il naturale altruismo degli altruisti. – [borforismi 62]

23 giugno 2012 sabato 21:05

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se non ci fosse qualche uomo altruista e generoso, l’umanità si sarebbe autodistrutta da un pezzo.

ma chi ha queste caratteristiche dovrebbe essere meglio consapevole che la natura ha formato esseri come lui per il bene degli altri esseri umani, quelli che non sono nè generosi nè altruisti…

16 risposte a “il naturale altruismo degli altruisti. – [borforismi 62]

  1. Beh, questo boforismo ha anticipato un incontro con alcune persone “altruiste” che non mi han fatto una grande impressione (http://machzender.blogspot.it/2012/06/i-didnt-save-world-today.html), quindi, ti chiedo, qualche diatriba filosofica relativamente alle persone altruiste:
    1. se sono davvero importanti per il bene degli esseri umani allora è giustificato che ci dicano cosa dobbiamo fare… ovvero siano le guide per tutto il genere umno (per capire meglio questa affermazione illogica basta che leggi il mio post riportato su)
    2. siamo sicuri che senza l’altruismo la società si sarebbe autodistrutta e non sarebbe invece migliorata? Insomma un altruista è un tipo che fa concorrenza sleale, infatti lavora gratis e mette in difficoltà chi da quel lavoro deve mantenere una famiglia. Inoltre l’altruista proprio perché non guadagna nulla non può permettersi una famiglia, altrimenti metterebbe i figli sotto i ponti, quindi …
    se tutti fossero altruisti o non nascerebbe più neanche un neonato o nascerebbero tutti neonati poveri e derelitti.
    3. L’altruista, non essendo di base preparato in maniera professionale nelle cose che fa potrebbe mettere a rischio la sicurezza delle persone, o sbaglio?
    Credo che sia meglio che tutti siano onesti e coscienziosi lavoratori più che altruisti …. che ne dici?

    • ti ho mandato un commento al tuo post, ma non lo vedo pubblicato (forse è in attesa di moderazione semplicemente; altrimenti lo riscriverò).

      sulle tue osservazioni dico semplicemente che sono d’accordo: come tutti i borforismi anche questo è fortemente ironico, verso i veri altruisti.

      però ti farei alcune controobiezioni, partendo dal fondo:

      3) gli altruisti più pericolosi sono gli altruisti esperti, l’una cosa non esclude l’altra, anzi più si è veramente esperti, più è facile che si sia anche altruisti

      2) qui tu confermi proprio quel che avevo accennato io, spiegandolo meglio; ma il senso della mia affermazione è che proprio non si può credere ad un mondo dove tutti sono altruisti; gli altruisti sono sempre una minoranza, che si sacrifica per la specie nel suo insieme, e scarica col propro altruismo eccessivo la maggioranza dall’obbligo di essere meno egoista almeno un po’

      2 bis) sì, sono abbastanza sicuro che la società umana ha bisogno di un certo grado di altruismo, ma un altruismo moderato diffuso, non l’altruismo focalizzato dei fanatici dell’altruismo

      1) non riconoscerei la vera qualifica di altruisti a questa tipologia degli altruisti opportunisti, quelli che esibiscono il loro presunto altruismo per scalare il potere.

      però ho trovato tutte le tue osservazioni molto opportune per approfondire il discorso, ciao…

      • Concordo.
        Comunque non trovo il tuo commento (tra parentesi un mese fa avevo settato i commenti senza moderazione proprio perché faceva questi scherzi anche con le persone registrate), blogger sta diventando complicato e perde colpi, quasi quasi migro a wordpress anche col blog personale. Se continui a non vederlo, puoi mandarmelo per posta, così lo pubblico? Grazie.
        Ciao

  2. Vorrei capire se l`”altruismo” in questione per essere tale deve essere totalmente disinteressato o può, almeno secondariamente, richiedere una certa reciprocità… mi spiego: nella definizione ricomprendi solo le “madri Teresa” o anche coloro ch si aspettano lo stesso trattamento da parte degli altri?
    Perchè, nel primo caso, sono senza dubbio una minoranza -un pò estrema- e rispetto alla quale nutro anche io qualche dubbio sul reale contributo per il progresso dell`umanità.
    Nel secondo caso, assai più diffuso e concreto, mi pare quasi una condizione esistenziale per moltissime persone al mondo (nei villaggi africani aiutare amici e conoscenti anche con grandi sacrifici è totalmente naturale, ma anche perchè si sa che in futuro dagli stessi potrebbe arrivare un fondamentale aiuto per noi stessi…).

    • l’altruismo di cui parlo qui è quello che non prevede reciprocità, almeno nelle intenzioni, anche se poi può incontrarla di fatto.

      il sentimento che descrivi tu, per differenziarlo, lo definirei più che altruismo, appunto, solidarietà.

      la solidarietà ha qualcosa a che fare con l’altruismo, indubbiamente, ma non coincide con esso: entrambi comunque dipendono da una capacità di immaginare, sentire ed identificarsi nelle emozioni dell’altro, nel primo caso condividendole, nel secondo quasi sostituendole alle proprie.

      questa capacità è diversamente sviluppata negli esseri umani, e per questo la solidarietà si fonda sulla capacità più semplice di condividere delle emozioni con altri piuttosto che su quella più complessa di immaginarle.

      e, per quanto possa sembrare quasi assurdo e comunque preoccupante, vi sono parecchi esseri umani in cui questa capacità non si sviluppa pienamente o viene rifiutata dai modelli culturali adottati dal soggetto.

      scondo me tu stai criticando il borforisma da un punto di vista alquanto diverso da quello di antonio, il quale se la prende col fatto che l’altruismo dal punto di vista di molti altruisti conferisce loro il diritto di dirigere gli altri (il suo è un discorso di critica alla chiesa, se non sbaglio); tu invece neghi assolutamente l’utilità sociale dell’altruismo puro (ammesso che esista).

      io non credo di avere uan opinione precisa al riguardo, perché secondo me si tratta più di un concetto limite che di una realtà effettivamente esistente.

      in realtà a me interessava piuttosto richiamare l’attenzione sul naturale egoismo della maggior parte degli uomini, per sottolineare che l’esistenza di isolate eccezioni altruiste non modifica il quadro, anzi in un certo senso lo esaspera addirittura, come è uscito ragionando con Antonio.

      commento tagliente e azzeccato, comunque, direi, il tuo.

      • Mi ritrovo con bortocal sulla differenza tra gli altruisti e le persone solidali, con una minore connotazione alla condivisione nei riguardi degli altruisti. Io ho sempre pensato che è vero che un altruista ti da una mano senza pensare chi sei, la persona solidale ti da una mano perché si è immedesimata nel tuo dramma.
        Nel primo caso l’aiuto che arriva serve molto per l’autogratificazione dell’aiutante, nel secondo caso chi ti aiuta ha condiviso le tue miserie e non ha bisogno di essere lodato o gratificato perché è come se avesse aiutato se stesso.
        Di solito gli altruisti, come detto, “sono buoni” per professione, mentre le persone solidali non sono “professionisti della bontà” ma sono lì a condividere i tuoi sentimenti quando serve.
        E’ un po’ la definizione ebraica dell’uomo giusto: una persona che vive la sua vita e che non pensa certo di salvare il mondo, ma quando le ingiustizie e l’oppressione diventano insopportabili, interviene.
        Poi, ovvio, sono sfumature, ma quando si incontra una persona poco incline al dialogo e che si presenta come l’unico buono e capace di aiutare gli altri, allora certo non siamo in presenza di una persona che sa condividere i sentimenti altri, chiamiamolo come vogliamo ma il nocciolo della questione non cambia.
        Questo boforismo è stato davvero interessante!!!!!

        • anche io sono un po’ sorpreso dallo spessore preso dalla discussione grazie agli interventi: sembra che questo spunto sia stato sentito come necessario.

          siamo quindi arrivati assieme alla distinzione (che nel post non era stata colta, dato che vi si parla di altruisti e generosi come di una categoria unica) fra l’altruismo (criticato dal post), e la solidarietà: l’altruismo è apparentemente superiore, ma in realtà funziona poco e male, è astratto e dogmatico; la solidarietà non si dà arie e crea emozioni ed azioni concrete, e funziona.

          tutto il resto, per approfondire, l’hai già detto benissimo tu.

      • Credo di poter condividere la tua distizione, molto precisa all`interno del contesto concettuale adottato.
        Ne` mi sentirei di poter confutare quello stesso contesto concettuale, quindi posso aderirvi.

        Condivido inoltre il fatto che per molti o alcuni essere umani questa empatia-simpatia sia estremamente limitata per ragioni personali o culturali (sarà uno stereotipo, ma i giapponesi son proprio tali).

        Non mi pareva di negare radicalmente l`utilità sociale dell`altruismo puro, ma piuttosto di doverla limitare a casi estremi e per questo statisticamente poco rilevanti. Ma ho sempre dubitato della filosofia del “cigno nero”… (Macchiavelli ed Arend docent)
        Dunque, mi pare che concordiamo anche su questo punto- come sul generale egoismo della maggioranza (non a caso Adam Smith ha ritenuto di potervi fondare l`economia capitalistica!). Ma, ripensando al mio primo commento e alle esperienze africane, mi domanderei se questa tendenza non sia dipendente dalla modernizzazione e sviluppo economico (in un`economia di sopravvivenza la solidarietà è necessaria).

        • altro commento di grossissimo spessore, che dovrei recepire in un momento di maggiore concentrazione; rinvio quindi una riflessione a tempi un poco migliori, quanto meno un po’ meno accaldati; mi spiace non essere all’altezza della discussione, stasera.

          ma il rapporto egoismo naturale, capitalismo, modernità (una sintesi perfetta dei tuoi “cavalli di battaglia”) esige una riflessione seria se voglio provare a replicare in modo costruttivo.

  3. per risponderti, prima di tutto sono dovuto andare a documentarmi sulla “filosofia del “cigno nero” e su wikipedia ho trovato questo (nessuna traccia di Machiavelli né della Arendt…, e qui forse mi dovresti chiarire meglio):

    “Il cigno nero (titolo originale The Black Swan) è un saggio filosofico/letterario dell’epistemologo Nassim Nicholas Taleb, esperto di origine libanese di scienze dell’incertezza. Il libro si focalizza sul forte impatto di certi avvenimenti rari e imprevedibili e sulla tendenza umana di trovare retrospettivamente spiegazioni semplicistiche di questi eventi. Questa teoria è da allora conosciuta come la Teoria del Cigno Nero”.

    “La sua tesi è che quasi tutti gli eventi storici provengono dall’inaspettato. Nonostante ciò l’uomo si convince che questi eventi sono spiegabili col senno di poi (bias). Questo perché gli esseri umani non riconoscono gli eventi rari e in parte perché la natura della nostra esperienza ci porta ad avere la propensione di estendere le conoscenze e le esperienze esistenti a eventi ed esperienze future”.

    molto interessante e – lasciami essere un poco egocentrico – molto “bortocaliano” tutto questo: grazie di avermi portato a questo autore…

    tuttavia, per quanto possa essere raro l’altruismo, non lo farei rientrare in questa categoria concettuale: si tratta infatti di un avvenimento raro, ma non unico né totalmente inaspettato o inaspettabile; vi è una certa rarefatta ricorrenza del fenomeno.

    quindi non mi pare che di fronte ad esso noi dobbiamo sospendere il giudizio come di fronte agli esempi storici inaspettati, del tipo del successo di una rivoluzione o della sorprendente ascesa al potere di un dittatore.

    ma, arrivando al cuore del problema, tu poni in relazione la crisi della solidarietà con l’avanzata della modernità o del capitalismo, che in questo caso sono un fenomeno solo.

    hai indubbiamente ragione: uno degli aspetti della modernità è la presunzione di autosufficienza dell’individuo, che diventa a volte persino paradossale paralogismo, quando l’individuo nega in assoluto il suo rapporto di dipendenza con la comunità o addirittura con la specie, dal quale non può prescindere.

    in un linguaggio più semplice e più vicino alla tradizione ho ripetutamente espresso una osservazione simile facendo riferimento al concetto di bellezza della povertà: solo l’uomo povero, cioè debole e bisognoso di aiuto, è moralmente bello, cioè disponibile per la sua condizione di bisogno alla interazione positiva con gli altri; se vuoi è anche il concetto pasoliniano di purezza delle società precapitalistiche.

    senza mitizzare nulla e senza impedire di vedere egoismo e crudeltà anche all’interno di queste società primitive o premoderne, occorre comunque prendere atto della propensione positiva alla collaorazione con gli altri indotta dalla miseria e cancellata dall’abbondanza.

    motivo di riflessione importante per il tema di una uscita dalla modernità e dal capitalismo attraverso il movimento verso la decrescita felice (ecco un altro, mio, cavallo di battaglia): un movimento politico di tipo nuovo, che si propone in forme originali, come movimento filosofico e semireligioso (quasi), come realizzazione immediata di nuovi modelli di vita, che può richiamarsi a Gandhi, più che a Lenin, e che si afferma realizzando da subito una trasformazione sociale dal basso, senza avere bisogno di una preliminare presa del potere per conquistare i propri obiettivi, dato che essi hanno una forte componente interiore e morale, prima ancora che politica e sociale.

    • Solo due annotazioni:

      -dicendo di “dubitare della filosofia del cigno nero” e citando Arendt e Macchiavelli intendevo dire esattamente che gli eventi rari per quanto inattesi sono spesso i piu` significativi di un`epoca o di un certo contesto/situazione.
      Nello specifico, infatti, gli autori che richiamo hanno seguito tale approccio: Macchiavelli tracciando un manuale di politica (” il principe”) partendo dagli ‘exempla’ di personaggi celebri ed eccezionali; Arendt scrivendo (in ” vita activa”) che non e` la media statistica a dare il senso di un`epoca quanto piuttosto gli eventi straordinari (nel ‘900 v`e` stato un solo Hitler).

      – di conseguenza, non direi affatto che dobbiamo sospendere il giudizio sull` altruismo, semmai potrei concordare con te che questo fenomeno per quanto limitato e` estremamente significativo.
      Questo a prescindere dalla sua frequenza reale.

      Nulla da aggiungere sugli altri punti.

      • l’altruismo è un fenomeno raro, ma abbastanza ricorrente, sul quale tutti esprimiamo un giudizio,

        la religione cristiana lo valorizza particolarmente (il buddismo o l’islamismo non altrettanto) e ne sottolinea gli aspetti positivi, in qualche modo divinizzandolo, sottolineando il suo valore eccezionalmente positivo per l’altruista stesso: grandezza morale e ricompensa ultraterrena: corrisponde quindi ad una società che sente molto il bisogno della presenza di persone altruiste.

        in questo senso il cristianesimo fa di una ricorrenza non troppo diffusa un elemento essenziale del proprio sistema di valori e della stessa organizzazione sociale: la nascita stessa degli ordini religiosi e del sacerdozio corrisponderebbe alla necessità di organizzare socialmente questo bisogno di alcuni esseri umani di vivere in funzione degli altri; in passato alcuni movimenti politici sviluppatisi nel quadro della civiltà di ascendenza cristiana hanno sostituito l’impegno politico ala vita relgiosa come forma di dedizione agli altri e alla collettività.

        direi di avere voluto sottoporre a critica, con questo spunto di riflessione, questo modo di vedere l’altruismo, considerandolo invece, da un punto di vista non religioso, come una sorta di anomalia biologica (un organismo che non ricerca la propria sopravvivenza, ma quella dei suoi simili): e da questo punto di vista ho sminuito di molto la positività dell’altruismo per il soggetto altruista, sottolineando invece la sua utilità per il gruppo.

        ricordare all’altruista che la massa resta egoista significa ricordargli che il modo altruistico di considerare la vita sociale sarà sempre minoritario e non ha alcuna possibilità di affermarsi come sistema di valori più avanzato del gruppo: questo dovrebbe impedire di farne una morale con carattere di universalità.

        il dibattito ha introdotto altri elementi di critica, come il carattere spesso spurio di questo altruismo che in realtà si trasforma in ambizione di potere, e la differenza fra altruismo e solidarietà.

        sullo sfondo di questa riflessione sta dunque un tema immenso appena accennato: può esistere una morale universale per esseri tanto diversi fra loro come sono gli esseri umani? e quale è il prezzo per realizzare l’apparenza di una morale condivisa?

        avendo dimenticato una borsa con documenti e soprattutto la mia macchina fotografica e le foto e i video degli ultimi tre mesi ho constatato pochi giorni fa che mi è stata immediatamente rubata.

        per me la sproporzione tra il vantaggio economico del furto di un oggetto usato di modesto valore ed il danno psicologico apportato alla persona rende addirittura inconcepibile un furto simile; ma evidentemente ci sono soggetti umani che hanno sistemi di comportamento interiorizzati molto differenti dal mio.

        anche trascurando il peso delle diverse tradizioni culturali locali (in poche parole, di vivere provvisoriamente, per necessità, in un paese di ladri innocenti e portati ad autoassolversi come l’Italia) questo non rende evidente che parliamo di morale condivisa dove non ce ne è traccia alcuna?

        • L`analisi cristiana che fai e` estremamente interessante e potrebbe (a mio avviso dovrebbe) aiutarci a ricondurre il cristianesimo al suo significato originale, che come riteneva anche Gorbaciov non puo` essere troppo lontano da quello del comunismo…
          Tuttavia ho ancora qualche dubbio sull`origine del sacerdozio legata a l`esigenza di organizzare l`altruismo, ma i miei dubbi potrebbero benissimo essere dettati solo dall`esperienze presente (in pieno contrasto con la ragione storica).

          Concordo sul fatto che la ricerca di una morale universale e` piu` un lavoro in divenire, che una constatazione di dati di fatto.
          Questo potrebbe anche essere -semmai- il valore dell`altruismo come morale, un “sollen” ancora tutto da affermare. Semmai.

          • grazie per il giudizio di apprezzamento.

            da tempo ritengo che il celibato sacerdotale abbia rappresentato una risorsa speciale nella civiltà occidentale per più di un millennio come modo di utilizzare giovani maschi poco interessati all’attività sessuale senza emarginarli, ma anzi valorizzandoli (naturalmente prescindendo dalle diverse sbavature nella realizzazione pratica): celibato che è anche una forma incruenta di controllo delle nascite, escludendo dalla vita familiare chi, statisticamente, vi era meno portato.

            naturalmente ciò corrispondeva anche ad altri bisogni, come quello di controllare capillarmente i comportamenti di plebi disperse (“cattolico” può essere tradotto come “totalitario”, e il cattolicesimo è la forma originaria del totalitarismo, cioè un modo di controllare le plebi agricole dopo la fine della schiavitù, che invece si fondava su un controllo più diretto e sulla costrizione fisica).

            quanto ad una morale universale, credo allora che debba essere non totalitaria, cioè post-cattolica, e fondarsi non sul dovere (né muessen né sollen) ma sul non dovere.

            non credo che debba essere una morale dei sentimenti positivi, ma una morale del divieto.

            in questo senso semplicemente kantiana: non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

            ma ance una morale così riduttiva comporta la capacità di immaginare l’altro al tuo posto, e non tutti ce l’hanno.

            forse si ricorre al lato sentimentale proprio per sostituire questa capacità di immaginazione razionale.

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