il blog e la bicicletta – 447.

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morte imminente dei blog?

Internet non sarà fatta da miliardi di persone che visitano milioni di siti web.

Il futuro sarà di grandi piattaforme centralizzate.

lo dice Evan Williams, cofondatore di Twitter e amministratore delegato di Medium, una piattaforma di blogging multiautoriale, la definisce La Stampa (ma io non ci ho ancora preso contatto e non ho capito bene che cosa sia).

naturalmente il Williams sta facendo il suo mestiere promozionale di Medium e dice che e` un grande successo che la sua piattaforma abbia 300.000 utenti che producono contenuti e 25 milioni di visitatori unici in un mese.

ovvero ogni utente che produce contenuti li` dentro abbia 80 visitatori unici al mese…

ma vogliamo scherzare? ho rifatto i conti tre volte e alla fine anche con una tabella Excel: questo misero blog, che sta in fondo ad ogni classifica di ascolto, ne ha forse qualcuno di piu` al giorno, mica al mese!

comunque Williams ha voluto la bicicletta e adesso deve pedalare…

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ma il Williams insiste e deve spararla grossa, per fare ascolto: 

I siti web sono nella stessa situazione in cui erano i dinosauri alla fine del periodo Cretaceo, 65 milioni di anni fa.

Ovvero in procinto di estinguersi.

Il futuro non è creare un nuovo sito web.

Questa idea è morta.

Un sito web individuale non interessa. 

La Stampa, dove ANTONIO ROSSANO riporta la notizia, commenta:

Blog e siti web? Scompariranno entro tre anni

Con la monopolizzazione della rete da parte dei social network si sgretolano le primitive strutture del web 2.0 per lasciar posto ad un mondo di piattaforme centralizzate che ospiteranno la maggior parte dei contenuti online.
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ora, nel 2011 sono stati censiti 173 milioni di blog nel mondo e Medium ne ospita al momento 300.000.
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mi pare che pensare di conquistare in tre anni i 172 milioni e 700mila che mancano all’appello sia una pretesa piuttosto megalomane.
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tuttavia le dichiarazioni di Williams sono interessanti perche` svelano la guerra che le grandi piattaforme stanno conducendo ai blog individuali.
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e` una guerra che dura da alcuni anni, anche se non pare che per ora abbia avuto un grande successo, o meglio ha avuto un successo soltanto relativo: 

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a giugno del 2011, la nazione con maggior tempo speso dagli utenti su blog, era il Giappone, (62,6 minuti al mese), seguito dalla Corea del Sud, Polonia, Indonesia e Brasile.
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Stai pensando di aprire un blog personale?
Accetta il consiglio di un amico: non farlo.
E, se già ne hai uno, chiudilo.
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Paul Boutin su Wired nel 2008
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e infatti fu proprio a inizio 2009 che anche io chiusi tutti i miei blog sulla vecchia piattaforma (salvo riaprirne uno qui, probabilmente per errore😉 ).
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la campagna contro i blog inizio` infatti, piu` o meno, nel 2008 e il protagonista fu allora Facebook; me ne accorsi bene sulla vecchia piattaforma, dove i lettori cominciarono a liquefarsi come neve al sole e una esperienza straordinaria di vita intellettuale di gruppo fini`, anche attraverso convulse lacerazioni personali (non solo mie, se la cosa potesse interessare).
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molte splendide creature che avevano blog meravigliosi fecero migrare le loro scritture o verso Facebook o verso la carta stampata, in alcuni casi anche contemporaneamente, e l’esperienza fini`, la piattaforma comincio` ad agonizzare e non casualmente verra` cancellata a dicembre, trascinando negli abissi, come un immane Titanicdieci anni di scrittura di migliaia di persone.
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e` il destino che attende tutti gli altri blog?
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e` quello che qualcuno vorrebbe: destrutturare la scrittura, destrutturare la riflessione.
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trasformarla in cicaleccio e chiacchiera da bar.
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e guadagnarci su: perche` anche il bar lo paghi semplicemente per andare a chiacchierare con gli amici…
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Le nuove realtà dell’informazione online accaparrano l’attenzione dei visitatori grazie ad una migliore visibilità sui motori di ricerca.

ecco, lo dicevo giusto allora, ma qualcuno mi smentiva a torto.

Oggi, una ricerca in rete dell’ultimo discorso di Barack Obama, porterà ad una pagina di Wikipedia o ad un articolo di Fox News e ad un numero ristretto di commenti di siti professionali come Politico.com.

La possibilità che il tuo contenuto intelligente sia in alto nella lista?

Praticamente zero.

salvo eccezioni, naturalmente.

fino a poco tempo fa un mio post era la prima voce indicata da google per la voce setticemia fulminante e questo ha portato nel tempo migliaia di persone su quell’unico articolo (peccato che non gli sia mai venuta voglia di leggere altro, neppure un articolo fratello che avevo linkato).

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Negli Stati Uniti il numero dei ragazzi tra i 12 ed i 17 anni che pubblicavano un blog è dimezzato, passando dal 28% del 2006 al 14% del 2009.

Proprio quando Facebook iniziava a diffondersi senza freni.

Nel 1997 i giovani creavano dei “diari” online e nel 2004 il blog era “the king”, mentre oggi la probabilità che un ragazzo apra un blog è la stessa che acquisti un CD.

I blog sono per i “40-qualcosa” con bambini.

Nel frattempo invece il numero dei blogger nella popolazione sopra i 34 anni cresceva dall’11% nel 2008, al 14% nel 2010.
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Jason Kottke, The blog is dead, long live the blog.
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Oggi la maggior parte del traffico di rete, verso i maggiori siti di contenuti (inclusi giornali on-line) viene da Facebook, mentre il peso del motore di ricerca si riduce notevolmente.

Lo scenario prospettato da Evan Williams sembra quindi concretizzarsi.

ANTONIO ROSSANO, La Stampa

pero` la battaglia e` aperta.

indubbiamente il blog e` come la bicicletta e le grandi piattaforme come Facebook sono dei Boeing 707.

ma questo non significa che l’aeroplano possa fare sparire la bicicletta.

e` anzi piu` probabile, sulla lunga distanza, che avvenga il contrario.

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pensare che questo articolo aveva all’inizio dato voce alla mia voglia di mollare, ma poi, proprio esaminando la questione, mi e` tornata la voglia di resistere.

e invece alla fine la mia morale e`: ho voluto la bicicletta? e adesso pedalo.

20 risposte a “il blog e la bicicletta – 447.

  1. articolo molto stuzzicante. provo ad approfondirlo aggiungendo dei dettagli tecnici, limitatamente alle mie conoscenze.

    in primis condivido la parte finale, specie nell’analogia tra boeing e bicicletta: ma la differenza più che funzionale è strutturale (vedi punto 2) è soprattutto di visibilità (vedi punto 1) nonchè di risorse per sostenere un sito con un grande accesso di visitatori (che si può risolvere sfruttando economicamente la popolarità, con una attenta ricetta di penetrazione nel mercato, ma sarà sempre più difficile nel futuro senza un certo budget iniziale)

    punto 1) discorso visibilità, la prendo larga.
    contenuti a parte, un sito per essere fruibile ha bisogno di server nonché di tecnici adeguati, proporzionalmente al numero di accessi dei visitatori. ma per finanziarsi (generalmente con pubblicità, iscrizioni/servizi a pagamento, donazioni libere) ha bisogno di accessi da parte dei visitatori.
    un sito appena nato per forza di cose parte con pochi accessi, e può necessitare di limitate risorse inizialmente.
    nel caso di un blog, i server spesso sono hostati gratuitamente e gli host utilizzano ambienti software in cui anche un utente che ci capisce poco o niente di informatica lo può gestire in autonomia: vedi ad esempio wordpress (naturalmente il ritorno economico della piattaforma host wordpress è rappresentato da tutti i servizi a pagamento più o meno professionali correlati, agevolati dalla popolarità ottenuta dal gran numero di utenti attivi iscritti gratuitamente oltre che da tutto il pubblico navigante non iscritto).
    ma consideriamo un sito fatto in casa: in genere ci si appoggia comunque ad hardware esterno a pagamento (a meno di non avere una super adsl o fibra con sufficiente banda di upload e ip statico = cifre esorbitanti), e ci vogliono un minimo di conoscenze tecniche per mettere in produzione l’ambiente software.
    a questo punto il neonato sito, a meno che non sia stato pensato per essere “regalato” agli utenti e dunque per forza di cose per restare piccolo (altrimenti bisogna spendere molto di più per server/banda più performanti), deve finanziarsi e lo fa in genere in uno dei modi che scrivevo sopra.
    ma per ottenere qualche soldo da donazioni/pubblicità/servizi a pagamento non bastano poche centinaia di visitatori, bisogna crescere e raggiungere un certo livello di massa critica al di sotto del quale resti in perdita: e come si fa ad ottenerla? In primo luogo è necessario farsi conoscere, in secondo luogo bisogna fornire un buon “servizio” (che nel caso di blog o siti di informazione in generale saranno contenuti che piacciano al target di navigatori su cui si punta).
    Tralasciando i contenuti che sono lo step successivo (per quanto altrettanto essenziale) i principali modi per farsi conoscere dalle masse sono:
    – pubblicità sui canali mainstream (non solo su internet)
    – passaparola, efficacie soprattutto se esplode con qualche forma virale tramite social
    – posizionamento nelle prime posizioni nei motori di ricerca più popolari

    nel primo caso evidentemente servono budget ingenti per risultare efficaci, specie se il servizio è quello di un’informazione generalista (più sostenibile in caso di target molto specifici, ma comunque è costoso proporzionalmente al numero di contatti derivati dai link pubblicitari)

    il secondo caso, quello virale, è una tecnica che chiunque può ottenere in linea di massima anche con una cazzata sparata su youtube ad esempio, ma se non è allineata al servizio può presentare risvolti più negativi che positivi, anche se supercliccata.
    a meno di non avere idee veramente brillanti è difficile emergere in questo modo senza appoggiarsi a professionisti, che costano ovviamente.
    il passaparola virale è fugace, in ogni caso.

    il terzo caso è quello che di primo acchito risulta il più economico e democratico: il buon posizionamento nei motori di ricerca.
    tralasciano il posizionamento in prima pagina a pagamento (che rientra piuttosto nel primo punto), farsi trovare su motori come google implica sia conoscenze tecniche che contenuti di qualità. insomma un buon sito, così come un qualsiasi blog in generale, può risultare tra i primissimi link in elenco. ma, salvo casi molto particolari (vedi articolo “setticemia fulminante”, evidentemente ben trattato, poco presente in rete come argomento e molto ricercato dagli utenti) bisogna sapere come fare: anche in tal caso ci si può affidare ad esperti di SEO (a pagamento) opure si possono studiare diverse guide online che spiegano i criteri per ottenere da soli buoni risultati, a partire proprio dalle guide ufficiali di google.

    il problema del posizionamento, almeno con google, è che tra i parametri di qualità emergono anche le “referenze” (non so se sia il termine adatto, vabbè) che quel sito ottiene in rete.
    ossia: si sale di rank nelle pagine di google se hai molti link in rete che puntano al tuo sito. tra questi link fanno anche parte, ad esempio, le condivisioni sui social come fb, google+ etc.
    significa più o meno che il motore di ricerca, tra i parametri di scelta nel posizionamento, predilige i siti che sono molto condivisi/linkati ossia che sono già popolari (nel ragionamento teorico che, più un sito è citato dai navigatori, più questo risulta intrinsecamente utile ed affidabile e quindi guadagna visibilità).

    QUESTO è il motivo per cui hanno affermato, cito “Le nuove realtà dell’informazione online accaparrano l’attenzione dei visitatori grazie ad una migliore visibilità sui motori di ricerca.”
    Si ritorna sempre allo stesso concetto: più un sito è popolare, più tale sito tende ad incrementare la propria visibilità e dunque aumenta di conseguenza la popolarità.
    non perchè google faccia preferenze verso i grandi gruppi rispetto ai siti minori, è solo che le masse di utenti in rete linkano statisticamente con più probabilità i siti dei grandi gruppi piuttosto che i piccoli (anche perchè semisconosciuti ai più).

    aggiungo un dettaglio fondamentale: il sito, con la condivisione, guadagna visibilità nei motori di ricerca non solo nella sua pagina specifica che è stata linkata, supponiamo da migliaia di persone su facebook.
    anche il sito stesso, la sua homepage e tutte le altre pagine che ospita, con la condivisione di una singola pagina guadagna di credibilità e dunque di visibilità a livello complessivo.

    mi spiego con un esempio:
    se molti utenti su un social condividono la pagina http://www.miosito.it/pincopallino.php, oltre a salire di rank la pagina “pincopallino.php”, sale di rank anche tutto il sito http://www.miosito.it comprensivamente delle pagine che contiene.

    ecco il punto focale quella faccenda: se un sito ha milioni di pagine e contenuti, vedi ad esempio wikipedia, ma pure le grandi testate di (dis)informazione nazionali, i social più popolari ed i grossi siti aggregativi in generale (quali quello di cui si parla nel post) avrà molte più probabilità che venga condiviso in qualche sua pagina rispetto ad un piccolo sito/blog con un numero limitato di contenuti.

    anche in rete, per ottenere visibilità, l’AGGREGAZIONE fa la forza.

    non so come vengano gestiti nel rank i sottodomini di piattaforme di blogging come wordpress, ma suppongo che li consideri grossomodo come siti a sè stanti, in ogni caso con meno rilevanza rispetto ai casi in cui il dominio è identico.

    ad esempio se tot utenti condividono sui social il link miosito.wordpress.com, il sito bortocal.wordpress.com potrebbe guadagnare un poca di reputazione di rimando ma certamente a livello minimo, diciamo pure irrisorio.

    se invece il dominio è unico, e ci fosse all’interno sia il mio sito (sitoaggregativo.com/miosito) che quello di bortocal (sitoaggregativo.com/bortocal), allora le condivisioni sui social del mio sito aumenterebbero la visibilità anche del blog di bortocal, e in generale di tutta la piattaforma sitoaggregativo.com

    2) per tali motivi appena descritti il futuro dei siti in internet, stante a questi meccanismi di funzionamento dei motori di ricerca (che seguono le leggi di ricerca di mercato) va giocoforza verso l’aggregazione in grandi siti che ospitino contenuti di una mole sempre maggiore di utenti e di contenuti, e questo vale in modo eclatante proprio per l’informazione generalista e per i blog (se i blogger vogliono aumentare la propria visibilità). in tal senso il boeing-aggregativo è strutturalmente diverso dalla bicicletta-blog individuale, pur avendo la stessa funzionalità informativa.

    viceversa un sito di nicchia specializzato in qualche ambito molto particolare può sperare di risultare ben posizionato anche restando molto piccolo, dal momento che si rivolge ad un target di navigatori che nel motore di ricerca non inseriranno parole chiave generiche ma ben specifiche: in tal caso chiaramente la contestualità specifica ricercata vince rispetto al credito di un sito (ottenutio dalla condivisione in rete dei suoi link), che sia anche molto popolare ma che non tratta di contenuti così specifici da comprendere tali parole.
    [attenzione poi che i motori guardano anche COME queste parole sono posizionate sulle pagine, considera in qualche modo anche l’organicità sintattica del contenuto: se faccio una pagina con un elenco smisurato di parole chiavi popolari e magari anche ripetute sopo per ottenere visibilità non solo non se ne guadagna, ma si viene flaggati come siti farlocchi e si finisce in fondo alla lista, o addirittura bannati dal motore di ricerca]

    in ogni caso, anche nel caso di siti specializzati, vedi esempio e-commerce, un sito aggregatore di molti prodotto come amazon.com avrà a parità di prodotto contenuto, ricercato dall’utente, molta più visibilità dell’anonimo miosito.it

    raggiungere una massa critica che permetta un livello di popolarità sufficiente a contrastare gli innumerevoli grandi gruppi già presenti online è sempre più difficile, e sarà sempre più arduo per un piccolo sito generalista risultare tra le prime pagine di google in futuro.
    anche perchè, se è vero che diversificando i contenuti di miosito.it si aumentano le probabilità di essere utili e ricercati a qualche utente, è purtroppo altrettanto vero che gli utenti internet, oggigiorno, non hanno più le skill dei navigatori di un tempo: vogliono la pappa pronta e un sito sconosciuto con innumerevoli funzionalità (specie se innovative) non lo digeriscono proprio, non hanno alcun interesse nè tempo per impararlo ad utilizzare. un sito per diventare popolare deve essere a prova di idiota, nonchè pure piacevole nell’impatto visivo.

    internet ormai non è più luogo, di questi tempi, per l’improvvisazione ed il self-made: per farsi conoscere si necessita di aggregazione non solo più a livello di utenti/contenuti, ma a livello proprio di progettazione tecnica e amministrazione della piattaforma.
    una persona da sola sempre meno può reggere il confronto di colossi strutturati con migliaia di siti ed esperienza alle spalle, salvo far uscire dal cilindro idee veramente geniali, e super specifiche in ogni caso.

    per quanto riguarda l’informazione popolare mezzo blog (ridotti sempre più all’osso dell’immediata immagine+tweet) il futuro lo vedo piuttosto virare verso i video-blog, e verso la multimedialità in generale.

    il che non significa che i blog classici “modello bortocal” spariranno, tutt’altro!
    i blog seri sono come il petrolio: non finirà mai del tutto e risulterà anzi sempre più prezioso, solo che sarà sempre più difficile scovarlo e “costoso” estrarlo (causa frustrazione del blogger)🙂

    • anche il tuo commento e` stuzzicante, per non dire molto ricco di informazioni.

      mi chiedo sempre se non e` sprecato qui, ma poi mi consolo pensando che siamo tutti vittima dello stesso sistema.

      ti ringrazio degli apprezzamenti, ogni tanto servono…

      mi pare di capire, comunque che tu consideri l’analisi di Williams fondata.

      credo anche io, ma di qui a vedere vicino il trionfo della sua piattaforma, ce ne passa.

      a proposito: la conosci? sapresti darmene una valutazione?

      • si credo che l’analisi sia senza dubbio fondata, e poi è la stessa analisi che mi ha portato a pensare a tutto il mio progetto web, nè più ne meno. solo che io non sono nessuno e lui è il cofondatore di twitter🙂

        non so se la sua piattaforma sarà o meno un successo. sicuramente scrive per farsi pubblicità gratuita attraverso i giornali, e dunque la spara alta altrimenti non farebbe notizia.
        d’altronde la pubblicità per mezzo stampa ha funzionato, dal momento che me ne parli te e io non ne avevo mai sentito parlare🙂

        ma le basi per aver un certo successo ci sono tutte, anche perchè parte da una base-utenti di non so quanti milioni, ossia tutti gli iscritti a twitter.

        sono andato a vedermelo un poco, per capire di cosa di tratta e come è strutturato.
        e ribadisco che si parte da quello che avevo in mente io, a livello tra l’altro solo parziale (manca ad esempio la geolocalizzazione, essenziale per un certo tipo di ricerca di contenuti).
        ossia:
        – sito aggregatore di post
        – utilizzo delle keyword per la ricerca (d’altronde li ha diffusi twitter, gli hashtag…)
        – suddivisione dei contenuti per categorie, proprio come avevo in mente io

        quello che manca rispetto alla mia idea è la possibilità di essere coautore di blog sullo stesso articolo. ma immagino che tramite relazioni particolari impostabili sulla piattaforma sia fattibile anche questo.
        non mi sempre in realtà per nulla innovativo, per chi proviene dal web 0.0 come me: è un ritornare indietro dai blog ai vecchi forum tematici, solo che hanno l’interfaccia bella, i vari strumenti di ranking (non ho guardato se c’è la visualizzazione per rank, come ad esempio c’è nel forum di grillo e stavo sviluppando anch’io nel mio sito) e naturalmente le keyword🙂

        ma il punto fondamentale per cui potrà aver successo non è il servizio che offre (figuriamoci, ce ne sono a migliaia che fanno grossomodo lo stesso), ma il fatto che si appoggia appunto su un potenziale di svariati milioni di utenti che lo possono utilizzare direttamente se sono già registrati a twitter senza seccature di ulteriori registrazioni.
        e questo oggigiorno conta ben più dell’innovazione del servizio offerto.
        a maggior ragione nel momento in cui tale aggregazione si risolverà anche in una maggior visibilità delle proprie pagine su google, come spiegato in precedenza.

        non credo cmq che, anche dovesse fare il botto, si rivelerà un “cannibale” di blog: alla fin fine fare copia incolla è questione di un attimo, e inserire i propri articoli sia sul vecchio blog personale sia su questa piattaforma è immediato (attenzione: da vedere le policy di proprietà dei contenuti).

        potrebbe essere che col passare degli anni, vedendo maggior accesso ed intervento su questo sito piuttosto che sul vecchio blog, un blogger potrebbero decidere di migrare definitivamente.
        ma attenzione che questo resta comunque una cosa diversa rispetto ad un blog personale, e qualche narcisista potrebbe volere la sua pagina tutta sua, senza essere “insozzato” dai post di milioni di altri utenti (potrebbe però darsi che siano possibili sotto spazi personali esclusivi, magari a pagamento, non ho approfondito), specialmente se il blogger si è già formato uno gruppettino di visitatori afecionados.

        diciamo che potrebbe essere un buon punto di partenza per chi ha un blog senza visitatori o quasi, e potrebbe essere specialmente una bomba usarlo fin da subito, in lingua italiana per pubblico italiano, ora che è appena nato: mettendo i link al proprio blog a fondo articolo si potrebbero aumentare esponenzialmente i contatti del vecchio sito, sfruttando questo nuovo canale.
        certo gli italiani devo scoprirlo per utilizzarlo, e qui potrebbe anche esserci da piangere, ma può valer la pena tentare…

        considerato che twitter è rivolto come canale di comunicazione per le persone che hanno già popolarità, questa nuova piattaforma è una diversificazione aziendale per andare a soddisfare anche le esigenze dei blogger che non se li caga nessuno (e che mediamente scrivono post più lunghi di un tweet, ulteriore ragione per cui non se li caga nessuno).

        geniale non lo è, ma certamente è intelligente, utile e sono certo che sarà ottimamente realizzato a livello software.
        imparagonabile a qualsiasi cosa avrei potuto mettere in produzione io…

        _______________

        MA, tuttavia, trovo molto più geniale un sito che avevo proprio letto qui su commento mi pare di flavio TS, questo:
        http://ed.ted.com/

        questo potrebbe essere il futuro, forse non in un paese zotico ed arretrato come l’italia, ma sono certo che all’estero spopolerà, o almeno lo spero perchè l’insegnamento e la cultura in generale nei prossimi decenni si diffonderà attraverso questi canali: a pillole.
        rispecchia in pieno la mia idea di web creativo per l’insegnamento e le scuole, integrando meravigliosamente tutta la parte video-multimediale che si appoggia su youtube.

        da condividere e promuovere.

        notte, anzi mattina🙂

  2. Dobbiamo distinguere fra i molti blog e i molti siti web. Sui molti blog la battaglia è ancora aperta, come dici tu. Ma sui siti web, intendendo wordpress come un singolo sito web fatto di molti blog, credo sia vero che non ha senso creare un sito web separato, tipo ilmioblog.it Quest’ultimo infatti è sicuro che non rientrerebbe in nessun motore di ricerca.

    • insomma, il campo vero di battaglia per internet sono oggi i motori di ricerca.

      con programmi selettivi e` facile orientare il pubblico, anche senza arrivare a quella internet a doppia velocita` che Obama ha stoppato, ma che verra` probabilmente riproposta dopo di lui.

      l’articolo di sopra a me e` parso interessante perche` qualifica bene i blog come una specie di riserva indiana.

      mi pare acuto anche quel che scrive Krammer nel suo commento, che ha descritto bene il cambiamento a noi poco evidente di internet negli ultimi 10 anni e il cambiamento radicale dei rapporti di forza al suo interno.

      la normalizzazione di internet mi sembra inevitabile, ma per linee cosi` soft che neppure che ne accorgiamo.

      buseca mi pare in una fase ancora fiduciosa: in ogni caso ha dato una indicazione preziosa, indicando una possibile per quanto impervia via per sfuggire all’accerchiamento.

      • in realtà prendendo gli ultimi 20 anni internet è cambiata radicalmente, e in modo assai vistoso.
        io ad esempio, che sono “nato” con usanet e con i forum di discussione primordiali, ci ho messo veramente molto ad adattarmi alla “nuova” concezione dei blog personali: non ne comprendevo l’utilità, dal momento che si poteva pubblicare qualsiasi informazione, in modo migliore sia per penetrazione di pubblico che per contributo discorsivo, già nei gruppi.
        ma il blog aveva appunto la caratteristica innovativa di essere _personale_ nonchè semplice da usare (rispetto ad un sito web classico in cui bisognava conoscere il linguaggio html) e utilizzando il protocollo web permetteva una maggiore multimedialità rispetto alla semplice scrittura di usanet.

        fino al 2000 se cercavo informazioni andavo direttamente nei vari canali di discussione tematica, italiani o stranieri: per diverso tempo mi è stato sufficiente per recuperare tutte le informazioni di cui avevo bisogno.
        ci ho messo un po’ per abituarmi ad usare i primi motori di ricerca come lycos e altavista (americani) ed arianna e virgilio (italiani: all’epoca faceva differenza usare un motore di ricerca piuttosto che un altro, eccome!), tutti precedenti a google, vista la progressiva esplosione dei contenuti (poi con la diffusione di google con il suo protocollo di ricerca innovativo e acchiappatutto si abbandonarono tutti gli altri, quasi di colpo obsoleti).

        senza contare che durante i primi anni i motori, google compreso, li usavo quasi esclusivamente per la ricerca nei newsgroup di usanet e non nei siti web classici, che ora sono il 99,999% delle pagine ma che un tempo, a livello informativo, erano limitati e quasi inutili.
        all’inizio erano per lo più cazzate: grossomodo pagine commerciali pubblicitarie oppure amatoriali (come dei “blog” primordiali per nerd) per chi voleva mettersi in vetrina e fare il figo.

        ricordo amazon di fine anni 90, sito rivoluzionario peccato che vendesse solo libri americani per il mercato americano.

        credo siano stati i siti di musica i primi a spopolare e lanciare il web che conosciamo nel grande pubblico giovanile, necessitando appunto della multimedialità per condividere i file audio (anche se si potevano già condividere attraverso ftp, ma avere il link diretto era tutta un altra storia!)
        non era diffuso ai primordi il formato mp3 e un cd musicale non compresso era grande quanto un mezzo hdd dell’epoca (senza considerare i modem analogici a 33/56kbps, ci volevano giornate intere per scaricare solo qualche brano).

        poi con l’avvento dell’mp3 ci fu la rivoluzione, e come dimenticarsi della meteora napster?
        vuoi mettere la soddisfazione di piratare la prima musica straniera, che non si trovava nemmeno nei negozi manco se andavo nei più grandi store di padova?🙂
        ma poi si poteva definire pirateria, dal momento che appena uscivano nei negozi nostrani gli album “underground” più belli andavano a ruba, quelli che non passavano manco alla radio? mi ricordo l’epopea del punk hard core melodico americano anni novanta…

        e non ti dico le bollette, a scaricare un album che poi si sentiva magari pure di merda costava quasi quanto comprare la cassetta (non i primi cd, quelli costavano di più).
        restava sempre il problema che non si trovavano nei negozi!

        che ricordi, il vecchio sincero grezzo ed elitario internet🙂

    • il problema di questi motori di ricerca alternativi è che devono essere conosciuti. se non sono conosciuti dalla massa, non esistono (proprio come i blog individuali) e non possono migliorare in alcun modo la situazione descritta.

      e come essere conosciuti dalla massa, se non proprio attraverso un motore di ricerca conosciuto/pubblicizzato/preinstallato, o attraverso qualche canale sociale molto popolare?😉

        • sto proprio scrivendo un commento dettagliato a riguardo, in risposta al topic.
          internet nel 98 era un’altra internet e me la ricordo bene (cominciai a navigare nel 96): l’emersione era più semplice soprattutto per chi produceva buoni prodotti, facilitata sia dalla concorrenza limitata, sia dal maggiore tasso tecnico e soprattutto propositività dei navigatori (altrettanto limitati in numero).
          prendersi una notevole fetta di mercato, in percentuale, all’epoca significava raggiungere e convincere qualche centinaia di migliaia di utenti o forse meno. oggi bisogna raggiungerne centinaia di milioni, a livello mondiale, e convincerli a scegliere il nostro prodotto sconosciuto rispetto a migliaia di altri prodotti analoghi, di cui qualche manciata di ottimamente funzionanti e strapopolari, con risorse inimmaginabili (vedi google).

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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