il 31 dicembre è  passato e l’Italia non ha fatto bamcarotta nel 2009; la prima reazione, ovviamente, è di sollievo, ma chi ha  scritto qualche mese fa, un post dal titolo “la bancarotta d’Italia è vicina” (post che, fra l’altro risulta uno dei piùi letti di questo blog, o per meglio dire, uno dei pochi letti di questo blog) ha certamente il dovere di interrogarsi e di darsi delle spiegazioni: e per ovvii motivi deve anche farlo in pubblico, su. blog stesso, dove aveva espresso le sue preoccupazioni.

il crac non c’è stato non perché la previsione di un possibile crac fosse sbagliata, o perché sia in atto un risanamento delle cause che lo fanno temere, ma per due motivazioni, una di carattere più superficiale ed estrinseco, e una più di sostanza.

* * *

parlando della prima, occorre dire che la trovata di Tremonti dell’ennesima sanatoria fiscale col rientro dei capitali dai paradisi fiscali ha avuto successo: sono rientrati circa 95 miliardi di euro, quindi un po’ meno della metà di quelli che ad occhio calcolano gli economisti fossero fuori del Bel Paese.

questo rientro è importante non tanto per il beneficio diretto apportato, ma per le conseguemze  a medio termine.

nell’immediato il beneficio economico per le casse dello stato è in sè stesso alquanto modesto, considertae le straordinarie condizioni di favore previste dal governo, che sono queste: “bisogna calcolare, in maniera forfetaria, un reddito figurativo ammontante al 2% annuo per i 5 anni precedenti la regolarizzazione o il rimpatrio”, cioè un “rendimento lordo pari al 10%”, sul quale si applica “l’imposta straordinaria del 50%, comprensiva di sanzioni e interessi, per cui il costo dello scudo fiscale è del 5% del valore delle attività dichiarate”.

fa in tutto, se la matematica non è un’opinione, meno di 5 miliardi di euro: a tanto ammonta il vantaggio di un provvedimento che ha messo in regola evasori, camorristi e mafiosi dal punto di vista economico.

il governo ne aveva previsti circa 1.000 di meno, ma la cosa davvero grave è che con i 4 miliardi di euro in più il governo ha fatto fronte a suoi normali compiti istituzionali: 5 per mille, libri di testo, scuole private, ricerca, autotrasporto. solo il miliardo non calcolato dalla finanziaria servirà per i provvedimenti straordinari per la crisi e contro la disoccupazione (decreto incentivi) attesi per fine mese.

in sostanza della grande regolarizzazione dei beni degli evasori e della criminalità organizzata per i disoccupati della crisi sono restate davvero solo le briciole e tutto quello che l’Italia può mettere a disposizione dei lavoratori precari e disoccupati è circa l’1% dei capitali evasi rientrati.

(poi ci credo che Brunetta chiede di eleimare l’art. 1 della Costituzione che dice che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, affermando che non significa niente: come dargli torto?).

e per il 2010 come verranno coperte le spese per quest’anno sanate con lo scudo fiscale?

mah, con una proroga dello scudo fiscale con percentuali (leggermente) crescenti: si auspicano altri 30 miliardi di euro a percentuali del 7-8%: ma mancheranno pur sempre un paio di miliardi per pareggiare i conti.

e nel 2011?

ecco una domanda degna del peggiore disfattista che Berlusconi e i suoi non si stancheranno mai di mettere alla gogna!

più importante è il fatto che quei capitali dichiarati continueranno poi a produrre fiscalmente reddito anche negli anni futuri; ed ecco come si spiega, credo, il fatto che nell’anno in corso, nonostante la crisi, le entrate fiscali Irpef sono aumentate del 3%, cioè è stata ridotta in percentuale ancora superiore l’evasione fiscale.

è infatti noto a tutti che, se si riuscisse miracolosamente  ad annullare l’evasione fiscale, i problemi di bilancio dello stato italiano scomparirebbero all’istante.

* * *

la seconda causa del fatto che i creditori italiani non hanno chiesto di ritirare i loro fondi dal nostro paese è ben più sostanziale e l’ha chiarita bene un importante articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera del 24 dicembre scorso, che qui prima di tutto riassumo.

(Massimo Mucchetti, detto incidentalmente, è stato mio alunno per qualche mese al Liceo Classico Arnaldo di Brescia quarant’anni fa, quando eravamo entrambi dei ragazzi e io facevo il supplente: in quel caso la sua classe aveva costretto a mettersi in malattia un vecchissimo docente autoritario e un poco bislacco con lo sciopero sessantottino delle lezioni e io ero stato chiamato dal preside a metterci una toppa, e da buon sessantottino ero riuscito a farlo riportando gli alunni in classe; con questo non voglio dire di avere insegnato io in 5 mesi a Massimo Mucchetti a scrivere, perché era già allora a 16 anni un alunno geniale per conto suo, ma quando leggo il suo stile asciutto e così chiaro negli articoli, ogni volta mi frego le mani; invece quando mi capita di leggere qualche suo libro, penso di non essere stato lì abbastanza, perché lo vedo, come allora, cadere vittima della complessitá delle informazioni e non riuscire a tenere il bandolo della matassa).

scrive qui Mucchetti in un articolo lucidissmo e straordinariamente chiaro:

Debito pubblico l’uscita difficile

Il debito pubblico italiano ha superato i 1800 miliardi di euro, pari al 117% del Prodotto interno lordo degli ultimi 12 mesi: due punti in più rispetto agli obiettivi del governo.

Stiamo tornando ai primi anni Novanta.

dunque la prima affermazione di Mucchetti è di conferma per la serietà delle preoccupazioni sullo stato delle finanze italiane: parlare di primi anni Novanta, la fine della prima era berlusconiana (quando Berlusconi governava per interposto Craxi), significa ritornare ad un momento di crisi drammatica, quando la banmcarotta fu evitata giusto di un soffio, entrando nei conti correnti dei cittadini e facendo un prelievo forzoso.

quando Berlusconi dice di non avere mai messo le mani nei portafoglia degli italiani dice quindi il vero, perché l’operazione non fu fatta da lui  personalmente e neppure dal suo portaborse Craxi, oramai allontanato dal potere, ma dal suo successore Amato; eppure occorrerebbe pur sempre ricordare quale fu l’effetto della prima ondata di politica economica ispirata al motto “La barca va”, di craxiana ieri e oggi di berlusconiana memoria.

* * *

continua Mucchetti:

Eppure, questa volta non suona l’allarme.

(Mucchetti ovviamente non tiene conto, giustamente, dei blog, ma parla dell’allarme ufficiale, quello dei potenti).

E non solo perché le agenzie di rating, che hanno appena declassato le obbligazioni dello Stato greco, sembrano preoccuparsi più del deficit annuale che del debito accumulato dalle pubbliche amministrazioni: deficit che in Italia cresce meno che altrove.

questo passaggio è molto importante:scrivendo questo, Mucchetti fa capire che stiamo in un momento internazionale di emergenza e che le agenzie di rating, valutando la solidità delle obbligazioni emesse dai diversi stati e le percentuali di rischio nell’impegnarvi i propri capitali, sono costrette a fare di necessità virtù e quindi a limitare la valutazione dei rischi al breve periodo, guardando non alla somma complessiva del debito accumulato dallo stato, ma all’andamento annuale dei suoi conti.

altrimenti l’indicazione che queste agenzie dovrebbero dare sarebbe semplicemente quella di ritirare tutti i capitali.

ma come possono queste agenzie, che orientano le scelte degli investuitori, e in buona sostanza gli stessi destini degli stati, dato che a un rischio crescente corrispondono anche costi di interessi maggiori per attirare i capitali, a scavare da sole la terra sotto i piedi agli stati e a se stesse?

del resto risulta forse che queste agenzie abbiano in qualche modo previsto la crisi finanziaria mondiale in atto?

no, e perché mai dunque dovrebbero preoccuparsi davvero delle bancarotte future? mica è questa la loro funzione!

La questione è più radicale. (…)
Come mai tale differenza tra ieri e oggi?
Per cominciare, va detto che allora l’Italia era sola: nessun altro Stato, tranne il Belgio, aveva un’esposizione simile alla nostra. (…)

Adesso, l’Italia non è più la pecora nera.

Nei 40 Paesi dell’Ocse, in media il debito pubblico equivale al Pil.

E negli Usa salirebbe al 135-140% se solo il Tesoro federale consolidasse le obbligazioni municipali e quelle delle agenzie nazionalizzate (…); mentre nel Regno Unito supererebbe il 170% se il Tesoro di Sua Maestà contasse, come dovrebbe in base al Trattato di Maastricht e ancora non fa, anche il costo dei salvataggi bancari e i passivi delle banche nazionalizzate.

dunque il modello Italia ha fatto strada: avere un debito pubblico pari a circa il 120% del Prodotto Nazionale Lordo, come l’Italia; non è poi più una grande anomalia: stiamo insomma in buona compagnia, finalmente.

Poi, il mondo considerava l’alto debito pubblico prova di inefficienza e corruzione, mentre giudicava segno di operosa fiducia il debito di famiglie e imprese.

Debito pubblico e debito privato formano un debito globale.

Il mondo ha scoperto a sue spese il vizio implicito nel debito delle famiglie, fatto per consumare molto più di quanto consenta il reddito, e nel debito delle imprese, acceso per esaltare il rendimento del capitale ben oltre i risultati operativi.

questo passaggio è fondamentale: infatti l’Italia da un lato ha un debito pubblico molto consistente, ma – siccome, come dicevamo sopra, questo ddbito pubblico è determinato principalmente dall’evasione fiscale – dall’altro lato ha un risparmio delle famiglie straordinariamente elevato.

d’altra parte che cosa volete che ne facciano le diverse “famiglie”, nel senso letterale e in quello non letterale del termine” ,delle tasse che non pagano? mettono i soldi in banca (all’estero, preferibilmente in passato), oppure lo investono.

tutte cose che confermano, contro ogni astratto moralismo, che il familismo e l’individualismo non sono  (soltanto) sintomi deteriori di mancanza di senso civico e morale e di una coscienza colettiva, ma un vero e proprio modello economico alternativo e tipicamente nazionale.

alla fine di tale modello scopriamo perfino le virtù: gli italiani non pagano le tasse, quindi il piatto dello stato piange, ma poi alla fine sono economi e virtuosi e i soldi li mettono da parte: quindi, se consideriamo il sistema paese nel suo insieme, è solido; e anche il bilancio statale è solido, dato che in caso di crisi drammatica, esiste pur sempre la possibilità di ritornare a un prelievo forzoso a carico del risparmio privato.

insomma, come dire? ok, non avete pagato le tasse per anni e ora avete un bel gruzzoletto: non lamentatevi troppo se adesso recuperiamo, e vi facciamo pagare una tassa straordinaria che avete sempre evaso.

difficile ritenere a rischio uno stato così, in cui comunque, se sono vuote le casse pubbliche, sono pieni i forzieri privati: quindi, se la bancarotta statale si avvicina, a rischio in Italia non e lo stato, ma i forzieri privati; la bancarotta potrebbe non esserci con una politica econmomioca adeguata.

A metà 2007, prima della frana dei subprime, il debito globale americano era pari al 339% del Pil; adesso viaggia sul 370%.

Secondo le rilevazioni dell’Ocse, l’Italia porta un debito globale pari ai quattro quinti di quelli americano e britannico.(…)

Negli anni Novanta, l’Italia uscì dall’isolamento grazie alla caduta generale dei tassi, che rese meno oneroso il debito pubblico, e alla riforma dell’economia secondo gli schemi anglicizzanti (…): dunque pensioni più leggere, meno valore aggiunto destinato ai salari, privatizzazioni, apertura dei mercati finanziari, indebitamento delle famiglie.

come può uscire l’Italia negli anni Dieci da questa situazione?

a questa domanda Mucchetti non ha una risposta, oppure, se ce l’ha, non può darla dalle colonne del maggior quotidiano italiano.

Alla vigilia del 2010, la Grande Crisi ci avverte che le armi degli anni Novanta hanno effetti collaterali negativi o sono spuntate.

Exit strategy, dunque, ma verso dove?

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quel che non può dire Mucchetti, concludendo il suo articolo, posso provare a dirlo io.

ci sono due ipotesi: la prima è che da questa situazione non si debba uscire per niente.

l’arbitra della situazione economica mondiale da alcuni anni è la Cina che ha accumulato riserve pari al debito pubblico globale americano: basterebbe che la Cina ritirasse le riserve per distruggere gli Stati Uniti; ma non lo fa perché non le conviene: se gli Stati Uniti crollano economicamente, le stesse riserve cinesi, che sono in valuta americana, perdono completamente di valore; quindi perché mai la Cina dovrebbe farsid el male?

questo significa che, anche se l’indebitamento dell’Occidente ha raggiunto nel suo insieme livelli insensati e mostruosi, il crac dell’Occidente non è previsto (mica dico che non ci sarà, dico che non è previsto, badate bene), perché il principale creditore non lo vuole per non distruggere il valore dei suoi crediti.

in questo caso, continuerebbe lo scenario attuale: di progressiva e silenziosa ascesa della superpotenza cinese (l’utlimo paese in cui governa il comunismo, pensate un po’) e di lento e inarrestabile declino dell’Occidente: in poche parole nel momento in cui di due giganti mondiali, Cina e India, si sono impadroniti della teconologia occidentale, la potenza dei grandi numeri restituisce a loro la prevalenza che storiacamente hanno avuto nella storia del mondo fino a tre secoli fa.

il mondo del XXI secolo sará più simile a quello che è sempre stato: con due grandi potenze asiatiche e una appendice euroatlantica secondaria.

* * *

potrebbe però esserci lo stesso, il grande crac dell’Occidente, anche contro la volontà della Cina?

potrebbe, semplicemente perché glöi esseri umani non possono tutto, neppure se comunisti e cinesi…

in ogni caso, se la crisi finanziaria globale dovesse trasferirsi dai grandi istituti finanziari che l’hanno generata agli stati che se ne sono assunti i debiti giganteschi, contando sulla loro possibilità di farvi fronte, l’italia, nel paradosso della sua economia, sarebbe messa meno peggio di altri, considerando pur sempre l’opportunità del prelievo forzoso di sopra, mentre in altri stati questa soluzione si rivelerebbe meno praticabile, considerando che ad un alto indebitamento pubblico corrisponde anche un alto indebitamento privato.

comunque, tranquilli: nessuna forza politica avrà mai un programma che preveda di risanare i debiti statali col prelievo diretto dai conti bancari di chi ha i soldi: meglio continuare come ora, senza politiche socuiali e lasciando che i poveracci, disoccupati e precari, si grattino la rogna da soli, se ci riescono.

tanto, per loro, ci sono sempre le famiglie, virtuose e risparmiose evaditrici del fisco statale, che ci pensano.

ma perché non ti ho parlato subito dei colori dell’India? anzi, perché poi non ti ho parlato dell’India quasi per niente? e questo viaggio è stato quasi completamente afono, almeno per iscritto, tanto più afono quanto più pieno di conversazioni e di aneddoti, di veri e propri racconti, a voce.

fammi rimediare, fammi fare un passo indietro: certo, non potrò parlarti di tutti i colori che ho incontrato nel mio viaggio, ma lasciami almeno dire di quelli di Thiruvanandhapuram, il 6 dicembre, quando sono uscito dall’albergo all’inizio del pomeriggio.

te ne parlo proprio perché erano, sono, colori banali, colori non collegati a grandi monumenti o a paesaggi strepitosi, ma di una città quasi comune, di quartieri anonimi e già in via di globalizzazione, colori che sopravvivono alle mode, anzi le penetrano e le attraversano, le rimodellano e le fanno quasi tradizione nel rapporto del tutto originale che in India si costruisce fra tradizione e modernità.

è stato in questo viaggio infatti che ho finalmente capito l’incredibile gigantismo della pubblicità indiana, che sovrasta i palazzi con cartelloni mostruosi, ed altro non sono che la grandezza smisurata dei loro dei ancestrali, che hanno sempre goduto di statue immense; ed ora anche i personaggi della pubblicità, per parlare come dei agli uomini comuni, devono assumere la grandezza immane anche senza piedistalli di qualche antica divinità.

andate a vedere tra le ultime foto dell’articolo, ce n’è una a un cartellone pubblicitario, fatta nelle ombre del crepuscolo, ormai, se volete averne un’idea.

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entrato in un negozietto qualunque per fare scorta dell’unica cosa indispensabile per il turista indiano, cioè l’acqua minerale, la prima sferzata di colore che mi colpisce è questa: rimango incerto se fare la stranezza di estrarre la camera e di cliccare, ma alla fine me lo permetto e vengo ricambiato con un sorriso.

ma come? dirai tu, un Cristo fra le scatole di biscotti e le buste del latte in India?

sì, un Cristo, fra i lumini: un quinto è cristiano degli abitanti del Kerala, prima regione dell’India oggetto di colonizzazione, fin dagli sbarchi dei portoghesi a inizio del Cinquecento, ma i cristiani c’erano anche prima, dai tempi dicono di san Tommaso, il fratello gemello di Jeshu, e sono anche di confessioni differenti, ma il cristianesimo sembra addirittura predominante, tanto frequenti sono i simboli della croce e le chiese, col loro corteo di santi, pronti a confondersi col pantheon degli dei hinduisti.

però volete negare che alla fine ciò che caratterizza questo Cristo è il colore, e che perfino la sua essenza cristiana è secondaria, quasi solo un pretesto per esibire una festa di tinte squillanti?

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sarà per questo stesso motivo che il Kerala è, con Kolkata, il secondo stato dell’India dominato e governato da una solida maggioranza comunista che permette di sventolare il rosso per ogni dove?

non so che motivo ci sia per farlo, ma la strada che dall’hotel porta verso la stazione, dove vado subito ad informarmi degli orari dei treni è tutta imbandierata: rosso il Cristo, rosse le bandiere.

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ma il rosso sembra anche un colore hindu, lo si trova spesso: questo è uno dei tanti manifesti che puoi trovare lungo le strade:

ecco Ganesh il benefico, con la sua testa supplente di elefante, in una strana acconciatura quasi femminile.

ma poi anche quando sono i ragazzi del posto a fare i loro graffiti come in qualunque metropoli del mondo, il risultato non è molto diverso, e questi graffiti sono coloristicamente indiani: ancora una volta noi vediamo in loro non l’accidente (il graffito), ma la sostanza, cioè il loro essere indiani.

sono così forti i colori che neppure ti accorgi del calzolaio ambulante che ha tutto il suo negozio sul marciapiedi sotto la scritta gigante.

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poco più avanti trovo il tempietto cromaticamente urlante del dio topo.

e il dio, eccolo là, sotto un ombrello di bronzo, in mezzo allo smog del traffico.

ma ancora più incredibile, anche se assolutamente normale qui, anzi quasi banale, è il coronamento del tempio:

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ma il punto che dice più chiara la dominanza del colore in India è la stazione: perché, che cosa c’è, per definizione di più fuligginoso, grigio e persino sporco di una stazione, e soprattutto di una stazione indiana?

è tutto vero, ma sotto tutto questo grigiume ci sta una potenza fantastica capaci di risvegliare l’iride come una promessa, ed il colore vince sulla tecnica e sulla sua sporcizia: perfino una stazione indiana è colorata.

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di più, perfino il traffico inquinante della città è una festa di colori assolutamente e tipicamente indiani:

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a un tratto una pubblicità mi scuote e mi oirprende

l’idea è la stessa che aveva guidato la mia mano nel clic improvviso che mi aveva regalato a Kolkata una immagine stupenda, che ritrovi qui: 460-6891092

e mi rendo conto di colpo che quella fotografia non l’ho fatta io, ma l’India per mano mia.

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ecco, il corteo dei pellegrini dei quali ho poi parlato nella mail che ti ho scritto, che nel traffico urbano si avvia verso quell’isola di antichità che è l’antico tempio, conclude questa rassegna di 12 foto qualunque, riportandoci al punto in cui è cominciato il discorso.

ma vi era stata come una grande parentesi che ora è almeno visibile.

certo, non posso continuare a esibire le foto su questo blog, anche se sento che né tu né io possiamo farne a meno: lasciami il tempo di montarle in sequenze, quelle che restano e caricarle su You Tube, fammi trovare la musica del cuore per commentarle senza neppure bisogno di parole.

anche se poi, forse che i colori non sanno parlare?

la notizia la trovo solo sulla Stampa: è data senza grande rilievo e con un titolo addirittura fuorviante, che parla di Olocausto, come se si trattasse del solito olocausto, giusto per non disturbare il manovratore: nel 1999 è stata avviata una causa presso un Tribunale di San Francisco, California, contro la Banca Vaticana, che ora si è conclusa.

a promuoverla sono gli ultimi sopravvissuti o gli eredi di chi finì nei campi di sterminio nazifascisti di Croazia e Ucraina, o più semplicemente di chi fu sterminato direttamente, senza neppure bisogno di campi appositi.

“migliaia di ebrei, serbi e zingari che erano stati uccisi o imprigionati dal regime filo-nazista degli ustasha – anzi lui scrive “di Ustasha”, come se si trattasse del nome del dittatore – al potere in Croazia”, scrive il quotidiano, ma diciamo pure decine di migliaia; si tratta infatti di milioni di dollari di risarcimento, che vengono chiesti oggi.

“Il Vaticano possiede i nostri beni”, accusano.

la corte non ha smentito questa affermazione, si è solamente dichiarata impossibilitata ad agire (per farlo ci ha messo 10 anni!), dato che nel 1976 è stata approvata una legge negli USA “Immunità degli Stati sovrani stranieri, che sostanzialmente protegge i Paesi esteri dall’essere processati presso una corte statunitense”, ed evidentemente la Corte ha valutato che la Banca Vaticana e lo Stato Vaticano sono una cosa sola.

ma come è possibile che il Vaticano, tramite la sua banca, possegga quei beni, se furono sequestrati alle vittime dai nazisti?

questa semplice domanda solleva una fitta cortina che nasconde i delitti del Vaticano nella seconda guerra mondiale e di papa Pio XII, appena dichiarato beato da Ratzinger.

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il 30 marzo 1941 Hitler scatenava la conquistan dei Balcani, con l’operazione Marita: obiettivo la dissoluzione della Jugoslavia – molto meglio riuscita a Clinton e papa Woitila negli anni Novanta. il 13 aprile 1941, dopo un selvaggio bombardamento di Belgrado (anticipatore di quello del 24 marzo 1999, propiziato per l’Italia da D’Alema), i nazisti conquistavano Belgrado e quattro giorni dopo fu firmata la resa; lo stesso 13 aprile, a una settimana dall’inizio dell’invasione della Croazia, le truppe italiane alleate entravano a Zagabria, in grazia della ideale spartizione del bottino fra i due regimi fascisti: all’Italia la Croazia (che allora comprendeva anche la Bosnia) e ai tedeschi la Serbia.

entravano, i fascisti italiani, con i loro mezzi corazzati, accompagnati da Pavelic, in camicia nera, il fondatore del movimento fascista degli ustascia, esiliato dalla Iugoslavia nel 1929, e trasferitosi in Italia, dove con l’appoggio del regime nel 1934 era riuscito ad organizzare l’omicidio di re Alessandro I, avvenuto a Marsiglia.

la Croazia diventò una monarchia e la corona venne data ad Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia, ovviamente un lontano parente di re Emanuele III, con cui condivideva il bisnonno, che prese il nome (altrettanto bislacco di quello naturale) di Tomislavo II, dopo essersi battuto contro la prima proposta: Zvonimiro II, che assolutamente non gli piaceva; anche se si guardò bene dal mettere mai piede nel suo regno.

che cosa pensava della questione risulta da questa sua dichiarazione:

« Non ne voglio sapere.

Non ho ambizioni politiche.

Non voglio lasciare l’Italia, i miei interessi, le mie passioni.

Non so nulla dei croati e della Croazia.

Non desidero neppure conoscerli. »

rimase in Italia, infatti, tra l’altro invano occupato a organizzare una rivolta contro Mussolini con l’appoggio degli inglesi, per tentare di salvare la monarchia.

* * *

Stepinac, arcivescovo di Zagabria e primate di Croazia, il 14 si recò da Pavelic per congratularsi e partecipare a un brindisi in suo onore; il 15 nella cattedrale di Zagabria tenne una predica in favore del nuovo regime.

beh, si potrebbe dire, tutti possono sbagliare; inoltre c’era la guerra; ma in verità c’era qualcosa di più; come scrisse su un quotidiano il segretario dell’arcivescovo di Serajevo

“Questo Stato è una nostra creatura”.

niente di strano, quindi, che il 28 aprile una lettera pastorale del vescovo Stepinac richiamasse il clero e i fedeli a collaborare col nuovo regime; peccato soltanto che quello stesso giorno 250 serbi vennero massacrati a Bjelovar.

ma era solo l’inizio: nel numero di giugno del 1941 il Messaggero di sant’Antonio di Sarajevo scriveva:

“In Croazia vi sono oltre 30.000 ebrei.

Nella zona di Zagabria ve ne sono 12.000… nelle nostre regioni più povere non vi è nessun ebreo, poiché là essi non hanno occasioni di rubare.

Il Partito ha dichiarato che la questione ebraica sarà radicalmente risolta”.

l’arcivescovo spiegava chiaramente perché occorresse appoggiare il nuovo governo che «lotta energicamente contro l’aborto che è principalmente suggerito da medici ebrei e ortodossi; ha proibito severamente tutte le pubblicazioni pornografiche, che erano anch’esse dirette da ebrei e serbi. Ha abolito la massoneria e fatto una guerra accanita al comunismo. Se la reazione dei croati è a volte crudele, noi la condanniamo e deploriamo, ma è fuor di dubbio che questa reazione è stata provocata dai serbi »

furono ammazzati circa 800.000 membri della minoranza serba in Croazia.

ma perché non dico semplicemente “esseri umani”? il loro colore, la loro lingua, il loro credo importa qualcosa? li ha fatti forse soffrire in modo diverso?

700.00 furono ammazzati solo nel campo di sterminio di Jasenovac, diretto per alcuni mesi da un frate francescano, detto “Fra’ Satana” e sospeso a divinis; del resto non pochi preti, ma soprattutto frati francescani, furono protagonisti diretti dei massacri; alcuni  prestavano servizio come guardie del corpo del dittatore, fra questi il capo dell’Azione cattolica; uno di loro scrisse:

“lo strumento di lavoro del clero era stato il libro delle preghiere ma ora era giunto il momento di usare il revolver”.

i nemici erano ortodossi (e quindi serbi), ebrei, zingari, comunisti, contro cui venne scatenata una feroce pulizia etnica assieme a una politica delle conversioni forzate al cattolicesimo.

“… un terzo lo convertiremo, un terzo lo uccideremo, un terzo verrà rimandato in Serbia”.

così aveva scritto il ministro Budak.

il vescovo Saric scrisse addirittura che “il movimento mondiale di liberazione dagli ebrei è un movimento per il rinnovamento della dignità umana”, e che doveva esserci, che  “c’è un limite all’amore”.

* * *

Saric fu anche accusato dell’appropriazione di beni di ebrei a scopo personale; e qui veniamo al punto.

perché gli eredi delle vittime o i sopravvissuti accusano il Vaticano di avere direttamente incamerato una parte dei beni degli ammazzati; la storia dice che tutto questo è perfettamente attendibile, ma dice anche che il Vaticano ha una potenza tale che non è processabile.

nel 1945 Pavelic riuscì a fuggire a Roma e di lì, evidentemente non senza la protezione del papa Pio XII, che lo aveva sempre appoggiato, in Argentina, e poi, anni dopo, a seguito di un attentato lì subito, nella Spagna di Franco; intanto, nel crollo finale nazifascista del 1945, toccava a centinaia di migliaia di croati e di italiani balcanici subire la vendetta e la pulizia etnica dei serbi.

beh, nel caso della Croazia non si trattava certo per il papa e per il Vaticano di lavorare sotto traccia per salvare gdeli ebrei e  altri massacrati; si trattava semplicemente di fermare i propri uomini, che in questo caso erano i massacratori diretti.

Pio XII non lo fece; del resto, come aspettarselo?; leggete il saggio del mio amico Maurizio Lovatti per chiarirvi meglio chi era quest’uomo: PioXII.htm

* * *

la storia ci insegna alcune poche ciniche verità.

una di queste è che i morti non sono tutti uguali.

delle stragi nazifasciste della seconda guerra mondiale si sono appropriati, grazie a una campagna propagandistica incessante, gli ebrei, che certamente sono stati le vittime del massacro pianificato nel modo più impressionante; ma altri popoli giacciono dimenticati, e i 15 milioni di russi caduti sotto il piombo delle armate italo-tedesche non fanno più rumore.

ora, ciò che è mostruoso nella beatificazione di Pio XII, quasi più ancora del dibattito sul significato del suo silenzio sui campi di sterminio, è il silenzio dei media attuali sui campi di sterminio croati direttamente organizzati da suoi uomini e suoi seguaci.

del resto l’antisemitismo pubblicamente dichiarato mica ha impedito a Bernardino da Siena di diventare santo; figurarsi se potrà impedirlo l’antisemitismo occulto del Beato Pio XII.

occulto? mica poi tanto: ecco come il nunzio di Baviera descrive una locale sommossa di bolscevichi:

“Tutti ebrei, pallidi, sporchi, ripugnanti e volgari, gli occhi vuoti e il volto intelligente ma insieme traditore”.

* * *

tutte cose note, notissime, per chi vuole conoscerle, ed oscure soltanto per chi desidera ignorarle.

gli apparati della propaganda non si smantellano con qualche post paziente e anche noioso.

la battaglia è impari per definizione: scrivere serve solo, quando ci si riesce, a incontrare qualche voce amica.

l?iniziativa sembra passata a loro, le persone psicologicamente stabili si guardano bene dal fare qualcosa.

stavo giusto cercando un buon motivo per smettere di scrivere in pubblico (se vogliamo dire così di un blog come questo).

adesso l’ho trovato: metti che si scopra che Castagna o la svizzera leggevano il mio blog.

già: siccome tra gli uomini vi sono alcune menti malate, è bene che le menti sane la smettano di criticare e di essere fraintese: lasciamo la parola a chi ce l’ha già.

“Non si comprende che cosa c’entri il gesto di un matto”.

Giuseppe D’Avanzo, Repubblica, 17 dicembre 2009

un matto?

diciamo pure, due.

Ernakulam (Cochi), 12 dicembre 2009

Cara …,
questo viaggio e’ molto meno coinvolgente degli altri indiani: il Kerala e’ molto occidentalizzato e alla fine questa si sta rivelando una normale vacanza, perdi piu’ anche un po’ noiosa.
ho infatti deciso di interrompere anche le mie cronache di viaggio, dato che le sentivo molto insulse.
ti mando un abbraccio che vorrei ristoratore.
* * *

Caro Mauro,

ogni tanto Libero fa le bizze.

Ti ho scritto poco fa, ma non so se il messaggio sia arrivato.

In sintesi, cosa vuol dire occidentalizzazione dell’India?

Siamo poi sicuri che la società stia cambiando le tradizioni e le abitudini?

Il gusto artistico, il piacere di certi cibi, insomma, non si cambiano a cuor leggero…

Ti immagino a riposarti nelle ore calde della giornata.

Chissà che begli incontri avrai fatto là.

Che turisti ci sono?

Bacio

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Ernakulam (Cochi),13 dicembre

cara …,

del messaggio di poco fa nessuna traccia.

ti consiglierei di aprire un account e mail con google mail, dato che ha anche la chat incorporata, me vedi tu.

se mi immagini a riposarmi nelle ore piu’ calde della giornata non mi conosci proprio. oggi giornata tipica: sveglia alle otto, e’ passato l’uomo della lavanderia, si e’ portato via 13 pezzi, che mi dovrebbe avere restituito alle 16 alla reception della Guest House, per circa 2 euro di spesa totale.

dormo in una cameretta che ha l’unico pregio di essere attaccata alla stazione: ho giocato sul Notebook qualche solitario, piu’ che altro per festeggiare che il pc si e’ rimesso a funzionare dopo la perdita di ieri della sacca che lo conteneva su un rikscio’, con fortunosissimo ritorvamento e dopo la conseguente inzuppatura di acqua minerale, e mi sono dato a spostare biglietti aerei e chiavi di casa nella tasca body che non posso perdere altro che assieme alla vita: ovviamente le chiavi non erano dove ricordavo di averle messe e i ticket erano gia’ partiti per la lavanderia, per cui affannosa rincorsa.

uscito dall’hotel alle 10, per andare dal barbiere, ma troppa coda per l’unico aperto, verso le 11 ero al traghetto, e dopo una coda penosissima di scioglimento puro per il calore, eccomi vicino al finestrino freschissimo per i due km di traversata fino alla vecchia Cochi da Ernakulam, che sta a Kochi piu’ o meno come Mestre sta a Venezia.

ho preso un riscio’ per andare al palazzo reale, dono degli olandesi nel 1600, ma a meta’ strada ho incrociato una strepitosa processione cattolica con bande ed esplosioni varie, per cui mi sono fatto lasciare li’, ho scambiato due parole col parroco e mi sono dato a filmare.

credo che oramai fosse venuta l’una, quando mi sono fatto il giro di questo palazzo, visto degli affreschi notevoli, riscontrato le analogie con quello dell’altro giorno, a parte le dimensioni maggiori di questo, studiato la storia della dinastia reale, sacrificatasi alla fine per unire il paese all’India (pare che i discendenti viavno ancora nell’edificio, nella parte non visitabile.

poi shopping, di spezie, una vecchia miniatura, una maschera, e il fascino di alcune gallerie piene di incredibili oggetti antichi, dove ho finito di fotografare: al fondo di una di queste, visto che era oramai troppo tardi per la visita alla sinagoga, mi sono preso lo sfizio di un ristorante di lusso, dove ho mangiato tra le sculture antiche e sulla riva del mare.

poi la sinagoga, appunto, che riapriva alle tre, e un ripasso della storia degli ebrei in India – anche se ovviamente tra questi il mio preferito rimane Giuda il Gemello, da noi noto come Tommaso, da Toma, la parola ebraica che significa fratello gemello: ovviamente e’ il fratello gemello di Gesu’ (ma non dirlo in giro per evitare il rogo) che si ruppe le balle degli altri discepoli e nel 52 dopo Cristo a quasi sessant’anni, a dare credito alle precisissime tradizioni cristiane locali, se ne venne qui, a sentire la leggenda, per poi morire ammazzato sull’altra riva dell”oceano indiano a Madras vent’anni dopo, a quasi ottant’anni, come Gandhi.

leggenda molto precisa che potrrebbe avere una base storica: in questo caso il vangelo di Giuda il fratello gemello, fortunosamente ritrovato nel 1945 in Egitto, e scampato agli ordini di distruzione, pena la morte, del IV secolo, fu scritto- come in effetti tutto fa pensare – prima della partenza del 52.

al luogo dello sbarco del Gemello sono andato ieri in una visita che gia’ sai veramente mordi e fuggi.

dalla sinagoga di Cochi mi sono poi disperso a piedi per una camminata di due o tre km, e rieccomi festeggiato al ristorantino dove due giorni fa ho mangiato gamberoni e pesce scelto direttamente dalla bancarella dove l’avevano appena portati i pescatori.

un internet cafe’ nei pressi, mi permette di s tare seduto per un po’ sotto il ventilatore, poi ripartiro’ costeggiando la distesa di reti cinesi, approdo delle barche che rientrano dalla giornata.

se mantengo i ritmi soliti non credo che ci sara’ una cena, forse il barbiere, se sara’ ancora aperto, se no domattina, quando faccio conto di andare col traghetto in un’isola che la guida dice semideserta, dall’altro lato del golfo.

dormo molto, anche stanotte nove ore, dopo il cinema di ieri sera, ma di giorno mica mi fermo: e non per nulla viaggio da solo, dato che e’ difficile starmi dietro.

il Kerala e’ la regione dell’India meno indiana che abbia visto finora: fai conto che per l”India sia una droga, tanto e’ vero che quando sono qui quasi non mi serve altro (perfino il desideiro sessuale sparisce completamente, tanto fa farmi preoccupare), pero’ fai conto che come ogni cocainomane io sia molto sensibile alle sostanze con cui e’ tagliata la mia droga, e dopo la droga India di questa estate, purissima, in questa c’e’ molto talco, e quindi sono un po’ deluso: alla fine sara’ un viaggio bellissimo lo stesso, comunque, ma lo sara’ piu’ nel ricordo che nella realta’: poi mi piglio una sosta di un paio d’anni, ho promesso: Indonesia, Vietanam, e forse sarebbe l’ora, qualcosa dell’America Latina, magari l’Argentina, chissa’, per cominciare soft, oppure il Guatemala.

quando parlo di occidentalizzazione dell’India parlo di perdita di quella visione filosofica della vita tipicamente indiana che e’ il motivo principale per cui vengo qui.

ma su questo sto meditando un post per il quale per il omento ho solo in mente una vaga traccia e il titolo: La guerra civile indiana.

un abbraccio triplo, ma purtroppo senza sottintesi per ora… e un bacio molto amicale.

* * *

a questo punto mi sono aperto i giornali on-line: e non e’ neppure il caso di dirlo: sono ancora piu’ contento di avere scritto un post cosi’.

ho voluto abbandonare il prima possibile il Kerala turistico alla ricerca del paese autentico e ben mi sta.

sveglia alle 9 di mattina (comunque un progresso, e due sole interruzioni notturne, sempre con contorno di capitoli di Saviano, Gomorra, e conseguenti incubi e malesseri: tra i quali una bella scarica adrenalinica di irregolarita’ cardicache, come non mi capitava da molto tempo, con suspence finale sull’eventuale ripresa del mio cuoricino deciso a riprendere fiato molto a lungo).

quindi niente ritorno fra i pescatori di Anjengo: del resto come ritrovare proprio quelli che dovevano pigliarmi sulla barca fra quei chilometri di spiaggia merdosa e capanne tutte uguali?

e invece eccomi alle 10 alla stazione a prendere il treno per Kollam, abusivamente descritta dalla Lonely Planet come un piacevole paesotto da cui e’ iniziata la storia del Kerala e che ora vive soprattutto come mercato agricolo di noci di cocco e anacardi.

tenuto conto che la mia edizione e’ quella del mio primo viaggio in India del 2004, se non sbaglio, o le notizie erano fasulle fin dall”inizio, oppure e’ proprio nella provincia indiana che si colgono piu’ prepotenti le trasformazioni in atto in India.

mi ritrovo infatti in un simulacro di metropoli congestionata e confusa, assolutamente priva di ogni identita’, invasa da cantieri e centri commerciali, dove in compenso devi fare km per arrivare ad una postazione internet, per trovarci dentro 4 occidentali su sei posti in tutto.

in un post nel mio ultimo viaggio mi chiedevo se l’India poteva rappresentare l’alternativa alla globalizzazione di modello occidentale.

vista dai 400.000 abitanti di Kollam la risposta e’ prevalentemente negativa: la globalizzazione indiana a Kollam sembra una riverniciatura solo superficiale della globalizzazione occidentale.

un tratto sembra irresistibilmente comune e irrimediabile: la banalizzazione.

e’ come se, fosse l’umanita’ costituita da 500 milioni di esseri come qualche secolo fa, o da sette miliardi come oggi, la quantita’ di quel che puo’ produrre di buono sia sempre quella, e dunque che quanto piu’ crescono gli esseri umani, di tanto diminuisca non solo il loro valore convenzionale, ma persino il loro valore sostanziale.

da qualche parte deve esserci una spiegazione, che io proverei ad individuare ad esempio nel fatto che l’aumento della popolazione aumenta anche il controllo sociale e il conformismo: dire conformismo e dire stupidita’ e’ poi per me la stessa cosa, anche se ovviamente non vale il contrario, per una specie di legge di Murphy, anticonformismo non vuol dire per definizione intelligenza o creativita’, ma certamente le facilita.

* * *

due cose sole salvo della giornata di oggi, per il resto piuttosto insulsa e vuota di fatti significativi, come mi aspettavo, essendo il Kerala un paese da quarant’anni sotto un governo comunista pacificamente rieletto, il che comporta una notevole riduzione delle mucche nelle strade (come a Kolkata, stesso orientamento di sinistra e stessa sparizione quasi totale delle mucche sacre), un relativo benessere medio piuttosto diffuso e una quiete un pochino monotona, che non bastano a spezzare le manifestazioni (come quelle di donne, di oggi): insomma sembvra una legge piuttosto universale che dove governa la sinistra siano la mediocirta’ e la mancanza di fantasia al potere, ma dove poi governano le destre sia un rutilare di istinti negativi che fa comunque preferire l’altra scelta, il male minore.

la prima e’ la seconda Governement Guest House in un secondo palazzo estivo del marajah, ignoro se lo stesso di ieri o un altro: ancora piu’ affascinante, immersa in una campagna indiana favolosamente senza cornacchie, anche se ancora piu’ decadente nella sua opulenta solennita’.

e, mi vergogno a dirlo, avendo rifiutato l’aria condizionata, pago il soggiorno in questa meraviglia, cui arrivo attraversando giardini e porticati, 3 euro a notte.

la seconda e’ stata una piccola divagazione, in attesa di entrare a visitare un palazzo a 24 km da qui, lungo un fiume dove un pescatore dragava dalla corrente cinque guizzanti pesciuzzi d’argento per la cena e in una inattesa seduta di birdwatching sono riuscito a fare tre o quattro foto super sorprendendo i miei soggetti tra i rami.

quanto al palazzo-museo, il Krishapuram Palace, evidente una certa affininta’ architettonica fra l’estremo sud dell’India e l”estremo Nord (il Nepal): si colgono echi che dicono di due zone marginali rimaste estranee all’influenza islamica, anche se poi nel Nepal moltissimo parla di un buddismo qui del tutto assente.

e anche se la disseminazione delle nuove e rutilanti, pacchianissime moschee islamiche, invade il paesaggio, senza che nessuno se ne senta disturbato piu’ di tanto, si direbbe, tanto l”India e’ multiculturale di suo.

* * *

cosi’ multiculturale il Kerala, dove un quinto della popolazione e’ crsitiano, che in questo momento l’Internet Cafe’ risuona delle note di Jingle Bell.

fatemi chiudere, prego: domani scappo di qui e mi salto un paio di tappe.

qui praticamente continuo a dormire piu’ di 12 ore al giorno, e – dato il contesto francamente tropical-meraviglioso – mi sto adeguando ad un turismo molto tradizionale: cioe’ alterno le dormite in camera (nel palazzo del marajah, appunto) alle dormite in spiaggia.

spero di riprendermi prima del rientro, dall’ufficio comunque mi tempestano di mail in piena crisi di astinenza…

qualcuno mi dice che forse ho provato uno shock termico: non credo, quello mi e’ capitato  una volta nel sud del Marocco, in pieno deserto, dopo una escursione di 4 ore, era cosa del tutto diversa.

no, piuttosto questa e’ una cosa che mi capita quando accumulo troppo stress sul lavoro, dato che sono abituato a non sentirlo, in situazione, ma solo dopo.

ho precedenti anche di 15 giorni in cui ho recuperato ininterrottamente il sonno svegliandomi solo per mangiare.

in ogni caso da Kovalam, la spiaggia turisticizzata di Trivandrum o meglio Thiruvananthapuram, ma vicinissima ad un paesino di pescatori molto autentico, adesso sono a Varkala, poco piu’ a nord, e molto piu’ affascinante, caratterizzato da un santuario e da una spiaggia sacra, il che significa pulita sia da escrementi indiani, sia da speculazioni turistiche occidentalizzanti, che almeno stanno tutte in cima alla scarpata rossa come le rocce di Petra, e si vedono poco: e non me la passo male, fra grandi botti devozionali, perche’ qui venerano gli dei anche facendo esplodere ogni tanto grossissimi petardi in loro onore.

oggi sono andato a vedere ad Anjengo il primo forte costruito dagli inglesi in India (pare) alla fine del Seicento a qualche km da qui: fuori dal forte, pescatori al lavoro a trascinare lunghissime reti a strascico, stracolme di sardine, e una vera metropoli di baracche che costituisce come un mondo parallelo che non viene riportato da alcuna carta geografica.

domattina, se mi presento alle sette, mi pigliano su una barca per una partita di pesca.

ne dubito molto, dovrebbe succedere il miracolo di svegliarmi alle sei, come minimo.

cosa possibile solo se non mi sveglio di notte, per leggermi un capitolo di Saviano, come oggi, e poi farmi venire degli stranissimi incubi sulla felicita’ dei miei figli: come a dire quanto oramai anche il mio inconscio considera ben poco importante la mia.

* * *

unico neo della giornata: l’Italia che mi persegue fino a qui.

sono due turisti spagnoli, piu’ o meno della mia eta’, che ci tengono a farmi sapere che sono cugini, anche se si somigliano poco.

sintesi della conversazione sotto la sacra sorgente, di cui loro bevono l’acqua ma io mi non mi fido:

“anche in Spagna abbiamo politici scadenti, ma l’Italia e’ la vergogna del mondo: e non parliamo di Berlusconi, parliamo proprio degli italiani”.

per pura carita’ di parte non ho aggiunto che buona parte degli oppositori di Berlusconi sono poi addirittura peggio dei berlusconiani, per fare il quadro piu’ completo.

serendipity, l’arte della coincidenza.

facile entusiasmarsi per qualcosa che sembra nato come frutto di un errore casuale, pero’ se guardiamo bene vi e’ la vera serendipity, che e’ quella che fa succedere qualchecosa che assolutamente non doveva succedere, e la serendipity apparente, che e’ quella che ti fa incontrare con una persona, ad esempio, ma che – anche se non fosse stata proprio quella persona li’ e quella volta li’, – tanto ce ne sarebbe stata un’altra, dello stesso tipo in un altro luogo o in un altro momento leggermente discosti.

insomma le varianti individuali all’interno di una categoria data non sono affatto serendipity, sono le variazioni casuali e normali dell’esistenza all’interno di un tipo.

sbagliare il nome di un paese e finire nel posto sbagliato per fare un incontro particolarmente azzeccato non e’ detto che sia vera serendipity.

* * *

cosi’, posso considerare serendipity l’essere partito per dare realta’ ad un ritorno in India che in realta’ non e’ mai avvenuto, dato che mentalmente non mi sono mai mosso da li’, e di ritrovarmi, invece, in un tropico senza tempo, fra scogliere sull’oceano e foreste di palme?

Varkala, la spiaggia sacra

posso considerare serendipity che un biondone dai capelli ricci a boccoli venga a fare elaborati esercizi yoga sul tramonto esibenedo proprio davanti a me il suo corpo abbastanza giovane ma con qualche rotoletto di troppo?

evidentemente no: dato che basta alzarsi per lasciare la spiaggia su cui oramai calano le tenebre per scoprire dietro di me la sua ragazza in bikini che sta facendo altrettanto.

non e’ serendipity neppure il cane che mentre lo riprendo attraversa la scena, con un irresistibile effetto umoristico, per venire a fiutarmi i piedi.

e’ serendipity il fatto che contro i miei piani sia finito a Kovalam prima che a Varkala, dato che Kovalam, vista dopo Varkala, sarebbe stata assolutamente inguardabile, e invece – vista prima – appare come una specie di interessante introduzione?

certamente, non e’ serendipity l’uomo con cui ieri sera lo scambio di un saluto si trasforma in una lunga faticata conversaazione in due tipi di inglese impossibile, che solo qualche volta si capiscono, sulla spiaggia buia dell”oceano: se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro: le cose che ci siamo detti, mica sono personali, sono semplicemente idee che attraversano noi come molti altri.

non e’ serendipity la musica tibetana struggente che accompagna il mio ticchettare sulla testiera, e’ pieno di negozietti di artigianato tibetano, qui.

* * *

“piacere, Chandra”

gli dico che il suo nome si pronuncia quasi come Sandro e sembra italiano, che Sandro viene da Alessandro, Alessandro il Grande che mori’ a 33 anni dopo avere cercato di conquistare l’India ma essere stato fermato dai suoi soldati, che ho studiato giusto Alessandro all’universita’ e i fachiri indiani.

mi risponde che conosce Alessandro, per avere visto il film, che a lui risulta che Alessandro sia morto cercando di conquistare l’India, che Alessandro non gli piace, perche’ c’e’ gente che ha bisogno di fare del male agli altri? abbiamo bisogno solo di tre cose: cibo, salute e sesso.

gli rispondo che ci sono troppi uomini al mondo per garantire cibo salute e sesso a tutti, che consumiamo in un anno quel che la terra impiega 18 mesi a ricostituire, che l’umanita’ e’ condannata, e che per questo la violenza e’ inevitabile.

mi risponde che se gli uomini si accontessero di cibo buona salute e sesso il problema sarebbe gia’ risolto.

“questo, appunto, caro Chandra, e’ quel che i bramini dicevano ad Alessandro gia’ 2.300 anni fa”.

* * *

anche se passo tuttora la maggior parte del tempo a dormire, oggi per ore sulla spiaggia di Varkala, alcuni momenti magici si fanno strada ugualmente: cominciano.

e’ la voce sul treno che avanza con una melodia struggente ritmata da una specie di nacchere, ed e’ una giovane mamma con una bimba sorridente e un bambinetto che le dorme sulla spalla.

sono i falchi solenni del cielo che si lasciano cadere dietro i palmeti.

e’ la Gouvernement Guest House dove mi piglio lo sfizio di dormire – a un prezzo irrisorio – nella suite ricavata nel palazzo estivo del marajah: l’anticamera era una sala di ricevimento cosi’ ampia che sui lati stanno diposte decine di sedie, e poi ho una veranda chiusa che si affaccia sul giardino.

sono le capanne sul bordo della scogliera, alte sul mare.

e’ il rumore delle onde dell’oceano: molto piu’ intenso del piccolo sciabordare dei mari italiani a cui siamo abituati: vi e’ una potenza infinita che culla il pensiero e lo tiene lontano dalle piccole cose.

IX, 13. la citta’ del serpente sacro

cara …,

sono arrivato stamattina alle 4, non so bene che ora locale fosse in Europa, credo un po’ prima di mezzanotte, e un po’ dopo mezzanotte dove stai tu.

trafile burocratiche e consegna bagagli un po’ lente, poi qualche inedita difficolta’ a trovare una camera, e si capisce perche’: qui e’ alta stagione, cioe’ piena estate, tanto che dormo col ventilatore acceso e ho rifiutato l’aria condizionata solo per principio.

piu’ che in India mi pare di stare in Sri Lanka, come del resto mi aspettavo, e’ un paese del tutto tropicale, il verde si spreca, palme dappertutto, una pulizia pressoche’ svizzera e persino architettonicamente le parti piu’ antiche della citta’ ancora salve dall’alluvione del postmoderno, che sembrano pochissime, assomigliano a Galle, l”antica citta’ olandese fortificati del sud dello Sri Lanka, cioe’ in sostanza questa regione che era storicamente il Malabar delle spezie, e un ponte con l”Occidente, e’ meno indiana delle altre altre e anche la sua architettura nelle case tradizionali soprattutto ha un che di europeo rivisitato.

ho dormito fino a mezzogiorno, e poi mi sono ricaricato lentamente, andando senza mete particolari, ma ovviamente finendo per una serendipity ben calcolata attorno al tempio principale della citta’ presso il quale fra l’altro avevo cercato di trovare la mia room: in mezzo a schiere di pellegrini avvolti in stoffe scussime, e scurissimi di pelle anche loro: visione del tutto inedita per me.

ma non e’ la sola particolarita’ locale, altre ne sto scoprendo a poco a poco, ad esempio il modo di annodarsi la stoffa attorno ai fianchi.

purtroppo non ci si puo’ entrare, noi occidentali, nel tempio.

per il resto la gente del luogo sembra ancora piu’ cordiale del solito, hanno una viva curiosita’ per l’occidentale, anche se poi e’ la regione dell’India piu’ turisticizzata.

io per la verita’ di turisti non ne ho visti molti, ma saranno tutti al mare.

domani faccio conto di restare qui a girellare e poi verso sera di trasferirmi a Cochi, un po’ piu’ a nord.

su wordpress ho cominciato a postare le mie cronache di viaggio e domani ci finira’ anche questa mail riadattata e senza riferimenti personali, credo.

saltata la luce, provo a inviare, scusa i molti errori di battitura che non ho tempo di correggere: il computer e’ rimasto acceso nell’internet cafe’ precipitato nelle tenebre, ma non so quanto possa durare.

* * *

IX, 14. Kovalam (per sbaglio)

“Dove sei attualmente?”

carissima,
sono a…, non mi ricordo il nome, una spiaggia vicino a Trivandrum, che a sua volta e’ l’abbreviativo di un nome per altro non pronunciabile e non ricordabile che significa “Citta’ del serpente sacro”, meglio dire che sono a mezzora di bus dalla capitale dell’antico Malabar.
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la spiaggia di Kovalam

il bello e’ che ci sono finito per sbaglio, avendo deciso di saltarla o di riservarla alla fine, come posto troppo turistico, ma stamattina mi ricordavo il nome troppo bene, a differenza di adesso, tanto e’ vero che ho detto il suo nome al posto di quello dove effettivamente volevo andare e cosi’ sono finito su un autobus che mi ha portato fino a qui, a sud della capitale anziche’ a nord…
il video con foto e riprese di Kovalam, a cui ho dedicato solo poche righe in questo post e ne meritava di più, o almeno meritava alcune foto

in preda alla serendipity piu’ completa, ho di nuovo dormito fino a mezzogiorno e poi passato uno splendido pomeriggio raggiungendo a piedi un vicino villaggio di pescatori.
Vizhjniam
ti mando un abbraccio terribilmente accaldato.

* * *

eccoti di nuovo in india

:)

si’, sono tornato, ed e’ il verbo giusto, anche se da tutt’altra parte che nel viaggio di questa estate, e se quest’estate stavo nel monsone, ora sto nell’eterna estate tropicale dell’India del Sud.

il miracolo comunque si e’ compiuto: ho cancellato i mesi da fine agosto ad oggi, mi sembra di non essermi mai allontanato da qui.

dici che e’ un sintomo pericoloso?

;)

* * *

guardando come camminavano abbracciati due findanzati ieri ho finalmente capito che cosa significa l’amore in una civilta’ dove l’individuo non esiste come tale, ma e’ solo una momentanea reincarnazione.

l’amore occidentale ha dietro di se’ l’individualismo occidentale, di una cultura che ha riempito le chiese della parola solidarieta’ ed amore dato che vive in un modo per cui non riesce a viverla e dunque deve accontentarsi di dirla e ridirla continuamente.

ma dove l’individuo e’ sempre parte di un tutto, l’amore e’ quel sentimento che lo collega al tutto e gli fa perdere la sua identita’, non qualcosa che lo separa dal tutto, contrassegnadolo col peccato.

dove l”individuo tramonta, l’amore e’ un problema della famiglia che si ripercorre, e non sono io a sposarmi, ma tutta la mia famiglia con me: l’amore qui e’ carnale riproduzione di un gruppo di cui ognuno e’ solo sfaccettatura e parte.


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