Berlusconi esprime “rammarico e dolore per non aver potuto evitare la sua morte“: e parla di quella di Eluana Ongaro, in stato vegetativo permanente, cioè cerebralmente morta, da 17 anni, come l’autopsia ha confermato.

avrei preferito che avesse detto che gli dispiace non aver saputo evitare la morte di Stefano Cucchi, invece, un ragazzo vivo nel momento in cui è morto.

come succede a tutti, a meno che non cadano nelle grinfie dello stato etico che vorrebbe imporci di agonizzare senza limiti di tempo e di lascirci morire solo quando siamo già morti da un pezzo.

Stefano Cucchi, un ragazzo ammazzato da fedeli servitori dello stato e da medici del servizio sanitario nazionale.

tanto più che ha la responsabilità politica di quella morte, come capo del governo che dirige carceri e ospedali .

ma la morte di Cucchi non ha peso mediatico, e la pietà di Berlusconi va solo ai morti celebri o resi celebri per forza.

* * *

del resto Berlusconi scriveva alle suore: che cosa volete che dicesse?

forse si aspettava che quelle rispondano:

Silvio, se tu fossi stato qui, Eluana non sarebbe morta!” (Vangelo secondo Silvio, 11, 21)

ma anche se le suore dicessero così, parlerebbero  necessariamente del momento dell’incidente, in cui si è spenta per sempre la coscienza di Eluana, non di quando si è staccata la spina che manteneva artificialmente in vita il suo corpo pressoché insensibile.

* * *

Berlusconi ha aggiunto che le cure date le suore al corpo di Eluana sono “un esempio da seguire per me“, “lontano dai riflettori e dal clamore in cui invece sono immerse le nostre giornate“.

e naturalmente si è messo sotto i riflettori per dirlo.

eh, sì le giornate di Silvio sono sotto i riflettori, e le nottate sotto i videotelefonini della D’Addario.

avrebbe fatto meglio a fare subito il miracolo, un altro fra i tanti a cui ci ha abituato, senza troppe ciance che ci costringono  a ricordarcelo non come santo taumaturgo, ma come uomo prodigio del bordello.

il silenzio tombale di cui parlo è quello mantenuto dalla stampa italiana (almeno quella on-line, che posso facilmente consultare) sullo scandalo dei gesuiti pedofili che sta scuotendo la Germania – anche se la parola “scuotere” è forse eccessiva per questo paese: diciamo che se ne discute ampiamente sui giornali, in tono molto misurato e razionale, come è tipico di qui.

uso la parola “tombale” con amara ironia, che devo spiegare esplicitamente, come si fa con le battute malriuscite che altrimenti il pubblico non capisce: i gesuiti non sono forse coloro che giurano di obbedire ai loro capi “perinde ac cadaver”? esattamente come dei cadaveri?

bene, quindii se hanno taciuto tanto tempo come cadaveri, suppongo che qualcuno glielo abbia ordinato, no?

ma se tacciono i giornali italiani, perché lo fanno? gliel’ha ordinato qualcuno? oppure non considerano il problema importante, tanto in Italia ci siamo abituati?

questo silenzio mi turba particolarmente oggi in cui leggo, con grande evidenza:

“Il papa denuncia la pedofilia nella Chiesa”.

e poi parla soltanto dell’Irlanda!

ma come? il papa, che è tedesco, non sa proprio nulla di quello che sta succedendo in questi giorni in Germania?

o forse non ne parla perché, per il momento, ancora, i giornali italiani non si sono accorti della notizia oppure hanno deciso di non darle peso?

cioè tace anche lui fino a che è possibile?

foto Der Spiegel

* * *

siccome violenze pedofile sono avvenute a Göttingen ed Hildesheim, ad Hannover, la capitale del Land della Bassa Sassonia, l’altra domenica è stata letta in tutte le chiese cattoliche una lettera del decano che ammette coraggiosamente la situazione:

“Non conosco personalmente solo pochi dei sacerdoti autori di questi delitti; conosco personalmente anche alcune vittime; in parte conosco la combinazione in cui il prete violentatore era stato a sua volta violentato”.

il decano ha fatto nomi e cognomi dei preti colpevoli.

l’arcivescovo di Amburgo invece nella predica domenicale ha ringraziato i gesuiti per avere reagito così rapidamente agli abusi; cosa che non poteva certo dire il suo collega di Hannover, dato che gli abusi perpetrati da alcuni dei suoi preti risalgono agli anni Settanta e alcuni si stanno chiedendo come sia possibile che siano continuati indisturbati per decenni.

la chiesa cattolica di Berlino ha celebrato invece, sempre l’altra domenica, un funzione solenne di riparazione per gli abusi  al collegio gesuitico Canisius: il celebrante ha invocato la luce sulle violenze sessuali, ma poi ha aggiunto, piuttosto oscuramente, in verità, che la luce che lui invoca

“non è una luce artificiale, ma la luce della fede; non i lampi da temporale dei media, ma la luce di Dio”.

con suo sommo dispiacere, immagino, i giornali tedeschi, si stanno invece interrogando, molto concretamente, senza tuoni e senza fulmini, su quale sia il male oscuro che attraversa la chiesa cattolica e che favorisce un atteggiamento mafioso di omertà, cioè di complicità, con questi delitti.

i casi di abuso sessuale al Collegio Canisius dei Gesuiti di Berlino sono decine, e anche essi risalgono almeno agli anni Settanta, e sono continuati per decenni.

una indagine dello Spiegel ha calcolato almeno 95 casi conclamati di violenza sessuale nelle istituzioni educative cattoliche tedesche negli ultimi 15 anni.

* * *

ora immaginatevi il clamore mediatico che ha circondato le sventurate maestre di Rignano Sabina per le cervellotiche accuse di bambini certamente violentati psicologicamente dai loro genitori, prima di tutto; e provate a pensare che razza di furore dovrebbe invadere la stampa quando decine e decine di persone cominciano a rivelare da adulti gli abusi subiti da ragazzi e tenuti nascosti tramite violenze psicologiche e minacce,  con piena consapevolezza e senza mescolarli a nebulose fantesia da fumetto come è normale in una mente infantile.

l’orribile violenza psicologica di chi costringe la vittima a vergognarsi della violenza che ha subito e le rovescia addosso la vergogna che dovrebbe invece seppellire chi l’ha violentata.

la stampa tedesca, con teutonica calma, intanto, incalza le istiuzioni religiose attraversate dal fenomeno: perché di fronte ad abusi sessuali la chiesa agisce per linee interne e non denuncia i colpevoli ai tribunali?

l’orientamento protestante di alcuni media si vede dal fatto che essi individuano nel celibato dei preti la causa di questi abusi sessuali: ma qualcuno saprebbe spiegarmi come mai il diritto di sposare una donna potrebbe trattenere un pedofilo omosessaule dal soddisfare le sue inclinazioni corrompendo dei ragazzini?

* * *

ora immaginatevi che in una antica e rispettabile istituzione dedita all’educazione dei bambini si annidino dei pedofili che approfittano della situazione per sfogare voglie inconfessabili; ed immaginate che questa istituzione risponda all’emergere di questi casi non con un moto di orrore, con l’espulsione immediata dei colpevoli e la loro consegna ai tribunali civili perché li giudichino, ma con l’imbarazzo, il silenzio e semplici provvedimenti amministrativi interni, come il trasferimento di questi sacerdoti indegni da un posto all’altro, quasi a facilitargli al loro azione in luoghi dove non sono ancora conosciuti personalmente e dove il prestigio della tonaca dà loro una fiducia immeritata permettendo loro di proseguire indisturbati negli abusi.

che cosa pensereste? che quell’istituzione inconsapevolmente agisce da complice?

oppure vi spingereste ancora più in là? arrivereste a pensare che almeno una parte non grande, ma purtroppo significativa, di questa istituzione funziona come una organizzazione pedofila parallela nascosta sotto il manto di una fede data in pasto alla creduloneria popolare?

si fanno, giustamente, le retate antipedofile in internet: a quando le retate antipedofile nelle canoniche e nei collegi religiosi?

riuscite a immaginare un possibile processo dove vengano portate in tribunale, a rispondere dei loro errori, come associazioni a  delinquere, le stesse istituzioni religiose che da decenni nascondo il marcio che si annida al loro interno e i dolori e le mutilazioni psicologiche che gli abusi sessuali provocano, per puro imbarazzo e paura dei temporaleschi lampi di verità dei media?

e riuscite a pensare che in Italia ci si interroghi su quale parte di responsabilità abbia l’educazione cattolica nella istigazione alla ipocrisia e alla omertà che sono così diffuse all’interno del clericalismo e da esso si diffondono come un male immedicabile ad un popolo intero?

* * *

ecco concluso il mio post di informazione alternativa: a volte sogghigno tra me pensando che nessuno o quasi mi legge: è un vero peccato, mi dico, perchè chi trascura questo blog non sa, per esempio, chi potrebbe essere Chiappe d’Oro, si illude forse che la crisi economica non esista, crede nell’onestà intellettuale di D’Alema, e non parlo di chi ha fiducia nel nostro presidente del consiglio, perché anche i profeti antichi sapevano che Dio toglie la vista a coloro che vuol mandare in rovina.

saper vedere comunque è a volte questione di scelta, e per saper ben vedere basta semplicemente volere ben guardare.

tenetevelo per detto voi tutti che voltate così volentieri la testa dall’altra parte.

Stuttgart, 4 febbraio 2010

la fotocopia della vecchia lettera mi dà un colpo al cuore: questa scrittura ricorda così da vicino quella di mio padre!

gli stessi svolazzi che non riescono a nascondere una spigolosità impetuosa, e spesso si aggrovigliano oppure si distendono sopra le vocali come a coprire un carattere troppo chiuso in se stesso.

una voce tonante, immagino, ma un cuore timido.

I. M. F. F.

(suppongo che possa significare: Ildefonsus, minimus fratrum Francisci – Ildefonso, minimo fra i fratelli di Francesco)

Mia buona Giuseppina,

il troppo storpia, ed il pallone troppo rigonfiato scoppia.

(che atroce, terribile lapsus! come è stato possibile una ferocia tanto crudelmente mirata? e neppure casuale, ma voluta, sentite)

Io non desidero né una storpiatura né una caduta nel vuoto, quindi la prego di non parlare mai di me, povero uomo, quando mi scrive.

* * *

questa lettera é datata Gemona, ed è del 30 dicembre 1926.

chi la firma “Sempre memore” è il fratello di mio nonno, padre Ildefonso di Oderzo: figura un poco misteriosa e leggendaria la sua, in quella mitografia familiare che è per ciascuno di noi una specie di percorso di formazione.

sì perché è attraverso le storie degli antenati che tracciamo la nostra identità nel mondo, non come se fossimo un numero qualunque, ma proprio come il frutto di quella terra particolare, di quella linfa che è salita per li rami proprio fino a lì e poi è sbocciata in quella particolare foglia che siamo noi.

chiamatela la metafora dell’albero genealogico, questa, se volete, ma nella parte nota dell’albero  della famiglia di mio padre  nulla so più in là di mio nonno, e ci stanno un paio di rami secchi o spezzati: non hanno dato frutto.

con lo zio Ildefonso, anche un fratello di mio padre, il più giovane, Mario, morto a 25 anni di una meningite tubercolare fulminante, che lo portò nella tomba assieme alla sua fama di ragazzo bellissimo e gran seduttore, fama che vorrei dire indelebile se non fossero rimaste solo meno di dieci persone a ricordarsela e nessuno più ad averlo visto vivo, tranne forse mio cugino Andrea da bambino.

il mio prozio Ildefonso è l’altra biforcazione di questo ramo dal lato opposto a quello di Ferdinando, il padre di mio padre.

Ildefonso si fece frate, visse in povertà, lasciò di sè solamente un suo libro di lettura: L’imitazione di Cristo, un vecchio volume dalla copertina di pelle e dalla carta spessa, quasi una leggera pergamena, che mi affascinava da bambino soprattutto per alcune vistose gallerie scavate dai vermi che lo attraversavano nette.

nell’estate del 1963, quando scoppiò in me il demone della scrittura, una delle prime cose che feci furono alcuni commenti a quel libro, e mi sembrava di ritornare dentro la personalità del prozio.

al quale ho già dedicato qualche riga in un vecchio post: 411_nel_limbo_della_bugia~1198952 e forse qualche altro riferimento qua e là che ora non ricordo.

* * *

Se sono giunto a fare un po’di bene all’anima sua, non è mio merito, ma solo di Dio, al quale, e non ad altri, va tributato ogni onore e gloria. Gli uomini sono strumenti, Iddio è l’artefice, non allo scalpello dunque si deve tributare il merito, ma allo scalpellino o scultore. Questo perché le sia di norma per l’avvenire.

che cosa avrà fatto la povera Giuseppina per meritarsi un trattamento così duro?

e chi era?

una Giuseppina Moro figura in quegli anni come collaboratrice del periodico socialista La difesa delle lavoratrici, uscito fra il 1912 e il 1925, ma non  poteva essere lei, dato che lei era invece la sorella di Gerolamo Lino Moro, deputato e poi senatore democristiano di Oderzo, vissuto dal 1903 al 1990, oltre che presumbilmente troppo giovane per scrivere su un periodico in quegli anni.

niente altro di lei io conosco – temo che questo post finirà con l’essere una specie di lamento sulla polvere del tempo che offusca la memoria.

so solo che Giuseppina tenne questa lettera con sè per tutta la vita, dimostrazione evidente di come gli esseri umani si affezionano di più alle loro sventure, e la lasciò come la sua eredità più preziosa, alla sua morte: un gesto che trovo commovente, e che mi autorizza a qualche fantasia sul suo conto (chiedendo scusa sin d’ora se qualcuno potesse sentirsene offeso, naturalmente).

parenti affettuosi ne hanno fatto pervenire una copia alla mia famiglia, dopotutto che cos’altro resta del celebre prozio, famoso solo nella cerchia dei suoi pronipoti oggi?

* * *

per capire perché ho parlato di ferocia delle parole rivolte da quel frate che era il mio prozio a questa donna che aveva avuto la sventura di dargli la sua confidenza e di esprimergli la sua ammirazione e la sua stima, occorre leggere avanti:

Avvenire, che spero non sia doloroso come il presente.

Lo dico doloroso perché sento che la gamba le impedisce di fare quel che vorrebbe fare.

chi ha letto questa lettera assieme a me si è convinto che Giuseppina Moro avesse qualche lesione ad una gamba che la faceva zoppicare e che forse le impedì di sposarsi e farsi una famiglia: ma io non posso dirlo, non so nulla di lei, sto solo usando dei pretesti per scrivere un racconto, forse non dovrei proprio scrivere nulla su questo argomento, usando nomi di persone vere,  perché sforzarsi di strappare alle tenebre del tempo le sue vittime?

peggio ancora, perché sostituirsi al tempo che è l’unico vero grande scrittore di storie, peccato che gli piaccia più cancellarne che scriverne?

* * *

diventare religioso significa abbandonare una famiglia, vivere una vita completamente altra, non volerne neppure una propria: se un ramo si secca è perché si stacca dalle radici, anche.

per lungo tempo  di questo parente che non ho mai conosciuto, perché morì a 76 anni l’anno prima che io nascessi, ho saputo soltanto che era stato confessore del papa Pio X, che se l’era portato in Vaticano da Venezia, una volta eletto; qualcuno aggiungeva che era anche il segretario personale del papa, ma non ne sono sicuro, forse occorrerebbe una ricerca sull’Osservatore Romano di quegli anni: ma sono cose successe un secolo fa, Pio X fu papa dal 1903 al 1914, la leggenda dice che morì di crepacuore per lo scoppio della prima guerra mondiale.

chissà se è vero: in ogni caso la morte lo colse proprio in quel momento.

padre Ildefonso aveva in quell’anno 43 anni, ne aveva solo 32 quando il papa lo aveva portato con sè dal patriarcato di Venezia a Roma.

questo post mi permette di mettere a fuoco tanti dettagli che altrimenti mi sfuggirebbero, scrivendo è come se qualcosa mi aiutasse a vedere meglio nelle nebbie di questo passato tanto lontano: un vecchio papa, che aveva già 68 anni quando fu eletto, che si confessa presso un giovane uomo di 35 anni più giovane di lui.

come si erano conosciuti?

* * *

il prozio, di Oderzo, si era fatto frate nel 1887, a 15 anni e mezzo, e poi era diventato sacerdote nel 1895, a 23 anni: l’arciprete Giuseppe Sarto, il futuro papa, dal 1875 era stato canonico della cattedrale di Treviso e direttore spirituale nel seminario diocesano, ma alla fine del 1884 era diventato vescovo di Mantova, quando il prozio aveva solo 12 anni, quasi certamente era già in quel seminario, ma come poteva essere stato notato dal direttore già cinquantenne?

gli anni del seminario di Treviso furono per monsignor Sarto i migliori della sua vita.

ma certamente l’incontro col giovane prozio era avvenuto più tardi, quando il vescovo di Mantova era diventato Patriarca di Venezia ed era ritornato nella sua terra.

anche il prozio fu un educatore in un seminario, comunque – forse quello stesso? – ne resta una foto, dove lo si vede serenamente circondato dai giovani seminaristi: forse il luogo dell’incontro era stato proprio là.

* * *

penso che Giuseppina avesse scritto a padre Ildefonso esprimendo la sua angoscia perché voleva partecipare a un pellegrinaggio, doveva aver detto al frate che sognava semplicemente di potersi muovere liberamente, per fare del bene, senza l’ostacolo e l’impaccio della gamba mal funzionante, gli aveva raccontato che questa angoscia non la lasciava dormire: si era lamentata della sua situazione, ma solo perché la gamba le impediva di manifestare la sua fede, che altro poteva dirgli se non che solo da lui poteva venirle una risposta di serenità?

e poi lui capisse quello che neppure lei capiva, se ne era capace.

in questo dialogo dei tempi antichi ci si parla per metafore e per lapsus: la gamba impedisce a Giuseppina una pienezza di fede, in realtà, perché lei si chiede perché Dio abbia voluto punirla così: è così difficile credere ad un Dio che ce l’ha con noi e che ci punisce senza colpa.

in questo senso l’essere una zoppetta impedisce alla ragazza il volo della fede.

quel frate l’ha colpita, lei spera di avere da lui una parola che la strappi al logoramento di quella domanda.

e invece ecco una risposta che l’ha ferirà prima duramente al cuore, strappandola alla prospettiva  di quell’abbandono puramente spirituale che era pronta a donare a quell’uomo; ecco invece respinto con durezza lo spontaneo sentimento che la spingeva verso di lui.

ma ora, dopo averle procurato un simile dolore, lui le parla di nuovo per medicare questa e ogni altra sua ferita, parla con una voce impersonale, dopo essersi come asceticamente spogliato della sua identità, e non ha più una sua voce, ma solo è il rimbombo di qualcun altro che parla al suo posto

Non è qui la perfezione, ma bensì sta di casa ove si fa con amore, quello che si può fare. Ma perché poi cercare certe sottigliezze? Non è ciò che pretende Gesù: Egli vuole essere amato, e quando un’anima l’ama quanto può, (anche co’ suoi difetti, colle sue manchevolezze, colle sue passioncelle) l’ama come Egli vuole, e quando si fa come vuole Gesù, si fa cosa perfetta.

* * *

Giuseppina è annientata: inginocchiata si asciuga da sola le lacrime che avrebbe dovuto asciugare lui.

però sente che vi è in questo rifiuto di lui un amore come al di là del muro, che non le lascia respiro.

Giuseppina sente la potenza incredibile dell’amore che rifiuta l’amore.

non piangere, Giuseppina.

Non si preoccupi dunque di alcuna cosa, il far nulla, purché si faccia la volontà del Signore, è cosa sì grande che solo i Santi la sapevano fare. Fa lei altrettanto? Non  pensi ad altro.

Giuseppina, l’uomo che ami senza sapere di amarlo, l’uomo che hai scelto di amare nell’unico modo che potrà esserti possibile, ti indica la strada del nulla.

è il nulla religioso dell’eterna rinuncia, un abisso totale di assenza di sè, un silenzio della mente che potrebbe essere pace e quasi felicità.

“sì”, pensa, Giuseppina – e decide che non risponderà mai a questa lettera, che però si porterà nel cuore per una vita intera.

il suo silenzio perfetto sarà la prova più compiuta del suo amore per Gesù, e d’ora in poi questo amore sarà anche il suo amore per Ildefonso.

* * *

Ricambio auguri e felicitazioni con lei e tutti di famiglia, e, quando in letto non dorme, si ricordi di me e preghi.

La benedico di gran cuore.

Giuseppina obbedisce, e richiude il suo cuore.

* * *

è l’estate del 1963.

io ovviamente non so nulla del mio prozio, solo ho in mano il suo libro di meditazioni.

non ho ancora notato la stranezza che questo libro è commentato dall’abate De Lamennais, che verso il 1816 tradusse appunto in francese dal latino medievale L’imitazione di Cristo di san Tommaso da Kempis.

ma l’abate De Lamennais, anche se in quegli anni polemizzava con l’illuminismo, fu poi un alfiere di un cristianesimo rivoluzionario, si accostò al socialismo, pubblicò il Libro del Popolo, appoggiò le lotte popolari, fu condannato ad un anno di carcere per le sue critiche alla monarchia francese, sviluppò il concetto di un cristianesimo senza Chiesa, capace di riunire le masse per condurle al progresso attraverso la carità, cioè la solidarietà, e fu considerato da Geroge Sand, “il padre della nostra nuova Chiesa”.

che cosa ci faceva il libro di un autore simile, messo all’Indice, fra le mani del confessore di uno dei papi più conservatori del Novecento, Pio X, l’equivalente di Ratzinger un secolo fa, il più duro avversario del modernismo?

senza sapere nulla di questo intreccio problematicamente perverso, nel 1963 io semplicemente leggo.

non immagino che quel libro aveva così profondamente plasmato la mente dello zio di mio padre, che parlava come se fosse stato, lui,  san Tommaso da Kempis.

un frate olandese vissuto nel Quattrocento, che – scrivono – “visse una vita tranquilla, spese molto del suo tempo tra esercizi devozionali, composizione e copiatura di testi, copiò almeno quattro volte la Bibbia”, e una copia in cinque volumi si conserva a Darmastadt – dove sono stato a novembre.

* * *

nonostante quel che ho continuato a pensare e scrivere fino a questo momento, Tommaso da Kempis non fu mai proclamato santo.

lo ha impedito la conclusione beffarda della sua vita esemplare.

la riesumazione del suo cadavere mise coloro che aprirono la bara di fronte ad uno spettacolo sconcertante: il pio frate era stato sepolto vivo per errore e aveva lottato vigorosamente, ma invano, per sottrarsi a quella seconda morte, quella vera.

nel dubbio che potesse avere disperato e dubitato di Dio il processo di beatificazione fu sospeso.

* * *

è il giugno 1963; scrivo:

Ho risolto quel problema di cui ti ho parlato l’ultima volta: se era lecito sforzarsi di fare del bene agli altri, anche se ciò li danneggia.

[La soluzione] l’ho trovata, guarda la coincidenza, su di un vecchissimo libro, abbondantemente roso dai tarli, che era l’unico avere di un mio prozio frate, questo volumetto è venuto a finire chisssà come nella mia cantina.

È “L’imitazione di Cristo” di S. Tommaso da Kempis; un certo capitolo dice appunto che “l’uomo non deve troppo abbattersi, allorché cade in alcuni difetti“. [...]

Non è bastante l’essere paziente con gli altri; bisogna esserlo anche con se stesso. Quel non so che d’aspro e violento che proviamo in noi dopo aver commesso qualche errore viene piuttosto dall’orgoglio umiliato che da un pentimento secondo Dio. L’uomo umile, che conosce la sua debolezza; non si sorprende di cadere , geme della sua caduta, ne implora il perdono e si rialza tranquillo per combattere con coraggio novello”.

E penso che questa valga anche per te che dici che non si può continuare a sforzarsi di migliorarci senza ottener alcun risultato. [...]

Ho compreso che il buon san Tommaso ha ragione e [...] mi sono sollevato dallo scoraggiamento che mi aveva preso e [...] continuerò la mia battaglia contro l’orgoglio e l’egoismo

con gran fidanza in chi sana tutte le nostre avversità“.

* * *

padre Ildefonso da Oderzo, Giuseppina Moro, l’abate De Lamennais, Tomaso da Kempis: eroi della fede in Dio.

sì, ci vuole dell’eroismo per credere in Dio.

Stuttgart, 1 febbraio 2010

è diverso amare una donna che si ha e amare una donna che non si ha ancora.

ops: è diverso amare una persona che si ha e amare una persona che non si ha ancora.

ops ops: non si possono avere le persone, e quindi neppure le donne.

insomma, c’è l’amore possesso e c’è l’amore ricerca, non trovo un modo adeguato per dirlo.

* * *

la verità è come la donna o la persona che abbiamo già, oppure è come la persona che cerchiamo perché non l’abbiamo?

dico un pochino meglio se ci riesco: amiano la verità di quell’amore che è l’amore per la donna che si ha, o che si crede di avere? oppure amiamo la verità dell’amore con cui si cerca una persona, sapendo che potremo amarla, ma non potremo mai “averla”?

ecco una domanda che non sarebbe male porsi.

* * *

la gelosia non è una forma d’amore, ma la negazione dell’amore.

se l’amore vero è ricerca e non possesso,  amiano solo ciò che non abbiamo; e allora ama davvero la verità solo chi non ce l’ha.

a volte penso che anche tra persone si ama chi non conosciamo ancora.

Umberto Veronesi, 84 anni portati benissimo e ancora affascinanti, eletto senatore alle ultime elezioni, una vita spesa bene e ancora attiva, vegetariano.

i giornali si accorgono di lui perché è andato in televisione.

e che cosa ha detto questo vecchio saggio? ma vorrei dire: questo vecchio sapiente.

«Scienza e fede non possono andare insieme, perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di leggenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».

* * *

mi piacerebbe commentarlo aggiungendo che, contrariamente a quello che dice di se stessa, la fede non ha niente a che fare né con la verità, né con la giustizia, non con la bontà e neppure con la bellezza.

la fede è una semplice protesi della volontà.

è un modo per dare più forza a quel che vogliamo, attribuendolo a Qualcuno più grande di noi.

il grido “Dio lo vuole!” ha attraversato la storia, e persino i nazisti avevano sulle loro bandiere “Gott mit uns”, Dio con noi.

avete mai visto qualcuno che crede con forza in un Dio completamente diverso da lui? che sia addirittura contrario a quello che lui vuole? che sta dalla parte dei suoi nemici?

qualcuno è mai corso in battaglia sotto bandiere su cui stava scritto: “Dio è con loro”?

è ben diverso dire: voglio che facciate così, oppure: Dio vuole che facciate così: alla fede si ricorre volentieri in tutti i casi in cui la volontà è sproporzionata alla forza.

e in questo senso, solo in questo senso, la fede fa bene.

per questo è inutile sottolineare che la fede è diversa dalla scienza: la scienza cerca davvero la verità, senza saperla; la fede non ha bisogno di cercarla, perché la sa già.

la fede non ha niente a che fare con la verità: se le si avvicina, trasforma la verità in fede; la fede non ha neppure niente a che fare con la giustizia: anche la giustizia della fede è fede; la fede ignora bontà e bellezza: sono orpelli che indossa come ornamenti di ciò che è veramente sostanziale: lei stessa, la fede, cioè la volontà che le cose siano in un certo modo.

* * *

“ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico”.

lo dice Veronesi alla televisione, ed è proprio così, ma nessuna religione ammette, sa e neppure vuol sapere che è così.

ogni fede scambia abitualmente il relativo con l’assoluto, attribuendo alle proprie convinzioni l’indiscutibilità.

la fede prescinde dai tentativi di dimostrazione, e siccome un tentativo di dimostrare la fede basta a distruggerla, appare evidente l’assoluta incompatibilità fra fede e ragione.

solo una ragione preventivamente storpiata e resa irriconoscibile a se stessa può agire da ancella della fede portando qualche parvenza di convalida ai suoi dogmi.

* * *

ma di Veronesi ora io vorrei citare un paio di altre affermazioni che giudico ancora più stimolanti, e soprattutto molto più utili perché più concrete.

L’umanità rischia un effetto a catena distruttivo: esaurimento di energia, di acqua potabile, di alimenti base per soddisfare consumismi alimentari errati.

I conti non tornano.

Sei miliardi di abitanti [oggi sette], tre miliardi di bovini da macello (ogni chilo di carne brucia 20 mila litri d’acqua), 15 miliardi di volatili da alimentazione, produzione di combustibili dai cereali.

Tra un po’ non ci sarà più cibo.

Grano, soia, riso, mais costano sempre di più e vanno a ingrassare gli animali da allevamento.

Dobbiamo fermarci ora.

Rinunciare alla carne è per me anche una forma di solidarietà e responsabilità sociale.

In un mondo che ha fame, il consumo di carne costituisce uno spreco enorme: se oltre 820 milioni di persone soffrono la fame è anche perché gran parte del terreno coltivabile viene riservato al foraggio per gli animali da carne.

I prodotti agricoli a livello mondiale potrebbero essere sufficienti a sfamare tutti, se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare gli animali da allevamento.

questa è etica del XXI secolo: ma viene da un ateo e da un laico: e non dal cristianesimo assente.

il diavolo si nasconde nei dettagli e nell’era di internet nel copia e incolla.

Stuttgart, 1 febbraio 2010

l’assoluzione di un imputato è sempre una buona notizia.

in questo caso si tratta di Massimo Maria Berruti, ex-dirigente di Mediaset e deputato del Partito delle Libertà di Berlusconi (e non intendo “il partito di Berlusconi”, intendo proprio “le libertà di Berlusconi”) .

era stato accusato di riciclaggio in uno stralcio del processo per i diritti televisivi  e cinematografici di Mediaset, lo stesso che vede alla sbarra, o per meglio dire: NON vede alla sbarra, Berlusconi e il presidente di Mediaset Confalonieri per costituzione di fondi neri attraverso sovrapprezzi falsamente pagati, che finiscono – secondo i soliti Pubblici Ministeri – in fondi esteri, a disposizione per operazioni sporche, soprattutto di corruzione politica.

per Berruti il processo era stato stralciato e si è svolto ugualmente, nonostante i cavilli ed ora anche la legge sul legittimo impedimento, con cui Berlusconi si sottrae alle udienze.

Berruti era accusato di essere “il procuratore e il beneficiario del conto Jasran, sul quale sarebbero confluiti tra il 1994 e il 21 novembre 1995 circa alcune decine di milioni di euro”.

l’accusa non è stata provata, secondo il Tribunale, e altri reati minori connessi sono andati in prescrizione.

* * *

il Tribunale non si è fatto impressionare dal fatto che Berruti sia un pregiudicato  e per lo stesso reato.

Berruti era infatti un capitano della Guardia di Finanza e in questa veste nel 1979 fece un’ispezione tributaria alla Finivest, che si risolse all’italiana con una sua visita a Berlusconi.

a sorpresa, tuttavia, si fece beccare e nel 1980 fu arrestato nel quadro dell’inchiesta sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e condannato dopo diversi procvessi in via definitiva a 8 mesi per favoreggiamento, per avere cercato di depistare le indagini: dovette lasciare il posto di finanziere, e dopo avere lavorato come commercialista e consulente esterno, venne assunto alla Finivest e alla fine portato in Parlamento nel 1996, dove rappreenta la Lombardia e Milano, la famosa capitale morale d’Italia.

* * *

per questa assoluzione Berruti dovrebbe essere espulso dal Partito delle Libertà.

e non parlo solo di generica incompatibilità morale di un innocente (almeno in UN processo): questa sarebbe solo una battuta acida e forzata.

intanto Berruti si è difeso in Tribunale, anziché strillare che i giudici sono tutti rossi (anche quelli che lo hanno assolto dopo un’ora soltanto di camera di consiglio?)

poi Berruti si è difeso dicendo che il beneficiario era  un suo collaboratore deceduto nel 2000: non ha negato che i fondi neri Fininvest esistevano, ha solo cercato di dimostrare che chi li gestiva in azienda era un altro che adesso è morto, e ci è riuscito.

se il conto esisteva e qualcuno ne ha beneficiato, quindi pare abbastanza normale che la magistratura indaghi.

* * *

purtroppo il deputato Berruti aveva già dato segni pericolosi di indipendenza di giudizio.

lo si può vedere da un sito molto interessante che monitora l’attività dei singoli parlamentari, per i 3 o 4 cittadini che vogliono valutare quel che fanno e non accontentarsi dei favori personali e delle raccomandazioni prima di decidere se votarli.

(per chi non lo avesse capito, la mia è una battuta: tanto esiste la preferenza bloccata e i cittadini non decidono proprio niente; con la legge elettorale attuale in Italia più che elezioni si fanno plebisciti).

basta cliccare questo link 206 e poi metterci, al posto del numero di Berruti, 206, il numero del vostro deputato preferito, per sapere tutto di lui, o almeno per sapere che cosa fa pubblicamente in Parlamento.

e Berruti su 4.143 votazioni per appello nominale ha fatto di testa sua e disobbedito ai capi ben 35 volte, quasi l’1 %, una percentuale che ne fa quasi un anrchico nel Popolo delle Libertà di Berlusconi.

* * *

non basta, Berruti ha fatto ben di peggio, ha commentato la sentenza così:

«Mi dichiaro soddisfatto della sentenza emessa dalla quale è emersa la verità.

So di essere innocente e per questo mi sono sempre presentato in aula, non ho mai ricorso a legittimi impedimenti né ho voluto rinvii.

Volevo essere giudicato perché so di non avere commesso nulla di quanto mi è stato imputato.

Ora mi aspetto un processo d’appello per il quale non voglio che scatti la prescrizione.

Se questa dovesse determinarsi, rinuncerò perché voglio essere giudicato innocente come sono».

se questa non è una critica aperta al suo capo!

direi che Berruti è perfino meglio di Fini.

che ne direste di fare Berruti presidente del Consiglio?

(basta solo che sappia raccontare le barzellette altrettanto bene del suo capo, ma non è difficile).

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