il 31 dicembre è passato e l’Italia non ha fatto bamcarotta nel 2009; la prima reazione, ovviamente, è di sollievo, ma chi ha scritto qualche mese fa, un post dal titolo “la bancarotta d’Italia è vicina” (post che, fra l’altro risulta uno dei piùi letti di questo blog, o per meglio dire, uno dei pochi letti di questo blog) ha certamente il dovere di interrogarsi e di darsi delle spiegazioni: e per ovvii motivi deve anche farlo in pubblico, su. blog stesso, dove aveva espresso le sue preoccupazioni.
il crac non c’è stato non perché la previsione di un possibile crac fosse sbagliata, o perché sia in atto un risanamento delle cause che lo fanno temere, ma per due motivazioni, una di carattere più superficiale ed estrinseco, e una più di sostanza.
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parlando della prima, occorre dire che la trovata di Tremonti dell’ennesima sanatoria fiscale col rientro dei capitali dai paradisi fiscali ha avuto successo: sono rientrati circa 95 miliardi di euro, quindi un po’ meno della metà di quelli che ad occhio calcolano gli economisti fossero fuori del Bel Paese.
questo rientro è importante non tanto per il beneficio diretto apportato, ma per le conseguemze a medio termine.
nell’immediato il beneficio economico per le casse dello stato è in sè stesso alquanto modesto, considertae le straordinarie condizioni di favore previste dal governo, che sono queste: “bisogna calcolare, in maniera forfetaria, un reddito figurativo ammontante al 2% annuo per i 5 anni precedenti la regolarizzazione o il rimpatrio”, cioè un “rendimento lordo pari al 10%”, sul quale si applica “l’imposta straordinaria del 50%, comprensiva di sanzioni e interessi, per cui il costo dello scudo fiscale è del 5% del valore delle attività dichiarate”.
fa in tutto, se la matematica non è un’opinione, meno di 5 miliardi di euro: a tanto ammonta il vantaggio di un provvedimento che ha messo in regola evasori, camorristi e mafiosi dal punto di vista economico.
il governo ne aveva previsti circa 1.000 di meno, ma la cosa davvero grave è che con i 4 miliardi di euro in più il governo ha fatto fronte a suoi normali compiti istituzionali: 5 per mille, libri di testo, scuole private, ricerca, autotrasporto. solo il miliardo non calcolato dalla finanziaria servirà per i provvedimenti straordinari per la crisi e contro la disoccupazione (decreto incentivi) attesi per fine mese.
in sostanza della grande regolarizzazione dei beni degli evasori e della criminalità organizzata per i disoccupati della crisi sono restate davvero solo le briciole e tutto quello che l’Italia può mettere a disposizione dei lavoratori precari e disoccupati è circa l’1% dei capitali evasi rientrati.
(poi ci credo che Brunetta chiede di eleimare l’art. 1 della Costituzione che dice che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, affermando che non significa niente: come dargli torto?).
e per il 2010 come verranno coperte le spese per quest’anno sanate con lo scudo fiscale?
mah, con una proroga dello scudo fiscale con percentuali (leggermente) crescenti: si auspicano altri 30 miliardi di euro a percentuali del 7-8%: ma mancheranno pur sempre un paio di miliardi per pareggiare i conti.
e nel 2011?
ecco una domanda degna del peggiore disfattista che Berlusconi e i suoi non si stancheranno mai di mettere alla gogna!
più importante è il fatto che quei capitali dichiarati continueranno poi a produrre fiscalmente reddito anche negli anni futuri; ed ecco come si spiega, credo, il fatto che nell’anno in corso, nonostante la crisi, le entrate fiscali Irpef sono aumentate del 3%, cioè è stata ridotta in percentuale ancora superiore l’evasione fiscale.
è infatti noto a tutti che, se si riuscisse miracolosamente ad annullare l’evasione fiscale, i problemi di bilancio dello stato italiano scomparirebbero all’istante.
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la seconda causa del fatto che i creditori italiani non hanno chiesto di ritirare i loro fondi dal nostro paese è ben più sostanziale e l’ha chiarita bene un importante articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera del 24 dicembre scorso, che qui prima di tutto riassumo.
(Massimo Mucchetti, detto incidentalmente, è stato mio alunno per qualche mese al Liceo Classico Arnaldo di Brescia quarant’anni fa, quando eravamo entrambi dei ragazzi e io facevo il supplente: in quel caso la sua classe aveva costretto a mettersi in malattia un vecchissimo docente autoritario e un poco bislacco con lo sciopero sessantottino delle lezioni e io ero stato chiamato dal preside a metterci una toppa, e da buon sessantottino ero riuscito a farlo riportando gli alunni in classe; con questo non voglio dire di avere insegnato io in 5 mesi a Massimo Mucchetti a scrivere, perché era già allora a 16 anni un alunno geniale per conto suo, ma quando leggo il suo stile asciutto e così chiaro negli articoli, ogni volta mi frego le mani; invece quando mi capita di leggere qualche suo libro, penso di non essere stato lì abbastanza, perché lo vedo, come allora, cadere vittima della complessitá delle informazioni e non riuscire a tenere il bandolo della matassa).
scrive qui Mucchetti in un articolo lucidissmo e straordinariamente chiaro:
Debito pubblico l’uscita difficile
Il debito pubblico italiano ha superato i 1800 miliardi di euro, pari al 117% del Prodotto interno lordo degli ultimi 12 mesi: due punti in più rispetto agli obiettivi del governo.
Stiamo tornando ai primi anni Novanta.
dunque la prima affermazione di Mucchetti è di conferma per la serietà delle preoccupazioni sullo stato delle finanze italiane: parlare di primi anni Novanta, la fine della prima era berlusconiana (quando Berlusconi governava per interposto Craxi), significa ritornare ad un momento di crisi drammatica, quando la banmcarotta fu evitata giusto di un soffio, entrando nei conti correnti dei cittadini e facendo un prelievo forzoso.
quando Berlusconi dice di non avere mai messo le mani nei portafoglia degli italiani dice quindi il vero, perché l’operazione non fu fatta da lui personalmente e neppure dal suo portaborse Craxi, oramai allontanato dal potere, ma dal suo successore Amato; eppure occorrerebbe pur sempre ricordare quale fu l’effetto della prima ondata di politica economica ispirata al motto “La barca va”, di craxiana ieri e oggi di berlusconiana memoria.
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continua Mucchetti:
Eppure, questa volta non suona l’allarme.
(Mucchetti ovviamente non tiene conto, giustamente, dei blog, ma parla dell’allarme ufficiale, quello dei potenti).
E non solo perché le agenzie di rating, che hanno appena declassato le obbligazioni dello Stato greco, sembrano preoccuparsi più del deficit annuale che del debito accumulato dalle pubbliche amministrazioni: deficit che in Italia cresce meno che altrove.
questo passaggio è molto importante:scrivendo questo, Mucchetti fa capire che stiamo in un momento internazionale di emergenza e che le agenzie di rating, valutando la solidità delle obbligazioni emesse dai diversi stati e le percentuali di rischio nell’impegnarvi i propri capitali, sono costrette a fare di necessità virtù e quindi a limitare la valutazione dei rischi al breve periodo, guardando non alla somma complessiva del debito accumulato dallo stato, ma all’andamento annuale dei suoi conti.
altrimenti l’indicazione che queste agenzie dovrebbero dare sarebbe semplicemente quella di ritirare tutti i capitali.
ma come possono queste agenzie, che orientano le scelte degli investuitori, e in buona sostanza gli stessi destini degli stati, dato che a un rischio crescente corrispondono anche costi di interessi maggiori per attirare i capitali, a scavare da sole la terra sotto i piedi agli stati e a se stesse?
del resto risulta forse che queste agenzie abbiano in qualche modo previsto la crisi finanziaria mondiale in atto?
no, e perché mai dunque dovrebbero preoccuparsi davvero delle bancarotte future? mica è questa la loro funzione!
La questione è più radicale. (…)
Come mai tale differenza tra ieri e oggi?
Per cominciare, va detto che allora l’Italia era sola: nessun altro Stato, tranne il Belgio, aveva un’esposizione simile alla nostra. (…)Adesso, l’Italia non è più la pecora nera.
Nei 40 Paesi dell’Ocse, in media il debito pubblico equivale al Pil.
E negli Usa salirebbe al 135-140% se solo il Tesoro federale consolidasse le obbligazioni municipali e quelle delle agenzie nazionalizzate (…); mentre nel Regno Unito supererebbe il 170% se il Tesoro di Sua Maestà contasse, come dovrebbe in base al Trattato di Maastricht e ancora non fa, anche il costo dei salvataggi bancari e i passivi delle banche nazionalizzate.
dunque il modello Italia ha fatto strada: avere un debito pubblico pari a circa il 120% del Prodotto Nazionale Lordo, come l’Italia; non è poi più una grande anomalia: stiamo insomma in buona compagnia, finalmente.
Poi, il mondo considerava l’alto debito pubblico prova di inefficienza e corruzione, mentre giudicava segno di operosa fiducia il debito di famiglie e imprese.
Debito pubblico e debito privato formano un debito globale.
Il mondo ha scoperto a sue spese il vizio implicito nel debito delle famiglie, fatto per consumare molto più di quanto consenta il reddito, e nel debito delle imprese, acceso per esaltare il rendimento del capitale ben oltre i risultati operativi.
questo passaggio è fondamentale: infatti l’Italia da un lato ha un debito pubblico molto consistente, ma – siccome, come dicevamo sopra, questo ddbito pubblico è determinato principalmente dall’evasione fiscale – dall’altro lato ha un risparmio delle famiglie straordinariamente elevato.
d’altra parte che cosa volete che ne facciano le diverse “famiglie”, nel senso letterale e in quello non letterale del termine” ,delle tasse che non pagano? mettono i soldi in banca (all’estero, preferibilmente in passato), oppure lo investono.
tutte cose che confermano, contro ogni astratto moralismo, che il familismo e l’individualismo non sono (soltanto) sintomi deteriori di mancanza di senso civico e morale e di una coscienza colettiva, ma un vero e proprio modello economico alternativo e tipicamente nazionale.
alla fine di tale modello scopriamo perfino le virtù: gli italiani non pagano le tasse, quindi il piatto dello stato piange, ma poi alla fine sono economi e virtuosi e i soldi li mettono da parte: quindi, se consideriamo il sistema paese nel suo insieme, è solido; e anche il bilancio statale è solido, dato che in caso di crisi drammatica, esiste pur sempre la possibilità di ritornare a un prelievo forzoso a carico del risparmio privato.
insomma, come dire? ok, non avete pagato le tasse per anni e ora avete un bel gruzzoletto: non lamentatevi troppo se adesso recuperiamo, e vi facciamo pagare una tassa straordinaria che avete sempre evaso.
difficile ritenere a rischio uno stato così, in cui comunque, se sono vuote le casse pubbliche, sono pieni i forzieri privati: quindi, se la bancarotta statale si avvicina, a rischio in Italia non e lo stato, ma i forzieri privati; la bancarotta potrebbe non esserci con una politica econmomioca adeguata.
A metà 2007, prima della frana dei subprime, il debito globale americano era pari al 339% del Pil; adesso viaggia sul 370%.
Secondo le rilevazioni dell’Ocse, l’Italia porta un debito globale pari ai quattro quinti di quelli americano e britannico.(…)
Negli anni Novanta, l’Italia uscì dall’isolamento grazie alla caduta generale dei tassi, che rese meno oneroso il debito pubblico, e alla riforma dell’economia secondo gli schemi anglicizzanti (…): dunque pensioni più leggere, meno valore aggiunto destinato ai salari, privatizzazioni, apertura dei mercati finanziari, indebitamento delle famiglie.
come può uscire l’Italia negli anni Dieci da questa situazione?
a questa domanda Mucchetti non ha una risposta, oppure, se ce l’ha, non può darla dalle colonne del maggior quotidiano italiano.
Alla vigilia del 2010, la Grande Crisi ci avverte che le armi degli anni Novanta hanno effetti collaterali negativi o sono spuntate.
Exit strategy, dunque, ma verso dove?
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quel che non può dire Mucchetti, concludendo il suo articolo, posso provare a dirlo io.
ci sono due ipotesi: la prima è che da questa situazione non si debba uscire per niente.
l’arbitra della situazione economica mondiale da alcuni anni è la Cina che ha accumulato riserve pari al debito pubblico globale americano: basterebbe che la Cina ritirasse le riserve per distruggere gli Stati Uniti; ma non lo fa perché non le conviene: se gli Stati Uniti crollano economicamente, le stesse riserve cinesi, che sono in valuta americana, perdono completamente di valore; quindi perché mai la Cina dovrebbe farsid el male?
questo significa che, anche se l’indebitamento dell’Occidente ha raggiunto nel suo insieme livelli insensati e mostruosi, il crac dell’Occidente non è previsto (mica dico che non ci sarà, dico che non è previsto, badate bene), perché il principale creditore non lo vuole per non distruggere il valore dei suoi crediti.
in questo caso, continuerebbe lo scenario attuale: di progressiva e silenziosa ascesa della superpotenza cinese (l’utlimo paese in cui governa il comunismo, pensate un po’) e di lento e inarrestabile declino dell’Occidente: in poche parole nel momento in cui di due giganti mondiali, Cina e India, si sono impadroniti della teconologia occidentale, la potenza dei grandi numeri restituisce a loro la prevalenza che storiacamente hanno avuto nella storia del mondo fino a tre secoli fa.
il mondo del XXI secolo sará più simile a quello che è sempre stato: con due grandi potenze asiatiche e una appendice euroatlantica secondaria.
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potrebbe però esserci lo stesso, il grande crac dell’Occidente, anche contro la volontà della Cina?
potrebbe, semplicemente perché glöi esseri umani non possono tutto, neppure se comunisti e cinesi…
in ogni caso, se la crisi finanziaria globale dovesse trasferirsi dai grandi istituti finanziari che l’hanno generata agli stati che se ne sono assunti i debiti giganteschi, contando sulla loro possibilità di farvi fronte, l’italia, nel paradosso della sua economia, sarebbe messa meno peggio di altri, considerando pur sempre l’opportunità del prelievo forzoso di sopra, mentre in altri stati questa soluzione si rivelerebbe meno praticabile, considerando che ad un alto indebitamento pubblico corrisponde anche un alto indebitamento privato.
comunque, tranquilli: nessuna forza politica avrà mai un programma che preveda di risanare i debiti statali col prelievo diretto dai conti bancari di chi ha i soldi: meglio continuare come ora, senza politiche socuiali e lasciando che i poveracci, disoccupati e precari, si grattino la rogna da soli, se ci riescono.
tanto, per loro, ci sono sempre le famiglie, virtuose e risparmiose evaditrici del fisco statale, che ci pensano.



























