la solitudine e il fattore tempo – 591.

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titolo un poco paraculo, lo ammetto, per uno che ritorna sul tema della probabile solitudine dell’uomo nell’universo.

chi non e’ interessato altro che alla dimensione psicologica interpersonale delle relazioni umane puo’ lasciare libero il campo e mi scuso soltanto di avergli carpito un clic.

io qui vorrei commentare due piccoli articoli delle Scienze, numero di dicembre, alquanto bortocaliani, se mi passate il termine.

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il primo, di Massimo Sandal, contiene questa frase, a proposito dell’unicita` dell’uomo nell’universo:

Forse siamo soli perche` siamo i primi.

e’ la prima volta che vedo una affermazione di questo genere su questa rivista; e paradossalmente questo avviene dopo che si e’ scritto nell’ipotesi piu’ pessimistica (perche` pessimistica?) secondo cui in questo momento siamo l’unica specie intelligente

mi pare che cominci finalmente a farsi strada anche tra gli scienziati l’idea che non sia tanto facile trovare un altro pianeta dalle caratteristiche molto aderenti alle nostre e nel quale possa essersi ripetuta esattamente la sequenza imprevedibile di fattori che ha portato alla nascita di una  civilta` umana (quanto poi a dirla intelligente, questo e’ un altro paio di maniche).

fra l’altro pare definitivamente acquisito il concetto che una galassia non puo’ ospitare in ogni sua parte pianeti adatti a sostenere una evoluzione biologica di miliardi anni; la parte interna delle galassie e’ sconvolta da una attivita` stellare troppo intensa che ucciderebbe eventuali esseri viventi, e la vita e` semmai possibile solamente nei bracci periferici delle galassie, come quello in cui appunto si trova il Sole.

inoltre la maggior parte delle galassie sono troppo piccole e tiumultuose per poter ospiutrare una evoluzione biologica di lunga durata.

le speranze di trovare un pianeta abitato da forme di vita dotate di capacita` simboliche di secondo grado, come quella umana, si sono cosi` ridotte, che, per sostenerle, viene oggi introdotto un ulteriore elemento di valutazione, molto importante ed interessante, che effettivamente non ho mai preso in considerazione prima. 

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nonostante il tasso di formazione delle stelle nell’universo abbia gia’ raggiunto l’apice e abbia cominciato a declinare, secondo un nuovo studio, che considera i modelli di evoluzione probabbili della galassie, la maggior parte dei sistemi planetari simili al nostro deve ancora formarsi.

secondo questo studio si sarebbe finora formato nell’universo solamente l’8% dei pianeti abitabili possibili, ma il 92% si formera` nel futuro, piu’ o meno lontano dell’universo.

e’ nelle dimensioni del futuro dell’universo che si annida la certezza di questi scienziati di nuovi pianeti capaci di portare alla formazione di specie intelligenti: questo futuro viene infatti calcolato in un ordine di grandezza pari a 100 miliardi di miliardi di anni.

con un moltiplicatore simile, e` ovvio che alla fine questa probabilita` di vite intelligenti, che oggi realisticamente risulta di gran lunga inferiore a 1, dovrebbe assumere una dimensione intera.

il che significa che, nell’arco della vita dell’universo, in 100 miliardi di miliardi di anni, qua e la` qualche altra specie intelligente simile alla nostra dovrebbe pur affacciarsi alla vita, chissa` dove chissa` quando.

a me sembra un ottimismo forzato, considerando che l’universo si sta espandendo (per motivi a noi ignoti) ad una velocita` progressivamente accelerata, cosi’ che e’ del tutto naturale chiedersi se l’universo fra 100 miliardi di miliardi di anni non sara’ talmente diluito da essere praticamente indistinguibile da un infinito nulla.

e che cosa possa essere la vita intelligente di una specie in un universo completamente diverso dal nostro e’ tutto da vedere e da capire.

comunque, anche ammettendo questa possibilita’ di altre vite intelligenti`, e` chiaro che dal punto di vista pratico essa non si differenzia poi molto dalla negazione di questa possibilita’.

altre specie intelligenti nell’universo, con le quali non potremo mai entrare in contatto, in che cosa si differenziano, praticamente, dall’ipotesi di nessun’altra vita intelligente nell’universo?

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ma il problema ha un’altra dimensione ancora.

e qui cito un secondo articolo della stessa rivista, di Emiliano Ricci, che comunica che un recente esperimento sul teletrasporto quantistico ha definitivamente dimostrato che Einstein aveva torto quando, proponendo con Podolsky e Rosen, il paradosso EPR (dalle iniziali dei loro tre cognomi), contrapponeva alle leggi della quantistica i principi di realismo e di localita`, alla base della fisica classica.

secondo il realismo la realta` fisica esiste anche indipendentemente dall’osservatore; secondo il principio di localita` le realta` fisiche possono essere in relazione fra loro se sono in grado di lanciarsi dei segnali a velocita` eguale o inferiore a quella della luce.

ora un esperimento ha definitivamente violato il principio di localita’, cioe’ il realismo locale: in altri termini dobbiamo pensare che vi siano realta` fisiche che dipendono strettamente dall’osservatore esterno e che hanno una localizzazione che deriva dall’osservazione che se ne fa.

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che relazione esiste col problema precedente?

a me pare che, se consideriamo l’umanita` come un osservatore coerente dell’universo e se e’ vero che l’esistenza dell’universo dipende dal fatto di essere osservato, l’impossibilita’ di un’altra specie intelligente nell’universo deriva dal fatto che un diverso osservatore, con la sua stessa osservazione, farebbe esistere un universo differente.

dunque gli infiniti universi paralleli ipotizzati dalla teoria del pluriverso non sarebbero altro che gli universi diversi e coesistenti creati da osservatori globali differenti.

ma nell’universo che ciascun osservatore globale osserva e crea non possono esservi altri osservatori globali di pari rango, perche’ creerebbero universi differenti fra loro.

ogni universo avrebbe dunque un unico osservatore globale.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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