32. padre Ildefonso da Oderzo.

la fotocopia della vecchia lettera mi dà un colpo al cuore: questa scrittura ricorda così da vicino quella di mio padre!

gli stessi svolazzi che non riescono a nascondere una spigolosità impetuosa, e spesso si aggrovigliano oppure si distendono sopra le vocali come a coprire un carattere troppo chiuso in se stesso.

una voce tonante, immagino, ma un cuore timido.

I. M. F. F.

(suppongo che possa significare: Ildefonsus, minimus fratrum Francisci – Ildefonso, minimo fra i fratelli di Francesco)

Mia buona Giuseppina,

il troppo storpia, ed il pallone troppo rigonfiato scoppia.

(che atroce, terribile lapsus! come è stato possibile una ferocia tanto crudelmente mirata? e neppure casuale, ma voluta, sentite)

Io non desidero né una storpiatura né una caduta nel vuoto, quindi la prego di non parlare mai di me, povero uomo, quando mi scrive.

* * *

questa lettera é datata Gemona, ed è del 30 dicembre 1926.

chi la firma Sempre memore è il fratello del mio nonno paterno, padre Ildefonso di Oderzo: figura un poco misteriosa e leggendaria la sua, in quella mitografia familiare che è per ciascuno di noi una specie di percorso di formazione.

sì, perché è attraverso le storie degli antenati che tracciamo la nostra identità nel mondo, non come se fossimo un numero qualunque, ma proprio come il frutto di quella terra particolare, di quella linfa che è salita per li rami proprio fino a lì e poi è sbocciata in quella particolare foglia che siamo noi.

chiamatela la metafora dell’albero genealogico, questa, se volete, ma nella parte nota dell’albero  della famiglia di mio padre  nulla so più in là di mio nonno, e ci stanno un paio di rami secchi o spezzati: non hanno dato frutto.

con lo zio Ildefonso, anche un fratello di mio padre, il più giovane, Mario, morto a 25 anni di una meningite tubercolare fulminante, che lo portò nella tomba assieme alla sua fama di ragazzo bellissimo e gran seduttore, fama che vorrei dire indelebile se non fossero rimaste solo meno di dieci persone a ricordarsela e nessuno più ad averlo visto vivo, tranne forse mio cugino Andrea da bambino.

il mio prozio Ildefonso è l’altra biforcazione secca di questo ramo dal lato opposto a quello di Ferdinando, il padre di mio padre.

Ildefonso si fece frate, visse in povertà, lasciò di sè solamente un suo libro di lettura: L’imitazione di Cristo, un vecchio volume dalla copertina di pelle e dalla carta spessa, quasi una leggera pergamena, che mi affascinava da bambino soprattutto per alcune vistose gallerie scavate dai vermi che lo attraversavano nette.

al quale ho già dedicato qualche riga in un vecchio post: 411_nel_limbo_della_bugia~1198952 e forse qualche altro riferimento qua e là che ora non ricordo.

* * *

Se sono giunto a fare un po’di bene all’anima sua, non è mio merito, ma solo di Dio, al quale, e non ad altri, va tributato ogni onore e gloria. Gli uomini sono strumenti, Iddio è l’artefice, non allo scalpello dunque si deve tributare il merito, ma allo scalpellino o scultore. Questo perché le sia di norma per l’avvenire.

che cosa avrà fatto la povera Giuseppina per meritarsi un trattamento così duro?

e chi era?

era Giuseppina Moro, ma allora?

una Giuseppina Moro figura in quegli anni come collaboratrice del periodico socialista La difesa delle lavoratrici, uscito fra il 1912 e il 1925, ma non  poteva essere lei, dato che lei era invece la sorella di Gerolamo Lino Moro, deputato e poi senatore democristiano di Oderzo, vissuto dal 1903 al 1990: presumibilmente troppo giovane, quindi, per scrivere su un periodico in quegli anni.

niente altro di lei io conosco – temo che questo post finirà con l’essere una specie di lamento sulla polvere del tempo che offusca la memoria.

so solo che Giuseppina tenne questa lettera con sè per tutta la vita, dimostrazione evidente di come gli esseri umani si affezionano di più alle loro sventure, e la lasciò come la sua eredità più preziosa, alla sua morte: un gesto che trovo commovente, e che mi autorizza a qualche fantasia sul suo conto (chiedendo scusa sin d’ora se qualcuno potesse sentirsene offeso, naturalmente).

parenti affettuosi ne hanno fatto pervenire una copia alla mia famiglia, dopotutto che cos’altro resta del celebre prozio, famoso solo nella cerchia dei suoi pronipoti, oggi già vecchi a loro volta?

* * *

per capire perché ho parlato di ferocia delle parole rivolte da quel frate a questa donna che aveva avuto la sventura di dargli la sua confidenza e di esprimergli la sua ammirazione e la sua stima, occorre leggere avanti:

Avvenire, che spero non sia doloroso come il presente.

Lo dico doloroso perché sento che la gamba le impedisce di fare quel che vorrebbe fare.

chi ha letto questa lettera assieme a me si è convinto, o forse sa,  che Giuseppina Moro avesse qualche lesione ad una gamba che la faceva zoppicare e che forse le impedì di sposarsi e farsi una famiglia: ma io non posso dirlo, non so nulla di lei, sto solo usando dei pretesti per scrivere un racconto, forse non dovrei proprio scrivere nulla su questo argomento, usando nomi di persone vere,  perché sforzarsi di strappare alle tenebre del tempo le sue vittime?

peggio ancora, perché sostituirsi al tempo che è l’unico vero grande scrittore di storie, peccato che gli piaccia più cancellarne che scriverne?

* * *

diventare religioso significa abbandonare una famiglia, vivere una vita completamente altra, non volerne neppure una propria: se un ramo si secca è perché si stacca dalle radici, anche.

per lungo tempo  di questo parente che non ho mai conosciuto, perché morì a 76 anni l’anno prima che io nascessi, ho saputo soltanto che era stato confessore del papa Pio X, che se l’era portato in Vaticano da Venezia, una volta eletto; qualcuno aggiungeva che era anche il segretario personale del papa, ma non ne sono sicuro, forse occorrerebbe una ricerca sull’Osservatore Romano di quegli anni: ma sono cose successe un secolo fa, Pio X fu papa dal 1903 al 1914, la leggenda dice che morì di crepacuore per lo scoppio della prima guerra mondiale.

chissà se è vero: in ogni caso la morte lo colse proprio in quel momento.

padre Ildefonso aveva in quell’anno 43 anni, ne aveva solo 32 quando il papa lo aveva portato con sè dal patriarcato di Venezia a Roma; con la morte del papa, suo grande estimatore, rientrò nell’ombra in cui rimase per tutto il resto della sua vita, si diceva in casa che vi fosse qualcosa che assomigliava ad un allontanamento o ad una segregazione in questa sparizione forzata, non consueta in queste forme così aspre: normale, sì, il tramonto di chi è stato potente per riflesso accanto ad un potente scomparso, ma di norma non una totale cancellazione e un silenzio tombale.

ma questa è forse soltanto una mia immaginazione: questo post mi permette di mettere a fuoco tanti dettagli che altrimenti mi sfuggirebbero; spero che non vi sia qualche eccesso di forza fantastica,  ma scrivendo sento come se qualcosa mi aiutasse a vedere meglio nelle nebbie di questo passato tanto lontano: un vecchio papa, che aveva già 68 anni quando fu eletto, che si confessa presso un giovane uomo di 36 anni più giovane di lui.

come si erano conosciuti?

* * *

il prozio, di Oderzo, si era fatto frate nel 1887, a 15 anni e mezzo, e poi era diventato sacerdote nel 1895, a 23 anni: l’arciprete Giuseppe Sarto, il futuro papa, dal 1875 era stato canonico della cattedrale di Treviso e direttore spirituale nel seminario diocesano, dove studiava Ildefonso, indubbiamente prescelto per la sua intelligenza, ma alla fine del 1884 era diventato vescovo di Mantova, quando il prozio aveva solo 12 anni, quasi certamente era già in quel seminario, ma come poteva essere stato notato dal direttore già cinquantenne?

gli anni del seminario di Treviso furono per monsignor Sarto i migliori della sua vita.

ma certamente l’incontro col giovane prozio era avvenuto più tardi, quando il vescovo di Mantova era diventato Patriarca di Venezia ed era ritornato nella sua terra.

anche il prozio fu un educatore in un seminario, comunque – forse quello stesso? – ne resta una foto, dove lo si vede serenamente circondato dai giovani seminaristi: forse il luogo dell’incontro era stato proprio là.

* * *

penso che Giuseppina avesse scritto a padre Ildefonso esprimendo la sua angoscia perché voleva partecipare a un pellegrinaggio, doveva aver detto al frate che sognava semplicemente di potersi muovere liberamente, per fare del bene, senza l’ostacolo e l’impaccio della gamba mal funzionante, gli aveva raccontato che questa angoscia non la lasciava dormire: si era lamentata della sua situazione, ma solo perché la gamba le impediva di manifestare la sua fede, che altro poteva dirgli se non che solo da lui poteva venirle una risposta di serenità?

e poi lui capisse quello che neppure lei capiva, se ne era capace.

in questo dialogo dei tempi antichi ci si parla per metafore e per lapsus: la gamba impedisce a Giuseppina una pienezza di fede, in realtà, perché lei si chiede perché Dio abbia voluto punirla così: è così difficile credere ad un Dio che ce l’ha con noi e che ci punisce senza colpa.

in questo senso l’essere una zoppetta impedisce alla ragazza il pieno volo della fede, costretta  a trascinarsi come lei, senza potere mai trovare slancio.

quel frate l’ha colpita, lei spera di avere da lui una parola che la strappi al logoramento di quella domanda.

e invece ecco una risposta che la ferirà prima duramente al cuore, strappandola alla prospettiva  di quell’abbandono puramente spirituale che era pronta a donare a quell’uomo; ecco invece respinto con durezza lo spontaneo sentimento che la spingeva verso di lui.

ma ora, dopo averle procurato un simile dolore, lui le parla di nuovo per medicare questa e ogni altra sua ferita, parla con una voce impersonale, dopo essersi come asceticamente spogliato della sua identità, e non ha più una sua voce, ma solo è il rimbombo di qualcun altro che parla al suo posto

Non è qui la perfezione, ma bensì sta di casa ove si fa con amore, quello che si può fare. Ma perché poi cercare certe sottigliezze? Non è ciò che pretende Gesù: Egli vuole essere amato, e quando un’anima l’ama quanto può, (anche co’ suoi difetti, colle sue manchevolezze, colle sue passioncelle) l’ama come Egli vuole, e quando si fa come vuole Gesù, si fa cosa perfetta.

* * *

Giuseppina è annientata: inginocchiata si asciuga da sola le lacrime che avrebbe dovuto asciugare lui.

però sente che vi è in questo rifiuto di lui un amore come al di là del muro, che non le lascia respiro.

Giuseppina sente la potenza incredibile dell’amore che rifiuta l’amore.

non piangere, Giuseppina.

Non si preoccupi dunque di alcuna cosa, il far nulla, purché si faccia la volontà del Signore, è cosa sì grande che solo i Santi la sapevano fare. Fa lei altrettanto? Non  pensi ad altro.

Giuseppina, l’uomo che ami senza sapere di amarlo, l’uomo che hai scelto di amare nell’unico modo che potrà esserti possibile, ti indica la strada del nulla.

è il nulla religioso dell’eterna rinuncia, un abisso totale di assenza di sè, un silenzio della mente che potrebbe essere pace e quasi felicità.

“sì”, pensa, Giuseppina – e decide che non risponderà mai a questa lettera, che però si porterà nel cuore per una vita intera.

il suo silenzio perfetto sarà la prova più compiuta del suo amore per Gesù, e d’ora in poi questo amore sarà anche il suo amore per Ildefonso.

* * *

Ricambio auguri e felicitazioni con lei e tutti di famiglia, e, quando in letto non dorme, si ricordi di me e preghi.

La benedico di gran cuore.

Giuseppina obbedisce, e richiude il suo cuore.

* * *

nell’estate del 1963, quando scoppiò in me il demone della scrittura,  a 15 anni, una delle prime cose che feci furono alcuni commenti a quel libro dell’Imitazione di Cristo che mi sembrava che il prozio mi avesse mandato da quell’ombra oscura della sua vita, come un messaggio in una bottiglia sbattuta da onde forti, che non erano riusciti a spezzarla, come succede a tutto quello che di eroico e vitale capita agli esseri umani di riuscire ad esprimere; lui che era morto prima di vedermi – e comunque forse anche da vivo non si sarebbe interessato a vedermi, ma alla mia anima sì era interessato e si era preoccupato di salvarla con questo mezzo da quelle tempeste che aveva intuito avrebbero colpito anche me, per averle conosciute altrettanto bene  -, e mi sembrava di ritornare dentro la personalità del prozio.

io ovviamente non so nulla del mio prozio, solo ho in mano il suo libro di meditazioni.

non ho ancora notato la stranezza che questo libro è commentato dall’abate De Lamennais, che verso il 1816 tradusse appunto in francese dal latino medievale L’imitazione di Cristo di san Tommaso da Kempis.

ma l’abate De Lamennais, anche se in quegli anni polemizzava con l’illuminismo, fu poi un alfiere di un cristianesimo rivoluzionario, si accostò al socialismo, pubblicò il Libro del Popolo, appoggiò le lotte popolari, fu condannato ad un anno di carcere per le sue critiche alla monarchia francese, sviluppò il concetto di un cristianesimo senza Chiesa, capace di riunire le masse per condurle al progresso attraverso la carità, cioè la solidarietà, e fu considerato da George Sand, “il padre della nostra nuova Chiesa”.

che cosa ci faceva il libro di un autore simile, messo  perdipiù all’Indice, fra le mani del confessore di uno dei papi più conservatori del Novecento, Pio X, l’equivalente di Ratzinger un secolo fa, il più duro avversario del modernismo?

* * *

senza sapere nulla di questo intreccio problematicamente perverso, nel 1963 io semplicemente leggo.

non immagino che quel libro aveva così profondamente plasmato la mente dello zio di mio padre, da farlo parlare come se fosse stato, lui,  san Tommaso da Kempis, con la stessa intonazione profonda ed una identificazione di pensiero assoluta.

Tommaso da Kempis: un frate olandese vissuto nel Quattrocento, che – scrivono – “visse una vita tranquilla, spese molto del suo tempo tra esercizi devozionali, composizione e copiatura di testi, copiò almeno quattro volte la Bibbia”, e una copia in cinque volumi si conserva a Darmastadt – dove sono stato a novembre.

* * *

nonostante quel che ho continuato a pensare e scrivere fino a questo momento, Tommaso da Kempis non fu mai proclamato santo.

lo ha impedito la conclusione tragicamente beffarda della sua vita esemplare.

la riesumazione del suo cadavere, tappa necessaria di ogni processo di beatificazione, mise coloro che aprirono la bara di fronte ad uno spettacolo sconcertante: il pio frate era stato sepolto vivo per errore e aveva lottato vigorosamente, ma invano, per sottrarsi a quella seconda morte, quella vera.

nel dubbio che potesse avere disperato e dubitato di Dio il processo di beatificazione fu sospeso.

* * *

è il giugno 1963; scrivo:

Ho risolto quel problema di cui ti ho parlato l’ultima volta: se era lecito sforzarsi di fare del bene agli altri, anche se ciò li danneggia.

[La soluzione] l’ho trovata, guarda la coincidenza, su di un vecchissimo libro, abbondantemente roso dai tarli, che era l’unico avere di un mio prozio frate, questo volumetto è venuto a finire chisssà come nella mia cantina.

È “L’imitazione di Cristo” di S. Tommaso da Kempis; un certo capitolo dice appunto che “l’uomo non deve troppo abbattersi, allorché cade in alcuni difetti“. […]

Non è bastante l’essere paziente con gli altri; bisogna esserlo anche con se stesso. Quel non so che d’aspro e violento che proviamo in noi dopo aver commesso qualche errore viene piuttosto dall’orgoglio umiliato che da un pentimento secondo Dio. L’uomo umile, che conosce la sua debolezza; non si sorprende di cadere , geme della sua caduta, ne implora il perdono e si rialza tranquillo per combattere con coraggio novello”.

E penso che questo valga anche per te che dici che non si può continuare a sforzarsi di migliorarci senza ottener alcun risultato. […]

Ho compreso che il buon san Tommaso ha ragione e […] mi sono sollevato dallo scoraggiamento che mi aveva preso e […] continuerò la mia battaglia contro l’orgoglio e l’egoismo

con gran fidanza in chi sana tutte le nostre avversità“.

* * *

come Giuseppina conservò per tutta la vita la lettera di Ildefonso, Ildefonso conservò per tutta la vita il libro di Tommaso e amò il libro di Tommaso come Giuseppina amò lui; lo aveva certamente accanto al suo letto di morte in convento, e le mani pietose dei confratelli lo avvolsero in qualcosa di prezioso prima di consegnarlo ai parenti: fu mio padre, quello dei nipoti che aveva studiato, a volerlo per sè; e forse lo volle proprio per il figlio futuro, che a quarant’anni aspettava con impazienza tanto maggiore quanto più si accrescevano le difficoltà e si moltiplicavano quelle cadute premature e insanguinate degli embrioni dall’utero materno.

anzi, per mio padre, in una silenziosa scommessa non detta a nessuno (lui credeva a queste cose), fu proprio quel libro e il bisogno assoluto di darlo a suo figlio in nome dello zio a dargli la garanzia che questa volta il bambino gli sarebbe  nato  vivo: sentì più forza nella sicurezza della promessa dello zio santo frate che nelle cure ormonali e nel riposo forzato che avevano ordinato i dottori alla prossima gravidanza, facendo capire che non vi sarebbero state molte altre possibilità, dopo, se anche questa via falliva.

era l’aprile del 47, un anno esatto prima della mia nascita.

* * *

padre Ildefonso da Oderzo, Giuseppina Moro, l’abate De Lamennais, Tomaso da Kempis: eroi della fede in Dio.

sì, ci vuole dell’eroismo per credere in Dio.

però è anche così facile credere in Dio.

8 risposte a “32. padre Ildefonso da Oderzo.

  1. Naturalmente l’uomo dai capelli chiari che guarda dal suo bianco e nero senza vedermi mi turba. Momenti di turbamento nella lettura del post sono venuti dalle domande che nuotano intorno alla relazione tra il papa e il giovane confessore. Mi è tornato in mente Narciso e Boccadoro di Hesse.
    E questa lettera che si conserva resistendo a tutti, è il simbolo di un concetto che esprimi magistralmente all’inizio quando parli della mitografia famigliare di ognuno di noi, credo di sentire così mio questo tuo insegnamento.
    Post affascinante per via degli oggetti che ammiccano dallo scaffale, per la sottigliezza della tua interpretazione e per il tuo risalire paziente alla foce dei gesti e delle negazioni, scandagliando vocazioni e cause fino alla traccia inquietante del santo sepolto vivo.
    Forse anche i cuori di alcuni si seppelliscono vivi e forse certa scrittura che supera la morte seguendo strani percorsi, intrecci, travasi, altro non è che un battere forte su quel coperchio di bara sotto il quale non resistono “le passioncelle” e tutte le sublimazioni che ne derivano, di questo più di altro – mi piace pensare – siamo fatti quando decidiamo di affidare tesori di altri, una lettera, un libro, a chi resterà dopo di noi, sia esso un figlio, un pronipote, un lettore.
    Se fosse un romanzo credo ti ascolterei sviluppare con piacere i motivi di questo innamoramento in Dio che sottrae al resto, soprattutto il confessionale tra i due uomini di fede, il vecchio e il giovane, la femminilità ferita della zoppa la cui caratteristica più affascinante per me resta quell’amare senza sapere di amare, e poi le ultime ore orribili del santo che sta dietro l’ispirazione. Sarebbe un romanzo a molte voci, come quelli di Cunningham.
    Mi sono presa questo tempo per scriverti dopo averti letto nella calma della mattina presto che dopo la rassegna stampa precede il delirio compulsivo di una redazione. Nella nuova casa dove ci siamo trasferiti dopo Parigi non abbiamo ancora internet, attendiamo gli addetti ai lavori in queste ore.
    Un abbraccio
    Luisa che va a fare la seconda colazione

    • cara luisa,

      come devo definire questo tuo commento straordinario, e tanto più a pensare alla concentrazione che mantiene anche nelle condizioni in cui è stato scritto?

      una recensione bellissima, oppure uno sviluppo della narrazione?

      è da questo commento tuo che mi sono reso conto che forse il segreto della dedizione del padre-prozio al modello di Tommaso da Kempis stava nella comune percetzione di essere un sepolto vivo, come lui.

      questa lettera è del 1926, se vi era qualcosa di vero nelle leggende familiari, si era al 14o anno di semireclusione conventuale del frate; e in effetti io non so quando sia nata questa passione di Ildefonso per l’antico suo simile Tommaso.

      ma indidpendentemente da questo particolare incerto, la condizione di uomo che ha seppellito se stesso nella negazione di sè è proprio quanto oscuramente questa figura familiare mi ha sempre oscuramente trasmesso.

      devo a te l’avere esplicitato questo significato, che in qualche modo ritrovo anche nella mia esperineza adolescenziale.

      però, guarda caso, in quel testo di Tommaso io sono corso subito allora a ritrovare l’antidoto; nella giusta indulgenza che dobbiamo a noi stessi contro ogni tentazione di perfezionismo.

      per me (parlo solo per me) anche il romanzo sarebbe una tentazione di perfezionismo: il mio genere sono i collages, e non potrei mai sostenere senza adeguato materiale di rinforzo una narrazione così estesa; mi basta la pennellata sintetica ed esssenziale di un testo che ha la misura del racconto.

      intanto ho però rifatto – direttamente sul blog – il racconto, la cui prima stesura, diversa nell’ordine di alcune parti e nel finale, ora meno unilaterale e moralistico o predicatorio, è con questo andata dispersa.

  2. Si anche io la penso come te:

    “…sento che la gamba le impedisce di fare quel che vorrebbe fare…”

    “Non si preoccupi dunque di alcuna cosa, il far nulla… è cosa sì grande che solo i Santi la sapevano fare. Fa lei altrettanto? Non pensi ad altro.”

    “..e, quando in letto non dorme, si ricordi di me e preghi.”

    per ben tre volte, nonostante l’inizio brusco e scostante, quest’uomo dice a questa donna il suo amore (suo di lei). E gli piace così tanto che queste frasi oltre a sottolinearlo lo sigillano per sempre.
    Lui sa che altro non potrà accadere ma è così rapito dal sentimento di lei che gli sembra quasi di poterlo condividere, o forse lo condivideva già. Di certo- però- sa che lo vuole per se e con se per sempre.
    “non faccia nulla…non pensi ad altro…”

    Invece secondo me questa donna non aveva problemi alla gamba, altrimenti lui non avrebbe usato il verbo “sento” ma “piuttosto “so”. I problemi alla gamba secondo me sono di altra natura: l’enorme distanza tra il desiderio di lei e la possibilità di concretizzarlo.

    Affascinante.

    (cancella il commento precedente è partito da solo)

    • affascinante anche la tua lettura, che schiude altre porte, altre prospettive o aspetti nelle parole, che non avevo colto del tutto.

      l’analisi metaforica dei “problemi alla gamba” è superba; del resto so bene dai tuoi testi quanto sei attenta ad ogni sfumatura delle parole anche tu.

      però anche se questa tua lettura mi piace, secondo me non nega i problemi alla gamba di Giuseppina Moro – quando scrivevo non ero sicuro di ricordare bene che mi fosse stato detto che era zoppa, ma siccome la cugina che l’ha conosciuta non corregge, ora lo sono di più.

      però al di là di questo, penso che Ildefonso se avesse dovuto parlare di una gamba sana che momentaneamente dava dei problemi, avrebbe dovuto dirlo, invece dice semplicemente di “sentire” che la gamba – per definizione LA gamba lesa – le imopedisce di fare quel che vorrebbe fare.

      ciò che è transitorio nel presente è questo impedimento occasionale di qualche progetto, non la condizione di lesione strutturale e permanente della gamba stessa, che è un dato come presupposto e datro per scontato.

      o così, almeno, io sento quel testo.

      grazie mille e a presto.

  3. “…sento che la gamba le impedisce di fare quel che vorrebbe fare. ..
    Non si preoccupi dunque di alcuna cosa, il far nulla… è cosa sì grande che solo i Santi la sapevano fare. Fa lei altrettanto? Non pensi ad altro.
    e, quando in letto non dorme, si ricordi di me e preghi.
    Se è vera la tua interpretazione di q

    • firdis trasformista🙂 , ogni volta che commenti lo fai con un nick diverso, e wordpress ti blocca, è una fedele guardia del corpo.

      questo commento tuo partito per sbaglio va proprio bene per appoggiarci questa considerazione; ora passo all’altro.

  4. Direi che più perfetto di così non si può. La forma è superba. Correggi il nome del nonno:si chiamava Ferdinando.Dove trovi il tempo per fare tutte quelle ricerche? Condivido i concetti di De Lamennais su un cristianesimo senza chiesa.

    • cara cuginetta,

      grazie delle lodi: in effetti questo post mi è costato una serata intera, quindi fai conto circa 4 ore di lavoro, di cui una forse per limare gli errori di battitura e perfezionare la forma; ma il bello del blog è di essere un quaderno aperto, e alcune cosette le ho migliorate ancora oggi rileggendo stasera.

      per il resto, internet fa miracoli e il copia e incolla (rimescolando) spiega tutto.

      effettivamente anche io ricordo che il nonno – che noi non abbiamo mai conosciuto – si chiamava Ferdinando, però ho anche chiaro e come stampato nella mente qualche documento di mio padre di cui si diceva “Tullio di fu Andrea”: è possibile che sia un falso ricordo? oppure che il nonno si chiamasse in realtà Andrea Ferdinando?

      che i due fratelli si chiamassero uno Ildefonso e l’altro Ferdinando dice qualcosa su una famiglia assolutamente integralista; ma poi che cosa c’era di vero sulle voci di una origine ebraica del cognome Bortol…? e che cosa si sa del banco di pegni del nebuloso bisnonno?

      e sappiamo qualcosa di Carlo Emilio Bortol… emigrato in Brasile nel 1897 e fondatore della dinastia dei Borto… brasiliani?

      http://www.bookmarca.it/SPT–BrowseResources.php?ParentId=713

      (il bello è che trovo traccia di questo Carlo Emilio solo nei miei appunti di qualche anno fa, ma in internet oggi ritrovo al suo posto un Antonio Bortol…, emigrato in Brasile nel 1888 e nato a Chiarano, quindi molto vicino a Oderzo.

      ciao, ti saluto e passo alla mail.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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