l’irresistibile amore per le cause perse.

occorrerebbe davvero capire come mai i profeti delle cause perse trovino tanto successo soprattutto tra i giovani.

escludo le spiegazioni più ovvie, ad esempio che i giovani non hanno esperienza e dunque sono più facilmente ingannabili.

troppo elementare, Watson!

* * *

io, ad esempio, ho cominciato a entusiasmarmi per le cause perse fin da ragazzo, e non ho ancora smesso il vizio.

ma quando nel 1971 mi dedicai col gruppo del Manifesto alla campagna elettorale per eleggere in parlamento il ballerino anarchico Valpreda, ingiustamente accusato e imprigionato per la strage di Piazza Fontana, insomma una specie di Oswald di casa nostra, che  però nessuno aveva ammazzato davanti alle cineprese dei telegiornali (credo anche per spaventare ogni possibile testimone), potevo io credere in tutta la mia inesperienza che avremmo ottenuto qualcosa?

i veri inesperti erano i Magri, i Pintor, le Rossande, che avevano tra 40 e 50 anni e ci credevano, restando di sale di fronte ai 224.000 voti in tutta Italia; io no.

* * *

in realtà chi ama le cause perse sa già in fondo che sono perse, e vuole soltanto rendere evidente la sua indifferenza al risultato.

chi ama le cause perse dice a se stesso e agli altri che in fondo la vita stessa è una causa persa per definizione, e allora tanto vale giocarsela per qualche bel gesto.

* * *

non sono un irrazionalista e non intento qualche bel gesto isolato, ma un insieme coerente di gesti, che diano un senso etico e quindi estetico alla nostra stessa esistenza.

infatti, per quanto sta in me, combatto per le cause perse da quattro quinti di una vita, direi ad occhio; e vedo di non essere il solo, per fortuna.

amo le cause perse perchè sono belle e nobili, e non mi importa proprio nulla se sono perse, se volete saperlo.

sono forse un poco perso anche io, e tra simili ci si intende. 🙂

* * *

le cause perse ed io ci siamo scelti infatti per un’attrazione reciproca irresistibile: siamo la passione di una vita, la mia; loro hann0 mille vite e non sono affatto fedeli, anzi direi piuttosto promiscue, perché appena vedono un giovane o una giovane ci provano, fossero mai i giovani giusti, abbastanza disinteressati da innamorarsi di una di loro.

* * *

quindi per favore smettiamo di lodare chi si occupa soltanto di cause vinte: la sua vita è grigia; il successo che regolarmente gli arride, noioso e deprimente; l’abitudine alla vittoria fa di lui un disadattato, e soprattutto lo lascia impreparato di fronte alla morte.

nessuno sa morire così bene e in pace con se stesso, non avendo nulla da perdere, come chi ha dedicato tutta la sua vita a qualche causa persa.

* * *

è facile diventare maestri di cause perse per altri, anche senza volerlo.

ma lasciamo che di questo si preoccupino le mamme; noi non dobbiamo avere sensi di colpa: essere eventualmente maestri di cause perse significa insegnare la nobiltà d’animo, il coraggio e il valore e la soddisfazione profonda del proprio io.

nessuna causa combattuta è così positiva come una causa persa che non ti procuri un danno personale diretto.

mica viviamo per il successo, viviamo per dedicarci a qualcosa, e se ciò a cui ci dedichiamo non ci ripaga, questo dimostra tanto più che il nostro amore è ancora più grande e disinteressato.

* * *

ma naturalmente questo non vale per chi combatte per le cause perse credendo davvero che siano facilmente vinte…

quello è semplicemente un cretino,

* * *

ohibò, per essere un borforisma, è venuto straordinariamente lungo; forse è un argomento scottante per me? 

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20 risposte a “l’irresistibile amore per le cause perse.

  1. @ maria

    e pensare che a Roma gli avvocati neppure si facevano pagare.

    l’avvocatura credo che fosse sentita come una forma di propaganda politica e un modo per acquistare elettori.

    il che di nuovo spiegherebbe l’anomalia di un parlamento italiano invaso dagli avvocati… 🙂

  2. Bortocal, le cause non sono aperte solo alla sorte e non si giocano a dadi. Chi vince, vince anche per suo merito. Bisogna solo vedere se il vincitore e la sorte hanno barato 🙂

    • qui sono d’accordo con te, anche e soprattutto perché anche chi perde, perde anche e soprattutto per suo merito.

      molto spesso, infatti, perdere è un merito grande.

      e vivere nell’etica della sconfitta necessaria una grande e tardiva fonte di saggezza.

      del resto, come potrebbe la sorte barare, se è nella sua natura di farlo?

      semmai potrebbero barare i vincitori, e quasi sempre lo fanno: sembra quasi che sia una delle condizioni necessarie della vittoria. 😦

  3. A me non piacciono le cause perse 🙂 Anzi credo che siano proprio le cause perse a svelare chi siamo:-)
    Niente è tanto perso che a furia di cercarlo non lo si possa trovare. E vincere 🙂
    Se le cause sono vinte, tutti possono fare da avvocato 🙂

    • ahi, ho parlato di corda in casa dell’impiccato, di causa persa in casa dell’avvocato…. 🙂 🙂 🙂

      l’avvocato è dunque quello che trasforma le cause perse in cause vinte?

      ma allora, se le cause perse svelano chi siamo, perché l’avvocato vuole toglierci la nostra identità e omologarci all’universo dei vincenti?

      • Il mio avvocato non è l’avvocato che immagini, è l’avvocato della vita e vuole che anche l’impossibile risulti possibile. Noi consideriamo impossibile tutto quello che non è ancora accaduto. Il mio avvocato pensa che possa accadere quello che non è ancora accaduto e io con lui 🙂

        • In tale prospettiva il mio avvocato pensa che si debbano vincere soprattutto le cause perse 🙂
          Da un’altra prospettiva e come mestierante debbo schierarmi dalla parte dei vinti perché non esiste un processo giusto. Continuo più tardi, ho “appetito” e “appetito” non sente ragioni. 🙂

          • completamente d’accordo con te che le uniche cause che vale davvero la pensa di vincere sono quelle che in partenza appaiono perse, e che non c’è proprio sugo a vincere cause già vinte in partenza…

            i processi generalmente no sono giusti perché di solito danno appunto ragione al più forte; però, se eccezionalmente qualche causa persa riesce a farsi dare ragione, lì, quasi per sbaglio, sta anche il processo giusto.

            perché la giustizia è togliere a chi ha per darla a chi non ha: togliere, a chi ce l’ha sempre, la ragione a cui è abituato, per darla al derelitto che ha sempre torto.

            • Il derelitto non ha armi per duellare nel processo e il processo non è stato pensato per lui.
              Fatte salve le eccezioni, il contradditorio è spesso un formalismo che non dà voce a chi voce non ha.E così
              il derelitto non argomenta e non strepita. In galera ci sono tanti disgraiati che per mangiare hanno dovuto rubare. Ma questo importa a pochi. E gli avvocati non si prestano se non sono assoldati.

              • una cosa che mi ha stupito, a quanto ho potuto vedere, è che nei tribunali tedeschi chi promuove o subisce la causa parla liberamente e interviene nella causa stessa senza particolari formalismi, è interpellato direttamente dal giudice oppure gli si può rivolgere d persona: l’avvocato lo assiste e poi ha i suoi propri spazi di parola, ma non soffoca il suo assistito; mi sembra un modello più vicino all’origine stessa dell’avvocatura nell’antica Grecia, con la figura dei logografi.

                in Italia palesemente il comune cittadino è imprigionato già nel processo stesso, il dialogo riguarda strettamente gli addetti ai lavori, e lui è soltanto una specie di pubblico più direttamente interessato, ma non può prendervi parte se non è eccezionalmente chiamato, e domina tutto un formalismo astruso fatto apposta per tagliarlo fuori e tagliar fuori in particolare i più deboli..

                in sostanza, in Germania il derelitto, se vuole, argomenta e strepita, in Italia non può farlo.

                sono dettagli che dicono sulla reale democrazia di un popolo ben più delle Costituzioni scritte.

                • Il processo si basa su racconti e controrracconti affidati agli avvocati e di solito il sussurro dei disgraziati a capo chino si perde tra le parole non dette. E così il diritto serve ad umiliare il prossimo. E la democrazia si nutre di tanti orrori. E già..

                  • sì, ma la mia sorpresa è che questo modo di impostare il processo sembra tipicamente italiano, sperando di non dire stupidaggini: l’umiliazione del “cliente” nel processo italiano nasce per prima cosa dal ruolo del suo stesso avvocato, di cui, non a caso, è definito appunto “cliente”.

                    in Italia in sostanza le modalità pratiche concrete dello svolgimento della causa inchiodano il cittadino al suo ruolo di succube rispetto ad un avvocato che è più potente di lui e che ne ha assunto (a pagamento) la protezione.

                    clientelismo dell’antica Roma ancora vivo tra noi.

        • mi pare che in parte possiamo essere d’accordo e solo in parte no.

          d’accordo dove parli di un avvocato che “vuole che anche l’impossibile risulti possibile”: mi pare che questo amore per l’impossibile sia diverso di ben poco dall’amore per le cause perse.

          questo avvocato, dici, pensa anche “che possa accadere quello che non è ancora accaduto”; e chi potrebbe escluderlo?

          solo, non c’è da farci molto conto, secondo me: se però a quell’avvocato piace pensarlo per poter continuare a lottare per le cause perse, ben venga anche questa sua fiducia. 🙂

  4. Le cause perse hanno il fascino del miracolo, e un vero ottimista non può fare altro che schierarsi con esse, convinto che anche la gravità possa essere messa in discussione. Spesso credere in cause perse coincide anche con il non accettare dogmi, che con il passare degli anni crollano, e se si ha la fortuna di sopravvivere ad essi, si potrà provare la gioia di una causa persa, vincente.

    Ciao ivan

    • anche tu, come redpoz, nel tuo commento hai fatto un altro piccolo post gioiellino, che meriterebbe di essere pubblicato, e che arricchisce il mio con un punto di vista ancora nuovo.

  5. penso fosse nel Cyrano di Rostand. “perchè battersi solo quando la vittoria è certa? più bello quando inutile!”

    eppoi, perso e vinto probabilmente sono concetti relativi… senza chi oggi si batte per le cause perse, come potrebbero le stesse fra cinquant’anni affermarsi?
    no, le cause perse sono una questione di passioni. e di fede.
    e in una vita ci vogliono anche momenti così

    • bella questa sintesi.

      la citazione meriterebbe di finire nel post.

      la conclusione amplia in modo molto interessante la prospettiva: secondo quella linea diacronica che è tipicamente tua, ma relativizza ancora di più.

      sarebbe da trasformare in un post a quattro mai… 🙂

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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