti.

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ma per quel che riguarda il mondo umano, non mi sento affatto di tirare delle conseguenze; direi soltanto che al momento sono abbastanza sconcertato dalle mie stesse idee.

possiamo osservare che c’è che si sente fin da molto piccolo un adorabile delinquente e chi invece un piccolo eroe della solidarietà sociale.

ma che cosa ne viene?

forse ho bisogno dello stimolo di qualche commento per provare a rispondere.

14 risposte a “il senso morale dei gatti – 421.

  1. Io rimarrei d’accordo col Socrate per un motivo molto semplice: avere la nozione che una certa cosa è male è un conto, averne esperienza sulla propria pelle, della sofferenza dell’altro, come se fosse me stesso, è un’altra cosa. Ora, a mio modesto parere, chi avesse questa coscienza, questa esperienza, questa sensibilità, questa immedesimazione, sarebbe naturalmente portato a evitare il male.

    • sto cercando di capire.

      ma sicome usi il congiuntivo e il condizionale ipotetici, mi pare che stiamo dicendo in realta` la stessa cosa (se non ho capito male).

      il cosiddetto intellettualismo etico di Socrate vale soltanto per alcuni esseri umani, quelli cioe` capaci di tutte quelle belle cose che dici tu: esperienza, sensibilità, immedesimazione.

      ma non valgono per la stragrande maggioranza degli esseri umani, per i quali, come per il gatto, l’etica si identifica soltanto con un sistema sociale di punizioni da conoscere per evitarle.

      per questa parte del genere umano sapere che cosa e` male non serve affatto a evitarlo, ma a farlo meglio.

      • Si’, ora io pero’ farei un passo in più e direi: la vera conoscenza non è solo sapere le cose, è anche sentirle con forza, solo cosi’ infatti si è pienamente coscienti di qualche cosa, mentre il semplice fatto di saperlo per averlo sentito dire significa che in realtà non lo sappiamo completamente. Finché non l’hai provato su te stesso non SAI veramente che cos’è, ne hai solo un’idea approssimativa. Quella che non passa dal mio sistema nervoso è una conoscenza solo superficiale. Per cui per me la vera conoscenza è quella forma di sensibilità che ci eviterebbe del tutto di fare del male agli altri, se ce l’avessimo. Se Sentissimo tutto quanto avviene agli altri come se stesse avvenendo a noi stessi, se avessimo la connessione elettrica telepatica che già abbiamo fra una parte e l’altra del nostro corpo, ma anche fra un individuo e l’altro, allora saremmo tutti buoni. Eppure nemmeno questo è vero, mi rendo conto in questo momento, perché c’è pure chi ama fare del male, anche fisico, a sé stesso, anche se rimane comunque un fatto più raro.

        • la natura ha fatto in modo che i terminali nervosi dei nostri cervelli si limitassero al nostro corpo.

          ma nello stesso tempo ha creato nel nostro cervello e perfino in quello degli animali piu` simili a noi una organizzazione a specchio dei neuroni che ci consente di immedesimarci istintivamente e senza mediazioni culturali nella realta` degli altri, anche se in un modo meno potente.

          in sostanza la natura ha voluto che fossimo degli egoisti, capaci, a tratti e un po` superficialmente, di commuoverci per chi sentiamo simile a noi.

          e` tutto vero quello che dici sulla potenza dell’esperienza diretta, e mi pare dipenda appunto da quanto appena detto.

          probabilmente per la sopravvivenza della specie questo altruismo limitato e` la soluzione piu` funzionale.

          se fossimo tutti altruisti puo` essere che le conseguenze sarebbero disastrose.

          e certamente non si potrebbe neppure essere altruisti se non si avesse un qualche amore per se stessi, anche se poi l’osservazione delle formiche farebbe credere anche il contrario.

          • Puo’ darsi benissimo quello che dici tu, che gli effetti sarebbero disastrosi.

            Pero’, ammesso e non concesso di accettare la mia teoria secondo cui l’immedesimazione è una forma più piena di conoscenza, cioè di presa di coscienza di cio’ che esiste, allora dinnanzi alla possibilità di conoscere qualcosa oppure no, ne verrebbe fuori che a volte è meglio non sapere, tranne il caso, che succede ogni tanto, in cui i fatti ci si pongono davanti ai nostri occhi in modo talmente evidente che non possiamo chiudere gli occhi, ma invece in molti altri casi, in cui si richiederebbe un’investigazione da parte nostra per poter sapere, sarebbe talvolta preferibile non fare questa investigazione?

            • caro Socrate, no, stilisticamente lui era molto piu` chiaro e lineare, almeno per me, mi spiace dirtelo e spero di non offenderti!🙂

              come si capisce bene,credo, io mi ritrovo bene in quella specie di corrente filosofica contemporanea che prende il nome di filosofia sperimentale e intende applicare anche alle questioni filosofiche il metodo scientifico, fino a che possibile.

              e di conseguenza si serve molto anche delle acquisizioni della scienza per affrontare i problemi filosofici, lasciando perdere volentieri quel tipo di filosofia che si fonda solo su se stessa.

              a me pare abbastanza evidente che, se per ipotesi, ciascuno di noi avesse dei terminali nervosi che gli trasmettessero le sofferenze di tutti gli altri immediatamente e con la stessa pienezza sensibile con cui percepiamo le nostre, il nostro cervello non sarebbe in grado di gestire tutte queste informazioni: non ha la potenza necessaria.

              quindi dovremmo palare di un essere umano ideale, e non ne vedo l’utilita`.

              tu obietti che questa conoscenza diretta e` l’unica vera forma di conoscenza.

              sono d’accordo con te; ed e` appunto per questo che ogni essere umano ha una conoscenza molto parziale del tutto, a cui puo` avvinarsi solo nebulosamente e per approssimazioni.

              i limiti insuperabili delle nostre possibilita` di conoscenza sono evidenti e dipendono direttamnete da come sono fatti gli strumenti che ci permettono di conoscere qualcosa.

              nello stesso tempo non eviterei di considerare, a proposito della conscenza diretta ed immediata, che tutto quello che ci da` in piu` in termini di immediatezza e` controbilanciato dalla parzialita` e unilateralita` del punto di vista.

              quanto all’utilita` del sapere o non sapere che hai collegato in un modo che non mi risulta chiarissimo a questa questione, proverei a risponderti come un vecchio saggio, dicendoti che non c’e` problema, considerando quanto poco sappiamo davvero anche mettendo assieme tutti i nostri sforzi per una conoscenza sociale.

              e in ogni caso alla questione si deve rispondere non in generale, ma caso per caso, perche` le cose che e` meglio non sapere dipendono molto da punti di vista soggettivi.

              per risponderti se ci sono cose che e meglio non sapere dovrei avere davanti anche un solo esempio concreto di un caso specifico nel quale non lo sia, almeno da un punto di vista paricolare.

              insomma, questo non e` un problema teoretico, a mio modo di vedere, ma un problema pratico.

              in teoria non si puo` escludere che possano esistere situazioni nelle quali sia piu` utile una mancanza di informazioni da un certo punto di vista: allora, vediamo qualche caso…

              ad esempio, se voglio fregare qualcuno, dal mio punto di vista e` piu` utile che lui no abbia una piena informazione che ostacolerebbe i miei disegni…

              • Beh, ti ringrazio per la risposta, che ho seguito per filo e per segno. E’ vero che nei dialoghi di Platone, di solito le risposte alle domande di Socrate erano più stringate, ad esempio: Si’. Oppure anche: E perché no? Oppure anche: E come potrebbe essere altrimenti? Quindi, effettivamente, se voglio fare il Socrate, oltre a rendere più chiaro il mio stile, mi converrebbe anche trovare degli interlocutori più tonti HAHAHAHA Se invece lo scopo era quello di ragionare sull’argomento, allora la tua risposta mi torna abbastanza convincente quando dici che il cervello umano non ha la potenza necessaria. Questo in effetti mi pare abbastanza probabile.

  2. abbozzo un’idea, da “studioso” e proprietario di gatti.
    non parlerei di etica nel loro caso, semmai consapevolezza di compiere un’azione che comporta rischi: un poco come cacciare.
    un gatto in perlustrazione in un territorio che non lo riconosce ancora come proprio può essere anche molto disinvolto, a seconda poi del suo carattere. ma quando si tratta di mangiare entra in uno stato mentale diverso, in cui sente incombere maggior pericolo e l’allerta sale al massimo.
    un gatto mentre mangia o è distratto dalla ricerca di cibo in generale probabilmente si sente molto più vulnerabile e cambia atteggiamento.
    pure ipotesi, le mie, chiaramente.

    d’altronde il mio gatto sa perfettamente quando compie qualcosa di sbagliato: basta semplicemente osservarlo nel posto in cui non gli è permesso andare che fa le volate alla carl lewis, perdendo il controllo del posteriore e spiaccicandosi puntualmente sulle vari pareti di casa🙂
    ma percepisce l’infrazione perchè in passato gli è sempre stato rimproverato quando faceva determinate azioni, e le associa alla punizione (in genere, sgridata e sculacciata sul fondoschiena).
    questo non gli impedisce di farle lo stesso: ma ha cura di farle quando non è visto (o pensa di non esserlo) e dunque non rischia. ad esempio se mi alzo di notte improvvisamente e vado in cucina, più volte mi è capitato di trovarmelo in cima ai fornelli, cosa che gli è proibita e che di giorno non fa mai (quando siamo in casa per lo meno).
    appena mi vede scatta giù e scappa via, prima ancora che io abbia la minima reazione al riguardo.

    eppure questo che descrivo del mio gatto lo associo appunto all’addestramento: nel tuo caso, la fuga penso sia dovuta piuttosto ai motivi che scrivevo all’inizio.
    lo associo un po’ al disagio che sente un essere umano quando qualcuno gli si accosta mentre sta espletando le sue necessità: non è solo vergogna, ma anche percezione di vulnerabilità a livello istintivo. solo che l’umano in tal caso non può scappar via o farebbe un macello😀

    eheh

    • ecco, mi costringi a scoiprire le mie carte, cominciando a scoprirle a me stesso, perche` mentre scrivevo il post non ero affatto consapevole di quello che stavo facendo.

      ma adesso che non sono piu` l’autore e divento il critico di me stesso, scopro, come tutti i critici, diverse cose che l’autore non sapeva del suo testo.

      riguardandolo, questo post solo in apparenza parla dei gatti; in realta` parla della maggior parte degli esseri umani che in pratica nel campo morale si comportano esattamente come i gatti.

      conoscono le regole, ma per loro sono un impiccio e usano la loro conoscenza per aggirarle meglio.

      non arrivano neppure a sospettare che le regole possano essere interiorizzate: forse piu` che interiorita` hanno interiora.

      e dico che chi ha una moralita` differente da gente simile dovrebbe proprio guardarsi.

      occorre riconoscerli: se li conosci li eviti.

      d’altra parte se vogliamo degli opportunisti che perseguono i loro piaceri e interessi senza alcuna moralita` o rispetto per l’altro, in fondo ci bastano i gatti, grazie.

      per la storia pratica che ha dato lo spunto per questa riflessione inconsapevole, devo pero` aggiungere che la gatta di cui parlo proviene da un’altra famiglia che abita un paio di case piu` in la`.

      quindi potrebbe avere ricevuto una educazione morale li` e non essere del tutto una tabula rasa etica, come ho ipotizzato nel post.

      la tua descrizione del gatto in fuga mi fa spanciare dalla risate: fra amanti dei gatti ci si capisce!

      • accidenti, avevo cominciato un abbozzo frettoloso di risposta, poi ho chiuso una pagina diversa di chrome e mi son perso tutte le pagine del gruppo, compresa quella in cui stavo scrivendo. firefox almeno mi chiedeva se ero sicuro di chiudere tutto il gruppo di finestre…
        imparerò mai a salvare con assiduità ciò che digito? bah!
        cmq volevo scrivere poco perchè domani sarà un giorno pesante e lungo, l’addio al celibato di un caro amico di cui farò da testimone al matrimonio. povero lui, ho sempre detto che è matto!!
        per cui meglio che ti risponda in altra occasione, con un poco più di tempo🙂

        ti anticipo solo che questo argomento è come una potente droga per me, in senso positivo.
        e mi stai dando infiniti spunti, non solo su questo post… sarà perchè mi sono rimesso a leggerti con assiduità?

        a presto!!

        • no comment sui commenti perduti: sono un maestro in questo campo…

          perche` abbiamo abbandonato Firefox? ecco un’altra bella domanda.

          aspettero` il prossimo commento, dunque: magari la bisboccia di un addio al celibato altrui fara` da Musa ispiratrice!😉

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