Lo scoiattolo del vecchio cimitero e il vertice sul clima di Parigi (un post di meno) – 573.

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Non hanno ancora cominciato il letargo invernale gli scoiattoli del vecchio cimitero storico di Stuttgart, l’Hoppelau, oggi trasformato in romantico parco, con la sua appendice di ghetto cimiteriale per gli ebrei del tempo, dopo Hitler peraltro praticamente scomparsi dalla citta`, se si eccettuano le numerose Stolpersteine, o pietre d’inciampo, le targhette d’ottone sparse per la citta` che ricordano i luoghi dove abitavano i deportati, con le loro date di nascita e di morte.

Del resto perche` mai dovrebbero andare in letargo gli scoiattoli se il clima resta sostanzialmente primaverile (una volta che ben si intenda che cosa significhi primavera tedesca) e le temperature ampiamente sopra lo zero?

Guardo con una specie di disagio questo segno che mi pare uno dei tanti preannunci di una catastrofe oramai assolutamente inevitabile.

Il rito di Parigi serve soltanto ad una passerella impotente di capi di stato, che vuole rassicurare le coscienze piu` che trovare davvero delle soluzioni che non ci sono oppure avrebbero costi talmente inimmaginabili da convincere a lasciare piuttosto che il mondo degli umani vada in rovina da se`.

Intanto il disordine del rapporto uomo-natura si esprime naturalmente anche sotto forma di disordine estremo del rapporto degli esseri umani fra loro.

Il caos di un mondo che non ha piu` punti di riferimento rende del resto inutile ogni forma di riflessione e di divulgazione delle idee critiche.

Tenere un blog in un mondo che affonda nel caos e` un’operazione senza senso, lo ammetto, o meglio qualcosa che ha soltanto il senso di aiutare a trascorrere in modo piacevole il tempo, per chi si diletta a passarlo cosi` (ma questo stesso piacere e` sempre piu` raro e meno convincente).

. . .

Per questo rinuncio a scrivere qualunque post oggi.

Rileggendo vecchie carte ho trovato questo racconto del 1990, di una mia vecchia amica di allora, che poi ho perso di vista e forse non vive neppure piu`, essendo di qualche anno meno giovane di me: Francesca Rosti.

Era ancora scritto a mano, da questa donna straordinaria, che aveva anticipato gia` allora la scelta di vita che ho fatto io adesso in questi mesi, e aveva lasciato la citta`  (e che citta`: la Roma degli anni Novanta, ancora un film a quattro dimensioni di Fellini o Pasolini), per trasferirsi in mezzo alle montagne della Sabina.

Da li`, mentre lavoravamo assieme a fare esami, se non ricordo male al Liceo Mamiani, mi giunse questo suo scritto, che oggi mi pare profetico.

E che dedico al vertice di Parigi sul clima, al posto di qualche inutile parola scritta da me.

. . .

La strada

                “Fra dieci anni gli uomini abiteranno sempre piu` lontani dalle citta`. Gia` oggi si vende e si compra di piu` in campagna. Sono i dati, la tendenza statistica”.

                Ci informava la voce un po’ asettica, senza passioni, di una donna che di ricerche statistiche si occupava professionalmente. E sapeva degli inquinamenti da traffico, delle fughe dalle citta`, degli insediamenti urbani e rurali, delle coste marine distrutte, delle alghe divoranti il mare, delle malattie legate all’ambiente. Cifre, anch’esse freddamente angoscianti, ma cifre. O, al piu`, parole.

                Nel bosco successero alcuni piccolissimi fatti. Il biancospino alla curva, quello che chiude la vista alla macchia di gfinestre, quello che a primavera tutto bianco annuncia un riaffluir di sogni, un rifiorire che a poco a poco investira`il mondo, fu all’improvviso un mucchio di rami contorti a terra. Il ramo piu` bello di un melo selvatico, anch’esso a terra, strappato. Sporgeva – rispetto a che? Possibile che sia stato il pastore col suo gregge? No, lui rovina il fondo della strada, i passaggi per i campi, non gli alberi. Ah, forse un vandalo, senza ragione alcuna. Ancora, a certi angoli, rami accatastati a mucchi, come segnali. Un folletto si diverti` a spostarli la sera, ma il giorno dopo, caparbiamente, furono ritrovati ai medesimi angoli. Le voci del bosco continuarono ad esistere, dopotutto anche i temporali distruggono i nidi. Passarono giorni uguali ad ogni altro, con l’incessante vicenda di nascite e morti, le viole e le pervinche, poi i ciclamini, poi le piccolissime orchidee, e poi e poi…. Eppure nell’aria come l’attesa stupefatta di un evento crudele.

                Il bosco si tacque. Topini impazziti cercavano nei mucchi di terra le loro tane stravolte, incespicavano, rotolavano indietro e faticosamente riprendevano una salita impervia quanto inutile. I, cane scodinzolo` alla facile rpeda cosi` esposta, una zampata da presso solo per farle paura e cosi` il gioco poteva continuare. Il cane venne sgridato, doveva essere piu` rispettoso della tragedia domestica di un topino. Un topino rosso fulvo, del colore della terra; terra rossa, se piove, un pantano.

                Uomini con occhi che brillano, tutti intorno alla ruspa, danno consigli, ordini. Gli occhi del ruspista non brillano, sono intenti al lavoro, anche un po’ stanchi e sicuramente annoiati. Il ruspista fa il ruspista da dieci anni, ne ha ancora almeno per altri venti, e dopo tutto stacca alle cinque, dov’e` arrivato e` arrivato, dove e` passato e` passato. Ma se e` stato gentile con gli uomini dagli occhi che brillano ha avuto un bicchiere di vino buono, fatto in casa, sa un po’ d’asprigno ma disseta.

                E poi cosa costa dire si`? Gli occhi del ruspista sono azzurri, quando lui scende dalla ruspa si volgono lentamente in giro, qui c’e` tanto verde, alle cinque stacca e torna in un appartamentino in citta1 in cui si insinua a fatica l’azzurro tra il grigio dei muri di fronte. Tuttavia gli occhi potranno fissarsi sulla televisione, nell’appartamentino pulitissimo, splendente. Il ruspista ha una moglie come si deve. E` anche molto carina, dieci anni fa lo faceva impazzire di desiderio. Il desiderio si e` coperto della polvere di quotidiane fatiche e la casa si e` fatta sempre piu` splendente. Poi quest’estate al mare, forse, faranno l’amore; anche l’anno scorso e due anni fa era successo, ed era stato quasi bello. Insomma, il tracciato era un po’ piu` in la`, le querce non avrebbero dovuto essere toccate, ma che importa? Essere gentili, non sentire discussioni, non urla, non parolacce, magari insulti. Tanto poi arrivano le cinque, cosa c’e` alla televisione stasera? E` sempre piu` noiosa, se non ci sono le partite di calcio. Gli occhi del ruspista non incontrano quelli degli altri, e scorrono con indifferenza sull’affanno faccendiero e sull’eccitazione generale: la saggezza di chi guarda da fuori. Lui apre strade ogni giorno, strade per altri, strade che non percorrera` mai piu`.

                Gli uomini dagli occhi che brillano gli parlano, tutti insieme, quasi che il tempo sfuggisse. Hanno aspettato anni. Ricordano ieri i padri a piedi per le colline coi pesi dei raccolti sulle spalle, raramente un asino ad alleviare la fatica. Oggi il loro affaccendarsi protervo e imperioso sta anche a cancellare il sudore e la fame dei padri delle generazioni passate. Hanno aspettato anni. Le terre abbandonate, il bosco che si e` mangiato tutto. Lavoravano in citta`. Ma la tendenza statistica e` il ritorno in campagna. Gia` qualcuno – estranei, magari ricchi – ha comprato in queste zone.

                “La strada e` utile a tutti. Una strada e` una strada. La strada deve essere comoda. Ciascuno puo` cedere un pezzo di terra, e` utile a tutti”.

                Voci certe, di chi ha capito, di chi e` sicuro. Occhi che brillano, sicuri, hanno finalmente ottenuto quello che volevano. Poveri, piccoli appezzamenti di terreno incolto, si accavallano calcoli, varranno cinque, chissa`, forse addirittura dieci milioni in piu`. Ma bisogna essere decisi, affrettarsi, potrebbe arrivare la Forestale e bloccare tutto. Il ruomore della ruspa copre voci che devono farsi sempre piu` forti per sentirsi. Forse anche il bosco continua a parlare le sue voci quotidiane, schiocchi, frusci, ronzii, richiami di uccelli, stormire di fronde. La ruspa si ferma e non si ode voce. Il bosco si e` azzittito. Fronde di alberi immensi a terra. La morte e` la disgiunzione che comprime ad un solo minuto gli anni orgogliosi della vita.

                La strada e` larga, cinque metri, ci passeranno, ci devono passare, i ca-mion, se si vuole costruire. Una povera strada, rossa, terra rossa, argillosa, se piove, un pantano. Ma, al Comune, il potere ha assicurato anche la breccia. Sara` una vera strada, ci passeranno i camion. Ai lati cumuli di radici, immense, umide. Pieta` per le umide radici.

                “Le strade arricchiscono tutti” dice un iuomo e i suoi occhi brillano meno, perche` non possiede terreni in questa zona, ma brillano un poco, e` anche lui dentro un avvenimento di civilta`, anche lui potra` passare per questa strada, forse cinque minuti guadagnati per arrivare alla citta`. Ma, gia`, il tempo e` denaro. Su un muro la fantasia rabbiosa di un giovane un giorno scrisse: il tempo e` denaro, io sono disoccupato, ho molto tempo, vi paghero` con questo. Il tempo e denaro, la strada e` denaro. Si sentono buoni gli uomini dagli occhi che brillano, si sorridono, sono tutti d’accordo, e` bello sentirsi d’accordo su qualcosa. Di solito li dividono piccole beghe di confine. Oggi sono amici, la strada li accomuna. Bevono insieme il vino che hanno portato per il ruspista. Stanno in piedi sotto il sole, in mezzo al silenzio del bosco, ma non lo odono, chiacchierano fra loro e indicano al ruspista le vie che deve aprirsi fra alberi, cespugli, ginestre; i fiori di campo nemmeno si vedono, spariti sotto l’avanzare dei cingoli. Anche il profumo delle ginestre, schiacciate, estirpate, buttate ai margini in vorticare di giallo, muore nel puzzo della polvere sollevata. Sono felici gli uomini dagli occhi che brillano, e in quel brillio non trova varchi il riflesso della rovina e della morte che li circonda. La quercia con le radici in aria, si` peccato era una bella querci, ma la strada e` la strada. Si vantano dell’aria “fina” del loro paese, odiano la citta` puzzolente in cui il lavoro, e indefiniti sogni di una vita migliore, li ha trascinati; sognano idillici ritorni in campagna dove sono nati, ma vanno a caccia e costruiscono strade. Quell’altro albero immenso non era nemmeno una quercia. Si`, a primavera ha bellissimi fiori bianchi, ma non e` un albero nobile, perche` anche fra gli alberi gli uomini hanno creato catalogazioni di casta. Le ginestre, vedi, non contano nulla. Il crepuscolo e` nato quando l’uomo si e` creduto piu` degno di una talpa o di un grillo. Invano, Montale, fraterna voce che ci cantava l’amarezza del vero e insieme la propria inutilita`. Parole, parole: a noi tocca questa parte, ogni altra e` vana. Ovunque a decidere sono gli uomini dagli occhi che brillano, sono gli uomini che non si voltano, che non curano la loro ombra stampata sopra uno scalcinato muro; vanno sicuri, felici delle loro piccole vittorie che coprono la sconfitta amara della storia del mondo. Costruiscono strade, i piu` forti costruiscono strade e poi imperi. Ai piu` deboli basta una piccola strada di campagna, di terra, si terra rossa, se piove, un pantano. Ne parleranno per giorni, per mesi, finalmente la sera un argomento di cui discorrere invece della televisione. Andranno fieri per il paese ed altri saranno anche invidiosi. Con le loro mogli saranno forti di aver vinto una battaglia. Cumuli di fronde verdi a terra, domani gia` secche.

                Ricomincia cosi` ogni giorno, in piccoli punti lontani, la crudele distru-zione del mondo.

           Le strade. La transamazzonica. Le strade dei Romani. Conquistarono il mondo, con le loro strade. Gia`, avevano proprio cominciato di qui, dalla Sabina. Alla Sabina tolsero donne e boschi, i Romani. Donne per avere soldati da inviare a conquistare il mondo; boschi per edificare navi e il mediterraneo anc’esso strada – lago romano. A quei tempi non camion, non sognati villini. A quei tempi eserciti, guerre, civilta`. La pax romana. Che strano nome, ma forse no, la pace non c’e` se non come imposizione di un vincitore della guerra precedente. Strade a Parigi, strade larghe, perche` i cannoni potessero sparare di lontano contro orribili plebi in rivolta. Anniversari e festeggiamenti di rivoluzioni, quando non fanno piu` paura a nessuno. Scandalo ai massacri in paesi lontani. Gli studenti in altri – lontani – paesi sono giovani martiri che vogliono solo vivere meglio. Gli studenti qui, vicini, nel ’68 erano solo la barbarie che avanza. Guai, guai agli uomini sicuri. Nulla li ferma. Aprono strade ovunque: si dice proprio, aprirsi una strada. Non s’accorgono di sognare mondi di strade, reticoli di strade, che non conducono piu` da nessuna parte, s’incontrano soltanto. Chi si ferma, e` perduto.

                Il bosco ferito non gocciola sangue, non urla di dolore e il cuore superbo di chi sta vincendo allontana i segreti del silenzio attonito che s’e` fatto improvviso d’attorno. Anche i fulmini storpiano gli alberi, e chi non conosce la tacita attesa che precede un temporale? Nulla di nuovo, nulla di anomalo. A casa, tutti a casa, sono ormai le cinque, il ruspista stacca. A casa, abbiamo fatto tutti il nostro dovere  di uomini civili, moderni. Pieta` per le vane fatiche omicide degli uomini.

                La notte un nero rombo si abbatte` sulle morti gia` avvenute, uragano che non sradico` alberi ormai sdraiati nella loro bara di terra. Nemmeno camminare si poteva – gli stivali affondavano collosi, pesanti di fango. La strada scavata nella terra rossa, un pantano. L’acqua poi non fu piu` assorbita dal terreno, un ciclone di quelli da meritarsi un nome proprio. Un folletto, lo stesso che aveva scambiato di posto i  mucchi di rami agli angoli del bosco, lo battezzo` allegramente Azucena. L’acqua trovo` la strada e ci si accomodo` come in un letto per lei preparato per avventarsi a valle. Danni alle poche coltiure, piccoli orti zappati dalle donne, qualche piantagione di noci, qualche frutteto. L’acqua trascino` i tronchi svelti, gli arbusti affastellati gli uni sugli altri. Fango, rosso, che rotolava minacciando cupamente le case, frammisti nidi e piume, rami e radici. Il sindaco decreto` lo stato di pubblica calamita` e destino tutti i fondi a recuperare cio` che si era perduto. Il paese,  povero, abbandono` la strada a se stessa ed essa rimase per anni uno strano accrocchio in mezzo al bosco, che le ricrebbe sopra a poco a poco. Con le sue mille voci, con gli alberi verde cupo, con gli alberi sussurranti, e le ombre umide e afose, e l’oro filtrante del sole, e li` colori sommessi o squillanti dei piccoli fiori acquattati nei recessi madidi di muffe, con il canto ossessivo del cuculo, e un vento nelle fronde…

                La notte un velleitario, cattivo, sogno di vendetta. L’indomani il sole trionfa sulla strada e sulle ferite del bosco. La massa delle radici asciugata dal sole sa ormai di polvere. Il cane s’inerpica intrepido per i cumuli di terra, fiutando nuovi odori, e felice impara a seguire nuove piste, ubriaco delle mille sensazioni che la strada – rimescolati luoghi, paesaggi, percorsi – gli offre. Solo un attimo d’incertezza prima di uscire dal grande prato, non c’era l’ombra li`? Non era solito nascondersi dietro la grande quercia? Ma subito scodinzola rincorrendo un topino fulvo, non piu` disperato: ha ricostruito una sua tana dentro la terra che ancora tiene insieme le radici all’aria, e il mondo, ricomposto, gli appartiene nuovamente.

Francesca Rosti

13 risposte a “Lo scoiattolo del vecchio cimitero e il vertice sul clima di Parigi (un post di meno) – 573.

  1. Pingback: Il letargo degli scoiattoli | Buseca ن!·

  2. Scrivi “catastrofe oramai assolutamente inevitabile” forse dimenticando che le tra le forze che governano il clima l’effetto delle attività umane è sicuramente misurabile ma potrebbe essere minimo se confrontato alle altre forzanti in gioco: emissioni solari e vulcanismo sono già decisamente più rilevanti dell’effetto umano.
    Non dico che non dobbiamo ridurre drasticamente le dissipazioni energetiche – leggi consumo di idrocarburi – ma non sarei così pessimista. La Terra ha visto periodi ben più caldi di questo e pare che innalzamenti repentini delle temperature come quelli cui assistiamo in questi anni siano stati altrettanto repentinamente seguiti nel passato da improvvisi e bruschi cali di temperature. Vi è chi ipotizza che questa sia la modalità di innesco di un’era glaciale.
    E AFAIR nel giurassico il clima era decisamente più caldo di ora con concentrazioni di CO2 assai più elevate (cerca “co2 nel giurassico” ora siamo a quota 400ppm, nel giurassico eravamo a 1500)

    • Tra coloro che pensano che questo possa essere il modo in cui si innesca una glaciazione vera e propria, come sai, ci sono anche io.

      Tra l’altro e’ accuratamente taciuto che la causa principale della sovrapproduzione di CO2 e’ il sovrappopolamento; le emissioni industriali contribuiscono solamente per il 25% del totale.

      Quindi le ricette di cui tanto si parla sono chiaragente qualcosa che si dice tanto per tenere tutti buoni e non lasciare che si diffonda il panico.

      Altro che pannicelli caldi, o freddi: fondamentale sarebbe ad esempio imporre subito una dieta vegetariana o quasi, sarebbe molto piu’ efficace di ogni altra misura in discussione; ma te li immagini gli allevatori? (Beh, forse si’, considerando il tuo nick…😉 ).

      Allora, lo scenario dell’avvio di una glaciazione potrebbe essere quello di una esplosione biologica effetto di un prolungato optimum climatico (anche senza industrializzazione) che produce un eccesso di gas serra (CO2 e metano) di origine animale.

      Questo determina un effetto serra forte e improvviso, con una rapida trasformazione del clima, cioe’ un rapido ed insostenibile riscaldamento, seguito da una estinzione di massa, che a sua volta fa crollare la produzione dei gas serra e dunque raffredda le temperature, quasi altrettanti bruscamente; il tutto intrecciato alle variazioni cicliche dell’attivita’ solare.

      In questo momento, ad esempio, abbiamo ancora l’effetto di trascinamento dell’eccesso di gas serra, che viene a coincidere con un basso ciclo solare.

      Potremmo quindi avere lo sterminio di massa degli esseri viventi nel giro di due generazioni al massimo, e rapidamente di seguito la concomitanza di bassa attivita’ solare con il raffreddamento dovuto alla drastica riduzione della attivita’ biologica e dunque alla contrazione dei gas serra, cioe’ la glaciazione.

      Il caos migratorio, come gia’ in passato, e’ legato al clima: guerre e fanatismo sono il sintomo, non la causa.

      Certo che nel giurassico il clima era molto piu’ caldo di adesso, ma c’erano i dinosauri, animali a sangue freddo, hai presente?

      Il pianeta e la vita sopravvivono certamente a una crisi come quella che si profila, e forse anche la specie umana, ma non certamente la cultura umana attuale.

      Al centro dell’ultima era glaciale, ho letto una volta e credo di ricordare bene, erano rimasti circa 5.000 esseri umani sulla Terra.

      Non credo, personalmente, che ci sia piu’ scampo da uno scenario del genere.

      Augurandomi in tutti i modi di sbagliarmi, ovviamente.

    • eccomi.
      alcune riflessioni: che le forze naturali in gioco siano smisuratamente più potenti di quanto possiamo causare noi esseri umani, è poco ma sicuro. altrettanta sicura è l’incertezza con cui possiamo prevedere, ad oggi, certi mutamenti climatici derivati da cause (o concause globali d’ecosistema) in gran parte ancora sconosciute o appena scoperte, piuttosto che da rari eventi catastrofici d’origine sia terrestre ma ancor più extraterrestre.
      la premessa dunque è che per quanto ne possiamo sapere già da domattina potremmo anche essere tutti belli che estinti, e questo indipendentemente dal nostro operato buono o sbagliato che sia: si tratta per lo più di probabilità, più o meno bassa, ma possibile ed imprevedibile.
      possiamo certo cercare di stimare tali probabilità, e ad oggi le stime ipotetiche per quanto riguarda i fattori accennati sopra sono fortemente aleatorie: tra queste ipotesi sussiste la possibilità che si inneschi in breve tempo una nuova era glaciale forte (siamo già in era glaciale da una 30ina di milioni di anni, ovvero da quando c’è ghiaccio nei pressi dei poli).
      è possibile se andiamo ad analizzare statisticamente gli accadimenti (prei)storici e per alcuni ragionamenti derivati da ciò che conosciamo sul funzionamento dell’ecosistema terrestre.
      ma resta un gioco d’azzardo, su cui una mente ragionevole ed assennata non può far conto.

      ci sono altre cose invece che conosciamo bene e, per quanto limitate in potenza rispetto ad altri possibili eventi, sono capaci di metterci in ginocchio o di atterrarci completamente, in ogni caso.
      questi sono gli unici fattori su cui possiamo oggi operare e su cui dovremmo correggere la rotta, indipendentemente che sia o meno “troppo tardi”.

      mi viene un evidente paragone tra le specie animali ed i singoli individui: non possiamo prevedere quando l’individuo morirà, potrebbe succedere in qualsiasi momento. ma l’individuo può agire più o meno intelligentemente in modo da aumentare o diminuire le proprie possibilità di sopravvivenza, indipendentemente da qualsiasi altro fattore su cui non ha controllo.

      ecco, in quest’ottica l’essere umano si sta lanciando verso il baratro col sorriso sulle labbra, considerato che il cosiddetto sviluppo è ricercato ormai da qualsiasi economia a livello globale.
      le modificazioni ambientali sono le conseguenze dirette di questo sviluppo: sia di quello cattivo, esecrabile e condannato da tutti (che poi in ogni caso persiste nel restare la via maestra) ma pure di quello “buono”, dal momento che migliorando le condizioni di vita crescono esponenzialmente anche i consumi (per qualche spettacolare gioco della natura chi ha molte risorse tendenzialmente smette di procreare e la popolazione regredisce numericamente, ma consuma pur sempre per 100 o per 1000 o peggio).

      le emissioni di CO2 e il relativo aumento percentuale in atmosfera sono certe e quantificabili.
      e sono solo un esempio di ciò che stiamo modificando in modo sostanziale nel nostro ecosistema, non l’unico.
      la CO2 comporta direttamente l’aumento delle temperature per un processo fisico assodato ed inconfutabile chiamato effetto serra e tale processo scatena almeno un feedback positivo diretto: più caldo = più evaporazione = più effetto serra (anche il vapore acqueo è un gas serra).
      l’innalzamento anche lieve delle temperature porterà ad una serie di conseguenza inevitabili come lo scioglimento di molto ghiaccio e probabilmente la desalinizzazione degli oceani nonchè l’interruzione di alcune correnti oceaniche quali ad esempio la corrente del golfo (con sconvolgimenti climatici che nemmeno immaginiamo, e conseguente sprofondamento dell’europa nel freddo: il che farebbe pensare alla glaciazione “imminente”, ammesso e non concesso che la radiazione solari continui a calare).
      c’è però un dettaglio non di poco conto, e potrebbe essere solo uno di tanti altri che ancora non immaginiamo nemmeno: sepolte sotto il permafrost ghiacciato di mezza siberia ci sono infatti quantità immani di gas metano.
      il metano è 20 volte più serra di una corrispondente mole di CO2.
      se il permafrost si scioglie e tutto quel gas finisce in atmosfera, quello che abbiamo fatto finora antropicamente sarebbe paragonabile ad una scoreggia, passatemi la battuta🙂
      temo non basterebbe una diminuzione dell’irraggiamento solare per contrastare il surriscaldamento globale in tale ipotesi. a rincarare la dose pare inoltre ci siano quantità di metano idrato ancora più immani nelle profondità degli oceani, che tendono ad emergere con l’innalzamento delle temperature.

      si ipotizza che ci sia già stata un’era in cui avvenne ciò, con la terra che divenne caldissima e secca, con le acque degli oceani che toccavano i 40°: è coinciso con la grande estinzione del permiano, nei primi 5 milioni di anni del triassico. tra le cause dell’innesco la più plausibile è quella di una supereruzione nella zona siberiana, in cui allora c’era un mare ricchissimo di idrati di metano.
      la vita ha impiagato 5 milioni di anni prima di riprendersi e di riequilibrare il clima terrestre riportando le temperature ad una condizione accettabile.

      per concludere, indipendentemente da quello che non dipende da noi, l’evidenza è che l’uomo si sta scavando la fossa da solo. non quella del pianeta e della vita nella sua globalità, intendiamoci: la terra si è sempre rialzata prontamente da disastri incommensurabilmente maggiori del nostro operato.
      è la nostra estinzione quella verso cui siamo diretti di gran corsa, portandoci appresso le altre specie che hanno la sfortuna di avere a che fare con noi.
      l’essere umano non può prevedere il giorno esatto in cui morirà, è come se ci stessimo perforando masochisticamente ogniddove con con lame arrugginite rotolandoci come maiali nei nostri stessi escrementi: un comportamento del genere per certo non può contribuire ad allungare la nostra esistenza.

        • 🙂
          il punto è che l’ecosistema terrestre si basa su equilibri.
          ha un’ottima capacità di risposta alle sollecitazioni che tende a riportare a nuovi equilibri (e questa risposta si chiama vita, l’unica forza fisica abbastanza dinamica da adattarsi mutando il proprio comportamento in relazione allo stato percepito): ma questi equilibri si assestano in ere geologiche, mentre giocando con le modificazioni per certo otterremo dissesti oscillatori disastrosi per noi formichine.
          insomma meno si toccano certi equilibri e meglio sarebbe, se stare in vita.
          non a caso le specie allogene che finiscono per spopolare in certi territori non propri finiscono sempre inevitabilmente per modificare il proprio habitat fino ad autoeliminarsi.

          e qui mi esce una battuta: con un simile ragionamento potremmo pensare di derivare dagli extraterrestri 😀
          ma siamo solo diversamente intelligenti….

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