ci siamo mangiati il capitale sociale – 514.

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da un articolo di Andrea Zhok su Sinistra in rete che affronta una problematica piu` vasta estraggo questa premessa, che reinterpreto e commento con frasi mie, scritte in grassetto.

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“Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza”

                                                           Derek Bok (Harvard University)

È divenuto costume ricorrente dei Presidenti del Consiglio italiani invocare una maggiore ‘fiducia’ come chiave di crescita e sviluppo. Dagli inviti berlusconiani all’ottimismo, da tradursi in spesa liberale al ristorante, al refrain renziano della fiducia nel paese contro i ‘gufi’ che remano contro, è tutto un prodigarsi a rafforzare l’autostima italica nel nome dei poteri taumaturgici della ‘fiducia’. Questi appelli alla ‘fiducia’ sono tuttavia, probabilmente, dovuti ad un’impropria comprensione del nesso tra ‘fiducia’ e progresso economico.

peggio ancora: richiamano da vicino il volontarismo fascista che raggiunse i vertici della follia in tempo di guerra: vincere era questione di volonta`, non di armamenti; il Vincere! e vinceremo! e` il modello culturale implicito dell’ottimismo renziano, solo apparentemente bonario.

In una certa accezione la fiducia è realmente uno dei fattori cruciali nella crescita economica e nello sviluppo sociale di un paese, tuttavia questa fiducia non è un tratto psicologico soggettivo, come se bastasse una pillola di antidepressivo, ma un tratto cognitivo e una funzione sociale. La fiducia di impatto economico dipende dalla capacità cognitiva di affrontare la realtà circostante (capitale umano) e dal buon funzionamento delle relazioni sociali (capitale sociale).

In sociologia prende il nome di capitale sociale, la capacità di instaurare relazioni sociali costruttive e di lungo periodo. Ridotti tassi di corruzione ed elevato rispetto delle regole sono corollari tipici di un alto livello di capitale sociale.

insomma, si deve contrapporre l’ottimismo insulso e senza fondamento alla serenita` che proviene dal vivere in un contesto sociale positivo: questo e` il tipo di ottomismo che aiuta davvero l’economia.

La distruzione del capitale sociale è da sola in grado di annichilire un’economia ed una società. Un esempio di Joseph Stiglitz può aiutare a comprendere la natura del capitale sociale: all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, il potere coercitivo centrale in Uzbekistan venne meno, mentre il paese si trovava in una condizione di elevata disgregazione sociale. In breve tempo la produzione agricola crollò per il collasso dell’intero sistema delle serre pubbliche, perché i cittadini andavano a rubare le lastre di vetro delle serre per rivendersele sul mercato nero. Non fidandosi né del potere centrale, né gli uni degli altri, l’alternativa di un piccolo guadagno a breve termine era ritenuta preferibile ad un grande guadagno collettivo a lungo termine.

ora, la distruzione del capitale sociale, cioe` di relazioni sociali costruttive, solide, affidabili ed improntate ad un principio di legalita`, e` stata consapevolmente perseguita in Italia negli ultimi decenni dai media, e soprattutto dal piu` pervasivo ed efficace, la televisione.

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Tradizionalmente si distingue il ‘capitale sociale’ dal cosiddetto capitale umano. Per ‘capitale umano’ si intende l’insieme di conoscenze e capacità personali che contribuiscono alla produzione economica e allo sviluppo sociale. Alla formazione del capitale umano contribuiscono dunque essenzialmente educazione ed istruzione.

È importante vedere come il capitale umano e quello sociale siano persino più determinanti del semplice capitale fisico o finanziario nel migliorare le condizioni di vita in un paese.

Questa differenza può essere delineata, sia pure in modo approssimativo, guardando a cosa avvenne in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. La distruzione di capitale fisico e finanziario dovuto alla guerra era stato devastante, riportando le condizioni di vita in molti paesi a livello preindustriale. Tuttavia il capitale umano e sociale era in gran parte integro e sotto quelle condizioni tre decenni furono sufficienti a riportare l’Europa dalle macerie della guerra ad una nuova posizione di eminenza economica a livello mondiale. Al contrario, paesi con straordinarie risorse fisiche e/o finanziarie, ma con una carente sedimentazione di capitale umano e sociale possono svilupparsi con molta più fatica e su tempi molto più lunghi (Arabia Saudita, Venezuela, Nigeria, ecc.).

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Capitale sociale e capitale umano sono concettualmente separabili, ma materialmente collegati. Il loro nesso è particolarmente evidente nelle grandi società, dove relazioni sociali, organizzative e produttive richiedono il coordinamento di numerose variabili e l’implementazione di diverse regole, spesso di natura astratta.

In questi ambiti, tipici dei paesi industrializzati, un elevato grado di capitale umano è precondizione per il funzionamento del capitale sociale. Ovvero: solo chi ha un grado di istruzione sufficiente è anche in grado di comprendere e gestire relazioni che vanno al di là dell’interazione faccia a faccia, tipica di contesti familiari e locali.

In questo senso, esistono numerosi studi che mostrano una chiara correlazione tra bassa istruzione media e alti tassi di corruzione in una popolazione. La ragione è intuitiva: chi non è in grado di comprendere in misura accettabile il funzionamento sociale, né di gestire relazioni organizzative astratte, può governare la propria realtà solo affidandosi a relazioni tra conoscenti, favori reciproci, aiuto famigliare. Queste relazioni, di per sé apprezzabili, divengono però catastrofiche quando si sostituiscono sistematicamente al coordinamento sociale tramite regole impersonali: questa sostituzione è il cuore delle pratiche corruttive, nepotistiche e familistiche.

Riassumendo. In una società complessa, come tutte le moderne società industriali, non è l’appello umorale alla fiducia in senso psicologico a fare la differenza. A fare la differenza, in termini di sviluppo a lungo termine, è la disponibilità di capitale sociale e di capitale umano. (…)

In tutti i paesi industrializzati, negli ultimi vent’anni, la consapevolezza del ruolo cruciale svolto dal capitale umano e sociale è cresciuta impetuosamente. In effetti, essa è cresciuta tanto più dove già tale capitale era disponibile in misura elevata, creando le condizioni per un ampliamento ulteriore della forbice dello sviluppo. (…)

L’Italia è il paese Ocse con la situazione più grave in termini di analfabetismo funzionale: il 47% della popolazione è incapace di comprendere e riassumere un medio articolo di giornale (per comparazione: Messico 42%, Germania 14,4%, Norvegia 7,5%). Nel 2013, la quota di popolazione adulta italiana con al più la scuola dell’obbligo era pari al 64%, nettamente al di sopra della media europea (39%) e alla quota tedesca (18%).

http://sinistrainrete.info/societa/5931-andrea-zhok-pubblica-istruzione-tra-capitale-umano-e-capitale-sociale.html

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un’analisi simile non serve a costruire disperazione, ma a delineare la strada di una effettiva rinascita, necessariamente lunga e difficile, se mai verra` imboccata.

2 risposte a “ci siamo mangiati il capitale sociale – 514.

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