l’OCSE e la digital tax ipotetica di Renzi – 469.

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come Renzi lavora per i profitti delle multinazionali? 

leggete (pazientemente) e saprete.

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Il Senato degli Stati Uniti ha calcolato che solo le aziende americane hanno costituito negli ultimi dieci anni in paradisi fiscali 2.100 miliardi (più del Pil italiano) in profitti sui quali hanno pagato un’aliquota che va dallo 0 al 5 per cento.

Dieci anni fa Bush fece una sorta di condono (American Job Creation Act of 2004) per far rimpatriare i profitti off shore alle sue multinazionali, con una tassazione una tantum del 5,25 per cento.

Le multinazionali portarono all’epoca i loro quattrini in casa, ma subito dopo ricominciarono ad accumulare all’estero dei loro profitti, evidentemente sperando in un nuovo atto legislativo.

aziende leader nell’evasione del fisco nazionale nei diversi paesi sono le grandi dell’informatica.

i presunti grandi benefattori come Bill Gates investono in beneficenza profitti colossali ottenuti con forme di evasione legale, ad esempio in Europa semplicemente collocando le sedi ufficiali delle loro attività in paesi dal fisco compiacente, come il Lussemburgo o l’Irlanda.

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su questo punto interviene finalmente l’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, un’altra di quelle sigle che definiscono realtà semisconosciute e dai poteri vaghi, che tuttavia sono i centri burocratici del potere reale del nostro mondo: quello economico e finanziario. 

l’OCSE fu fondata nel 1948 come OECE, Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, nel quadro delle iniziative che poi portarono alla formazione dell’Unione Europea, da alcuni paesi europei di impianto democratico, allora (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo (pur se era allora una dittatura), Regno Unito, Svezia, Svizzera, Territorio Libero di Trieste (diviso poi fra Italia e Yugoslavia nel 1954) e Turchia; mancavano, tra i grandi, Germania e Spagna; ma alla fine degli anni sessanta il progetto europeista si era scisso in due diverse iniziative, il Mercato Comune Europeo, fondato da Francia, Germania, Italia, Belgio, Pesi Bassi e Lussemburgo, dal quale poi effettivamente si sviluppò l’Unione Europea, e l’EFTA, Associazione Europea di Libero Scambio, al quale aderivano altri sette paesi, fra cui il Regno Unito; nel 1960 vi fu la firma di una nuova convenzione dalla quale nacque l’OCSE vera e propria ed altri paesi si aggiunsero, in tappe successive, fra cui Stati Uniti, Canada e Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Messico, Corea del Sud ed Israele, fino a portare il numero degli stati membri agli attuali 34; ha sede ha Parigi e poteri consultivi.

fu l’OCSE a definire il criterio della stabile organizzazione di una multinazionale in un paese come presupposto per la sua tassazione, ed è stato proprio questo criterio a consentire sinora loro di collocare i centri della loro stabile organizzazione in un paese, per evitare la tassazione degli altri.

Tecnicamente era la normativa sui Beps, e cioè la Base erotion and profit sharing , e cioè la possibilità che oggi i grandi gruppi hanno di erodere la base imponibile e spostare i profitti dove più gli aggrada.

ieri l’OCSE ha pubblicato i nuovi principi fiscali di tassazione delle multinazionali, che consiglia agli stati membri.

ma, siccome la normativa sarà recepita dal G20 e, dunque, anche dai cosiddetti Brics, dovrebbe diventare di fatto mondiale o quasi.

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Le nuove prescrizioni (ma alcuni Paesi le hanno già adottate) che si applicheranno alle aziende con un fatturato globale superiore ai 750 milioni di dollari: si tratta di circa il 10 per cento delle multinazionali, ma che equivalgono al 90 per cento del reddito prodotto dalle stesse. 

L’Ocse prevede un nuovo «bilancio multinazionale», un «country by country reporting».

Le multinazionali dall’anno prossimo dovranno fornire un documento dettagliato in ogni Paese in cui operano su come sono divisi geograficamente i loro fatturati, profitti ed impiegati.

Insomma, le varie Google, Amazon, Facebook e via discorrendo renderanno pubblico al fisco italiano (come alle agenzie fiscali di tutto il mondo) non solo i dati domestici, ma anche quelli globali.

Ciò vorrà dire che una società digitale multinazionale presente in Italia, con pochi impiegati e fatturato contenuto, dovrà rendere pubblici gli eventuali profitti generati in Italia, ma trasferiti in altri Paesi, magari a fiscalità contenuta.

e le tasse relative a questi giri d’affari dovranno essere pagate nei paesi in cui le transazioni si sono svolte e non più nel paese dove ha la sua stabile organizzazione di comodo.

Questo sarà in grado di generare decine di miliardi di gettito fiscale aggiuntivo per i Paesi occidentali che, come l’Italia, sono ad elevata fiscalità.

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ok, ma che cosa c’entra Renzi?

qualche tempo fa Renzi si dichiarò contrario alla digital tax, cioè a tassare l’attività delle grandi aziende informatiche in Italia, dicendo che non era moderno farlo.

ma recentemente ha di colpo cambiato idea, come spesso gli succede, e qualche giorno fa ha annunciato l’introduzione di una digital tax per i colossi internet e che “far pagare le tasse nei luoghi dove si fanno transazioni e affari sarà legge in Italia dal primo gennaio 2017”.

Nicola Porro, che ha scritto l’articolo dal quale ricavo informazioni e citazioni, scrive che quello di Renzi rischia di essere un annuncio superfluo.

io sono più malizioso di lui: Renzi era contrario alla digital tax fino a che il problema non era di stretta attualità; ora che è diventata concreta la prospettiva internazionale di una tassazione effettiva, che non può più essere elusa, allora Renzi dice che l’Italia farà una legge dal 2017.

2017, mica subito: il tanto proclamato decisionismo fulmineo questa volta non c’è.

io dico che poi fra un anno si vedrà, tanto la gente ha la memoria di un criceto.

un anno di respiro in più e, tra le righe, forse anche la promessa di fare di testa propria e di non seguire l’OCSE.

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ma se vi sembro prevenuto e capzioso, male guidato dal fatto di considerare Renzi il principale avversario politico della democrazia in Italia e in Europa, avete pur sempre un’altra possibilità.

quella di pensare che ancora una volta il nostro amato leader parla a vanvera senza sapere nulla dei problemi che affronta.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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